Chi sono quei quattro gringos? Lo sguardo di Iker

ikerChi sono, quei quattro gringos? Ho pensato, subito dopo averli visti. Lo so, che ad alcuni di loro pare male che li chiamiamo in questo modo, ma da queste parti ormai ci viene così naturale… A quanto pare, questi quattro ragazzi hanno atteso più di un anno, rinvii su rinvii, prima di poter arrivare qui, dove sono nato e cresciuto. Sarà vero? Mi sembra quasi troppo! Mi devo fidare? Dicono di venire dall’Italia, non avevo ancora sentito parlare di questo posto. Dev’essere molto lontano, forse dall’altra parte del mondo… Curioso! La loro parlata suona a tratti familiare.

Ma soprattutto, mi hanno incuriosito le mascherine che indossano, non riuscivo ad essere concentrato stamattina, pensavo tutto il tempo: chissà come sono fatti, là sotto, che sorriso hanno. Se lo scoprono mai, il viso? Se non se le levano loro, dovrò inventarmi qualcosa per vedere i loro visi per intero.

Come tutti i lunedì mattina degli ultimi strani mesi, zaino in spalla, ho camminato fino alla scuola di H., la località dove vivo. Sta su un piccolo monte nella selva amazzonica, a circa un’ora di cammino dal centro di Tena, la città più vicina. Il mio amico Oscar non è potuto venire, doveva aiutare suo papà a trasportare un’ottantina di tavole sulla schiena… dice sempre a tutti che il lavoro non è pesante, anche se riesci a vedere lontano un miglio che è stanco come un mulo… Anche Grefa oggi mancava, credo che dovesse stare con sua madre e le sue sorelle a badare alla chakra. La chakra, la terra, qui per fortuna può darci tanto, sebbene richieda molto lavoro.

Ogni giorno qui a casa ci alziamo alle cinque del mattino, e tutti, assonnati e riuniti in cerchio, parliamo dei sogni che abbiamo fatto durante la notte, mentre beviamo la mia bevanda preferita, la guayusa. Non abbiamo l’elettricità in casa, e di solito andiamo a dormire molto presto, viviamo seguendo il cammino del sole nel cielo.

Il lunedì mattina noi bambini e ragazzi delle comunità rurali qui intorno ci rechiamo alla vecchia scuola per consegnare e ritirare i compiti settimanali che i maestri ci affidano. Li vediamo solo una mattina a settimana. Vorrei tanto che ci spiegassero anche come farli, i compiti, ma siamo tanti, e di età troppo diverse. Molti di noi non sanno neanche leggere e scrivere, e di fronte a un compito di inglese o di matematica ci facciamo aiutare da qualche amico più grande, ma realmente, per quanto mi riguarda, non capisco quasi mai ciò che compilo. Almeno, quando potevamo andare a scuola tutti i giorni, potevamo seguire e apprendere l’essenziale durante le lezioni… Adesso, invece, in questo periodo di pandemia ci viene richiesto di svolgere compiti che solo i miei amici degli ultimi gradi sanno compilare senza troppi problemi.

Qui ad H. siamo immersi nella cultura machista: molti ragazzi, spesso già genitori, sfogano le loro pene in casa, dove molti miei amici e amiche vengono sgridati senza motivo alcuno. Viene fatta su di loro violenza psicologica, a volte fisica. Quasi sempre, i nostri genitori si sfogano bevendo. Non è raro vederne qualcuno già ubriaco, alle 8 del mattino, che cammina sull’unica strada che attraversa la comunità. Questa cultura del silenzio e del rifiuto del diritto a parlare, questa repressione, questi ruoli sono violenza verso se stessi. Quando tutti i giorni andavo a scuola, prima dell’inizio della pandemia, invece, era come se potessi prendere una boccata d’aria fresca da tutto ciò, stare con i compagni della mia età è tra le cose che amo di più e che mi faceva stare bene.

Ho l’impressione che i maestri ci abbiano sempre parlato del mondo come qualcosa di suddiviso e disciplinato, mentre per me vivere è sempre stato… diverso. Di fronte al maestro, mi sono sempre sentito ignorante, come un vaso vuoto da riempire: siamo privi di spirito critico. Siamo bravi a ripetere le verità che ci raccontano.

Per un attimo, stamattina, mi sono sentito diversamente con quei quattro educatori italiani. Non gli piace che noi gli ripetiamo semplicemente le cose, le cose delle diverse materie: non ci giudicano per i dettagli delle nostre manfrine. Anzi, quando le iniziamo, sembra proprio che sbadiglino, sotto quelle mascherine. Ma è l’unico modo che abbiamo appreso, in questi pochi anni di scuola. Ripetere. Dimostrare.

Eppure stamattina, per un attimo, mi sono sentito diversamente. Uno di loro quattro si è avvicinato, e mi ha detto che è venuto fin qui dall’Italia per imparare a conoscere insieme a me, che non è venuto per imporre la sua visione del mondo. Mentre guardava fuori dalla finestra, mi ha chiesto quale fosse il mio fiore preferito, ed io gli ho detto la verità: quei grandi fiori rossi che danno il nettare ai colibrì. Lui è partito, inarrestabile, spiegandomi cosa fossero questi fiori e perché sono così importanti. Mentre lo ascoltavo incuriosito, potevo quasi sentirne l’odore, di quei fiori rossi, e allora non ho esitato: gli ho detto che da quei fiori per i colibrì, noi qui estraiamo un profumo buonissimo, e che mia nonna è una delle poche persone rimaste che lo sa ancora fare: mi sta insegnando come si fa, perché questo odore è l’odore più significativo della mia vita.

fiore engim

E lui ha spalancato gli occhi, sorpresi quasi quanto i miei mentre ascoltavano la sua storia dei fiori, e mi ha detto che anche lui avrebbe voluto sentirne l’odore, che alcuni odori gli piacciono più delle parole. Chissà, se magari riuscirò mai a farglielo sentire, questo odore, prima che torni dalle sue parti.

È stata forse la prima volta, a scuola, che non mi sono sentito ignorante. Ricordo ogni dettaglio della sua storia sull’importanza dei fiori! E quante domande vorrei fargli, ora.

Non vedo l’ora di rivedere quei quattro, domani. Ho voglia di dialogare ancora. Voglio conoscere di più sui fiori. E di me stesso. Riuscirò a dire loro almeno il mio nome, domani, senza stare a guardarmi la punta bucata dello stivaletto? Vorrei proprio dirglielo, come mi chiamo.

Andrea Scudera, Casco Bianco Engim a Tena, Ecuador.

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