Marocco: adattarsi è migliorarsi

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Ed eccomi a tre mesi dal mio arrivo in Marocco. La mia esperienza è iniziata ad agosto, in piena estate, e da subito ho confermato l’idea che avevo prima della partenza: qui è tutta una novità. Dai nuovi sapori e odori per le vie colorate alle spiagge affollate e strade trafficate. Novità che piano piano si trasformavano in quotidianità e che portano con sé le prime difficoltà. Quella che ha avuto più impatto su di me è stata la lingua: in Marocco si parla prevalentemente darija, il dialetto marocchino, ma le lingue ufficiali sono l’arabo e francese. Sono arrivata qui senza aver alcun strumento linguistico con cui potermi esprimere eppure, più passavano i giorni più il mio vocabolario si ampliava sia grazie alle lezioni di francese settimanali, sia grazie alle conversazioni con le persone locali.

Ecco, tanto faticosa e alta può sembrare la barriera linguistica, tanto bella e arricchente è la scoperta di quanto può semplicemente contare il volersi capire e comprendere. All’inizio di quest’esperienza, con Alice, ho seguito due educatrici nel progetto di sviluppo su base comunitaria. Ogni giorno ci spostavamo in auto nella provincia di Temara, raggiungendo diverse realtà familiari, scoprendo diversi modi di relazionarsi, mettersi in gioco e trovando sempre un gran spirito di accoglienza.

Ad ottobre il Covid ha finalmente concesso un po’ di tregua e le limitazioni riguardanti la chiusura delle scuole sono venute meno e abbiamo potuto iniziare a lavorare all’interno del centro Safir a Témara (une Service d’Accompagnement, ed Formation, d’Information et de Reseutage, che in arabo significa oltretutto ‘ambasciatore’), dove collaboriamo con un’educatrice, Soumia, due logopediste, Sarah e Nadia, e una fisioterapista, Maryem. I bambini vengono da noi affinché vengano seguiti in uno o più percorsi, a seconda della loro patologia e necessità, accompagnati molto spesso dalle mamme, che principalmente si occupano della gestione dei figli. È bellissimo riuscire a collaborare con le operatrici e creare uno scambio con i genitori, vedere i loro sguardi interessati e la volontà di mettersi in gioco. È emozionante potermi rapportare maggiormente alla fisioterapia e ai bambini, confrontarmi e crescere reciprocamente.

Qui sono tutti così disponibili: lo noto semplicemente anche durante la pausa pranzo, dove mangiamo tutti insieme attorno ad un tavolino e dove condividere ciò che ognuno ha portato è diventata la normalità. Siamo anche state invitate più volte il venerdì a mangiare couscous dalla famiglia del bidello della scuola; beh, vi lascio immaginare quanto fosse buono e mi sentissi fortunata.

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Una volta al mese invece per un paio di giorni raggiungiamo Meknes dove risiede l’orfanatrofio Le Nid: all’ultimo piano dell’ospedale Mohammed V vi è un grande corridoio dove i ragazzi e bambini con disabilità mentale e/o fisica vivono circondati dalle operatrici. I più piccoli del Nido, invece, sono in un reparto accanto, i più fortunati vengono adottati. Il nostro compito è quello di supportare le operatrici che vi lavorano, in particolare Kesna, che si occupa nello specifico dei trattamenti riabilitativi.

L’impatto che questa realtà ha avuto su di me è stato sicuramente forte, ma estremamente positivo: la cura, l’amore, la pulizia e l’attenzione che vi ho trovato mi hanno colpito e stimolato tanto. Ed ecco che ad oggi, passati ormai mesi, posso già dirmi soddisfatta dei cambiamenti ai quali sono riuscita a adattarmi, delle difficoltà che sono riuscita a superare e dei primi miglioramenti che posso già notare. Auguro a me stessa che possa continuare sempre meglio e che io possa sfruttare ancor più tutto ciò che mi aspetta, sia lavorativamente che personalmente parlando.

Alessia Franchini, Casco Bianco con OVCI in Marocco

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