Storie di frontiera

Sono passati diversi mesi e il tempo per fermarsi a pensare è stato poco. E quando ti fermi, di pensare ne hai poca voglia. Non saprei onestamente dove cominciare e quindi ci provo e comincio a ritroso. Ieri pomeriggio stavo chiudendo l’ufficio per il fine settimana, erano quasi le 6. Mi giro verso il salone d’attesa e vedo una persona seduta con uno zaino a fianco. Aveva le mani in faccia. Lo sento piangere. Mi avvicino e gli metto una mano sulla spalla chiedendo come stava. Spaventato alza lo sguardo pieno di lacrime e quasi imbarazzato si rimette le mani in faccia. Dopo poco rialza la testa e mi guarda fisso negli occhi e mi dice “sono stanco”. Le sottili scarpe da ginnastica erano consumate e si intravedeva l’alluce che usciva dalla scarpa sinistra.

Josè è un padre di famiglia venezuelano di 40 anni. Come tanti suoi connazionali ha lasciato il suo paese per scappare dalla miseria. A casa, in Venezuela, rimangono moglie e figlia mentre suo figlio lo aspetta in Perù, dove da qualche mese lavora come muratore in nero. Josè mi racconta il suo viaggio in Colombia per arrivare in Ecuador. Le tensioni nel paese sono aumentate nel corso dei mesi da quando i diversi paesi latini della rotta migratoria hanno imposto limiti in frontiera al passaggio di venezuelani. Prima il Cile e l’ Argentina, poi il Perù, e infine, per gli inizi di settembre anche l’Ecuador. In un effetto domino, che rispecchia molto le dinamiche e i muri costruiti in Europa per fermare il flusso di migranti proveniente dalla Turchia, la Colombia si è ritrovata un po’ come un imbuto, impreparata ad un flusso cosi grande di migranti. Ora sono più di 4 milioni i venezuelani fuori dal paese e la maggior parte si sono fermati in Colombia (qui in Ecuador sono arrivati quasi a mezzo milione). Le tensioni nei confronti della popolazione venezuelana sono aumentate nel corso degli ultimi mesi.

venezuelan migrants and refugees

Josè insieme ad altri amici mi racconta di essere stato aggredito mentre dormivano fuori dal terminal del bus. E’ stato derubato e ha perso conoscenza dalle botte ricevute. Al suo amico è stato brutalmente amputato il braccio con un machete e degli altri non ha più notizie. Josè mi racconta tutto questo con estrema fermezza. Mi chiede il telefono per fare una chiamata alla famiglia. Risponde la figlia e scoppia di nuovo a piangere e le racconta quello che era successo. Al telefono aggiunge “No figlia mia, non è come mi aspettavo. Le persone che sono passate prima di noi devono aver fatto brutte cose. Senza neanche conoscermi la gente mi vuole male. Ci vedono come dei mostri”. Mi passa poi la figlia e la rincuoro dicendole che il padre ora sta bene e che passerà i prossimi giorni nella nostra “casa del migrante” prima di riprendere il viaggio.

Sono ormai passati mesi dal mio arrivo a Lago Agrio. Mesi intensi, confusi, faticosi, stressanti, appaganti. Situazioni come quella di Josè sono quotidiane qui in ufficio. Lo stress emotivo è stato problematico da gestire i primi mesi di servizio. Storie pesanti di violenza, maltrattamento e tanta miseria che si accumulavano durante la giornata per poi tornare a casa, senza energie, contento almeno di avere alleggerito di poco il peso di queste persone. Lago Agrio è un luogo di frontiera, dove passa circa  il 30% dei migranti che entrano dalla Colombia, in maggioranza venezuelani. Quella venezuelana è una migrazione che ha caratteristiche simili a quella dei siriani che ho visto in Grecia: famiglie grandi con cugini, nonni e tanti bambini senza alcuna risorsa economica che cercano un posto dove stabilirsi, sopravvivere e crearsi un futuro. Ma se da una parte i siriani scappano dalle bombe e da una lacerante guerra civile, i venezuelani scappano dalla fame e dalla miseria di una crisi umanitaria che non sembra aver fine. Senza perdersi troppo in digressioni infinite, dopo anni di socialismo estremo e sussidi per tutti, il sistema venezuelano è crollato. Un paese che viveva per il 98% con l’esportazione di petrolio e che importava gran parte dei beni primari si è trovato senza risorse con un dittatore a capo del governo a reprimere violentemente le proteste emerse nel paese. Chi ha potuto è volato all’estero (USA e Europa) e il resto ha dovuto migrare verso il Sud (Cile e Perù le mete piu ambite).

