Ci credo

V. ricca

Il mio nome è Valentina. La decisione del blocco delle partenze presa il 13 agosto 2021 verso molti paesi tra cui il Perù, dove ero diretta in qualità di Casco Bianco, ha provocato in me un grande disagio e ha avuto gravi ripercussioni non solo su molti progetti di servizio civile, ma e soprattutto, su molte persone: persone che, come me, hanno investito tempo, energie e risorse in un progetto di vita, e persone, come le comunità indigene della città di Iquitos, che si aspettavano l’arrivo di quattro operatori volontari in supporto e difesa dei loro diritti umani e che, quindi, sono state lasciate nella loro marginalità ancora una volta.

Nel mondo della cooperazione si tende a parlare di “gruppi prioritari” per indicare persone che hanno maggiore necessità di assistenza, in genere includendo donne, bambini, ma anche popoli indigeni. Il fatto che la sicurezza dei volontari italiani, benché vaccinati, preparati sul piano sicurezza nel paese di accoglienza grazie ai due mesi di formazione e pronti a fornire assistenza, sia stata considerata “la priorità”, ha provocato in me un profondo senso di vergogna. Questo aumentava quanto più pensavo alle scene dei documentari sottoposti alla mia attenzione durante la formazione dall’associazione peruviana in cui avrei dovuto svolgere servizio: intere comunità messe in ginocchio dall’attività estrattiva nella foresta, comunità i cui diritti umani più fondamentali sono violati ogni giorno, che non possono più bere la propria acqua e mangiare il proprio cibo e che contavano sul nostro supporto che non è arrivato.

Mettendo da parte, di nuovo, le aspettative disilluse delle comunità che attendevano il nostro arrivo, vorrei ora parlare delle mie aspettative. Sono una ragazza di 28 anni, ne compio 29 tra meno di due mesi. Non sono una studentessa o una neolaureata in cerca del primo impiego, le mie motivazioni alla base del servizio civile non sono puramente economiche, né mi serve “aggiungere una voce al CV”: avevo un lavoro come Assistente alla Cooperazione Internazionale all’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare a Parma, che ho lasciato perché volevo usare la mia ultima chance di offrire le mie competenze e conoscenze al servizio del mio paese e della comunità e, allo stesso tempo, di imparare da essa, nell’ottica di uno scambio che avrebbe portato beneficio ad entrambe le parti. Quando a maggio mi è stata fatta una proposta per un nuovo ruolo all’interno dell’organizzazione in cui lavoravo, la mia risposta è stata “no, grazie, ora faccio parte di un progetto che nel suo piccolo salverà il mondo”. Le mie parole potrebbero sembrare troppo ambiziose, ma ci credevo; sono sempre stata convinta che salvando una vita, si migliorasse il mondo intero, e il mio obiettivo prioritario, da quando sono diventata Casco Bianco, era questo: fare parte del cambiamento, non come spettatrice, ma come protagonista.

All’improvviso, però, quella che ormai ai miei occhi era la mia “missione di vita” mi è stata tolta: mi sono ritrovata qui, a Roma, senza un lavoro, con le valigie chiuse e un biglietto aereo in mano che non potevo utilizzare. Senza soffermarmi su risorse economiche e tempo impiegato in questo progetto, quello che mi preme evidenziare è che il servizio civile non rappresentava solo un progetto per sistemare i prossimi 12 mesi della mia vita; non era nemmeno un’alternativa tra tante tra cui ho scelto a caso. Il servizio civile l’ho cercato e l’ho scelto, ed è stata una scelta ponderata che ha implicato un cambiamento radicale sotto tanti punti di vista per me: di città, di lavoro, di colleghi, di sicurezza economica.

Dopo tanto impegno, sacrifici e aspettative è stato difficile accettare quello che stava succedendo: vedere il proprio progetto che sta per diventare realtà poi infrangersi a un passo dal realizzarsi, rendendo vana tutta la fatica fatta fino a quel momento, non è per niente facile, e soprattutto scoraggia. Personalmente, continuo a non accettarlo: non sono mai riuscita a disfare le valigie, sono ancora lì, pronte per il cambiamento. Ogni volta che penso che mi serve qualcosa che si trova in valigia, mi obbligo a non prenderla perché “non si sa mai, magari domani si parte e se la tolgo poi non sono pronta”.

Non so se si tratta di una speranza o un’illusione, ma le mie valigie restano intatte, perché spero che la decisione presa in merito al blocco delle partenze dei volontari in servizio civile sia rivista così da consentire di arrivare dove ce n’è più bisogno e  permettere di contribuire alla costruzione di una società fondata sui valori dell’altruismo e della solidarietà. Questa volta, sono sicura, la decisione sarà quella giusta. Io ci credo.

Valentina Ricca, Casco Bianco Focsiv Perù in attesa di partire

#sbloccoSCUestero

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