La vita a Huaycán

jessica leoni e chiara silvestri

Il Perù non è l’Europa, e questo lo abbiamo capito appena uscite dall’aeroporto.

L’organizzazione dello spazio, i suoni, persino il cielo e la temperatura non erano esattamente quelle che avevamo lasciato a metà agosto in Italia. Le strade  non sono asfaltate, le case non sono di cemento, i tetti a volte hanno la lamiera e non le tegole. Entra l’acqua quando piove, lo spazio è poco. I bus sono tanti, anche di più di quelli in Italia, ma sono piccoli, e sfrecciano tra le strade di questa periferia a Est di Lima. A Huaycàn è come se non esistesse l’individualità, e su certi aspetti è veramente un bene. Tutto è di tutti, tutti sono con te, ti aiutano e sono disposti a spiegarti come funzionano le cose. La socialità qui è viva, a differenza del senso di vuoto che si sente nei luoghi pubblici occidentali.

Questo paese combatte il Covid con tutte le terapie e le medicine possibili. Si combatte con la doppia mascherina, con il protettore facciale, con i controlli delle autorità, con parole di speranza e persino con le preghiere. È un contesto che usa tutti i mezzi possibili per risolvere la situazione e, a fianco del sistema sanitario biomedico, infatti, ci sono altri sistemi utilizzanti altri tipi di terapie.

Huaycán è una città giovane ma tuttavia deve fare molta strada: è una città povera, non è una città che ha potuto costruirsi la sua stabilità come Lima. Non ci sono centri commerciali, non ci sono cinema, c’è forse una palestra o due e sono presenti tanti, tanti negozietti e bancarelle, tutte in modo molto confuso e azzuffate una dietro l’altra. Internet, da casa o dal cellulare è un privilegio piuttosto che una certezza.

Huaycán è già casa, perché nonostante la disperazione, che porta a fare talvolta cose che non ti aspetteresti, le persone ci sono, si danno, si offrono. Questo posto così caotico, dove nulla funziona nella maniera occidentale, è in realtà un posto che lotta per essere autenticamente sé stesso, senza voler pretendere di essere uguale agli altri, uguale a “noi”. C’è ancora spazio per la socialità, per il bene comune, per una partita di pallavolo insieme, per un’uscita, per un abbraccio. C’è tanto spazio per gli abbracci e per i sorrisi. Una persona mi ha detto che il bello di qui è che s’impara a capire che non si può voler tutto, che si può star bene anche sotto un tetto di lamiera. Non perché così gli altri possono continuare a esacerbare risorse, non perché ci si deve accontentare di essere poveri mentre gli altri sono ricchi. Ma perché alle volte poche cose, quelle semplici, il calore di un camino, una parola di conforto, un aiuto, bastano. E dovremmo imparare anche noi questa immensa pericolosità di essere semplici.

 Jessica Leoni e Chiara Silvestri Caschi Bianchi AUCI Perù

#sbloccoSCUestero

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