Il lavoro che svolgo sul campo è paragonabile a quello di un operatore sociale in un centro SPRAR in Italia. Assistenza legale e psico-sociale alla popolazione migrante che attraversa la frontiera. In pratica il lavoro si divide tra l’assistenza alla popolazione migrante in ufficio per capire le varie necessità, le visite domiciliari alle famiglie migranti che si sono fermate in città per capire le condizioni di vita e le notti alla “casa del migrante” dove alle famiglia appena arrivate si offre vitto e alloggio per qualche giorno. Da subito le responsabilità lavorative sembravano grandi e noi volontari poco preparati a gestire tutto questo flusso migratorio, che aumenta costantemente nei mesi successivi al nostro arrivo. A fine agosto, come già era successo in Perù e Cile, l’Ecuador approva una misura che richiede un passaporto valido e un visto umanitario affinché i cittadini venezuelani possano entrare nel paese. Dopo un leggero calo nel trimestre settembre – novembre il flusso di venezuelani ha ripreso però a crescere proprio a ridosso delle festività natalizie. L’anno si conclude con previsioni che, stando alle tendenze attuali pubblicate dalle Nazioni Unite, potrebbero portare entro la fine del 2020 fino a 6,5 milioni di venezuelani a vivere fuori dal paese. Un numero delle persone che può essere paragonato solo con ciò che sta accadendo in Siria, un conflitto che ha generato quasi 6,7 milioni di rifugiati.

fila

Lago Agrio è un luogo di frontiera e come tanti luoghi di frontiera, un non-luogo che sembra quasi sospeso dal resto del paese. Crocevia di diverse realtà, oltre a quella migratoria, che abbiamo avuto modo di conoscere e vivere durante questi mesi. La regione di “Sucumbios”  dove ci troviamo è tra le più povere di tutto il paese. Distrutta dall’estrazione del petrolio, con la più alta concentrazione di “mecheros” del paese (fiamme di 15 metri che bruciano costantemente per estrarre il petrolio).  Gran parte della fauna locale e dei fiumi che circondano la città sono contaminati  (viviamo anche con la più alta concentrazione di tumori del paese). Lago Agrio è nata tra gli anni ’60 e ’70 come un insieme di agglomerati e dormitori degli operai della compagnia americana Texaco-Chevron, quando per primo era stato trovato il petrolio nella zona. Le ricchezze generate dal petrolio hanno poi portato migrazioni di persone (dal sud del paese, principalmente dalla città di Loja, per questo ribatezzata poi Nueva Loja) che, in cerca di lavoro, si sono stabilite nella zona. Una città di frontiera basata sul commercio dalla Colombia e fonte di petrolio per tutto il paese e in gran parte esportato all’estero.

foto gruppo

Ma Lago Agrio ovviamente non è solo questo. Alla realtà della migrazione, del commercio e del mondo rurale dei campesinos si aggiunge anche il tema fondamentale dei diritti delle comunità indigene presenti nella regione. Grazie ai compagni volontari della UDAPT (Unión de Afectados y Afectadas por Texaco) sono state diverse le occasioni di addentrarsi nella selva e conoscere le varie realtà delle comunità che vivono nei dintorni. Le loro cerimonie ancestrali, gli infiniti viaggi in canoa, le camminate con machete nella selva e la loro semplice maniera di vivere gira tutta intorno alla natura che li circonda. Ed è per questo che il territorio è e sarà sempre per loro l’elemento fondamentale “da preservare per preservare”. Il contatto e la forte presenza della natura è stato parte integrante dell’esperienza vissuta in questi mesi e anche il ricordo più vivo che mi porterò dentro.

Ma come sono finito in tutto questo? Cosa c’entro io con tutto questo? Domande che mi sono più volte posto durante questi mesi. Te lo chiedi quando sei in frontiera a mediare tra una famiglia venezuelana stremata dal viaggio e i militari ecuadoriani che la respingono senza alcuna motivazione. Te lo chiedi quando ti ritrovi nel mezzo delle proteste popolari esplose nel paese e represse violentemente dal governo. Te lo chiedi quando ti addormenti dondolandoti sull’amaca nel mezzo della selva a ore di distanza da tutto. Te lo chiedi dopo ore che provi inutilmente a muovere il bacino e i piedi a ritmo di salsa e bachata senza alcun risultato. Te lo chiedi perché è giusto chiederselo. Quello che ho capito è che l’esperienza di Servizio Civile è anche tutto questo. E’ immergersi nel cammino senza pensare troppo per poi finire e girarti e guardarti dietro. La tua maniera di pensare in una forma o l’altra sarà sicuramente cambiata. Anzi sarà proprio la tua maniera di pensare e di vedere il mondo che prende forma. Un’esperienza come questa ti allarga inevitabilmente gli orizzonti, accrescendo la tua visione di questo mondo tanto diverso ma un poco più famigliare e “casa” di prima. Io stesso che mi consideravo già “navigato” dall’esperienze di studio, lavoro e vita in altri paesi ho sentito cambiamenti importanti. Non è stato semplice ovviamente. I momenti di solitudine e incomprensioni sono stati diversi ma ora che sto arrivando alla fine sento come siano state difficoltà costruttive. Momenti di crescita, condivisi con i compagni del servizio, che si manifesteranno nel lungo periodo nelle prossime tappe del nostro cammino. Il Servizio Civile è quindi soprattutto un’occasione per aprire gli occhi. Accrescere la propria visione e ritrovarsi, inconsapevolmente e inevitabilmente, sempre più cittadini del mondo.

Tobia Borelli, Casco Bianco con FOCSIV a Lago Agrio

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