Y nos vas a dejar así?!

E’ sabato, mi sveglia il parcheggiatore del negozio sotto casa: daledaledaledaleee! Dovevo andare a Latacunga a vedere i festeggiamenti per la Mama Negra, e invece resto a casa perché non sono in forma. Niente di specifico, un po’ di mal di gola, un po’ di mal di testa, un po’ di malessere fisico. Dev’essere il magone che trattengo all’altezza della gola da qualche settimana, che da qualche parte cerca di uscire. Sono quasi alla fine di questo anno passato troppo in fretta, in quei giorni pre-partenza in cui con un piede sei ancora ‘qui’, e con l’altro sei giá ‘la’.

La frenesia di tutte le cose che vorrei ancora fare, di tutti quei luoghi che vorrei ancora vedere. La sensazione di non aver fatto niente durante l’anno. Quel ritmo di vita a cui non ti abitui, essere perfettamente al centro della terra, 12 ore di luce e 12 di buio tutti i giorni tutto l’anno, puntuali come un orologio svizzero. L’unica cosa certa in questo paese di precarietá ed incertezza. I pomeriggi cortissimi che diventano subito notte. La sensazione ricorrente di non avere abbastanza tempo.

Respiro. Penso ad ogni mese passato qui. Cerco di ricordarmi tutto quello che ho fatto. Tutto quello che ho visto. Tutto quello che ho imparato. Tutte le persone che mi hanno riempito la vita. La differenza infinita tra l’arrivo e la partenza. E mi coglie un senso di pienezza. Forse é la prima volta in cui do tempo al mio corpo di assorbire la densitá di questi mesi. Non sei mai contenta, Serení! mi diceva sempre mia madre. Continua ad avere ragione! Perché penso sempre che potrei aver fatto di piú, visto di piú, imparato di piú, dato di piú. E continuo a pensarlo, anche qui anche quest’anno, ma solo perché é uno di quei tratti imprescindibili del mio essere io. Perché di quest’anno, non cambierei niente. Tutto ha avuto il suo tempo e il suo senso.

Ho scritto l’ultimo articolo dopo la bomba del governo Trump. A distanza di tre mesi sono cambiate molte cose. Ci siamo rimessi in piedi, abbiamo cambiato la sede dell’ufficio, sono arrivati nuovi volontari e i nostri servizi sono di nuovo a pieno regime. Stiamo avviando nuove collaborazioni con altre organizzazioni e siamo nella fase embrionale di progetti interessantissimi che rendono ancora piú difficile l’imminente partenza. La sede di Asylum non é piú una casa, e nel nuovo ambiente stiamo un po’ stretti in tutti i sensi, non é peró cambiato quel senso di hogar che ho respirato ogni mattina entrando in ufficio. Buongiorno buongiorno! Complici me, Leo e le due nuove ragazze arrivate dall’Italia facendo tirocini per il master ormai parlano tutti italiano!

Faccio colazione e per caso leggo l’articolo scritto da Ale, in servizio a Lago con AAE. L’ultima persona al mondo le cui parole pensavo avrebbero potuto sciogliere il nodo in gola che conservo li intatto per gli ultimi giorni! Le sue parole mi hanno ricordato perché sono state rare le mattine in cui non ho avuto voglia di alzarmi per andare al lavoro. E tra tutti i rifugiati a cui ho prestato i miei servizi come asesora legal, tra tutti i casi disperati che ti fanno venir voglia di mandare al diavolo il mondo, tra le storie di sofferenza e violenza, ingiustizia, inuguaglianza, discriminazione e povertá, e tra tutti i casi umani che rallegrano l’ufficio de vez en cuando tra pirati, matti, ‘dios le pague papito’, bambini che ti si attaccano al collo in abbracci infiniti, e usuari che mandano mail di ringraziamento a tutta l’ong dalla direttrice all’ultimo volontario indirizzate a ‘mis pecesitos’, mi si parano davanti nitidi i visi di tutte le donne della Red de Mujeres Libres Sin Fronteras con cui ho lavorato quest’anno.

Incontri che mi hanno drenato ogni energia, che tornavo a casa il martedí sera sfinita come se avessi corso una maratona e incapace di pensare come se avessi studiato tutto Hegel in un giorno solo. Perché sono tante e sono tanto, sono caotiche, rumorose, parlano una sull’altra e di mille cose diverse che non si riesce mai a finire un discorso, sono sanguigne e un po’ riottose, e poi sono forti, coraggiose, nei loro occhi a volte tristi la tenacia di chi non ha mai mollato, sono resilienti, determinate, colorate, le loro risate contagiose e le loro forme afrolatinoamericane ti stringono in abbracci pieni della forza del mondo, che sanno di casa, di dolcezza e di fritto delle empanadas.  Incontri che mi hanno posto mille domande sulle mie capacitá, sul mio essere adatta, sul mio essere donna, sul mio percorso, sul mio passato e soprattutto sul mio futuro. Incontri e storie che spesso mi hanno scombussolato l’anima a ritmo di salsa choke. Mi chiedo se il mio lavoro con loro é stato utile, se ho in qualche modo apportato al gruppo cercando di trasmettergli un po’ di ordine e organizzazione perché possano realizzare le loro mille idee, se attraverso i progetti avviati conquisteranno piú sicurezza e saranno prese piú sul serio, se riusciranno a risolvere i conflitti senza litigare. E mi accorgo di quanto loro hanno dato a me. Di quanto sia probabile che martedí all’ultimo incontro, quando dovró salutarle, il mio magone si sciolga tutto in un attimo, prima pedina del domino delle despedidas che seguiranno.

E’ stato un anno intenso, denso, cortissimo e lunghissimo. Un anno pieno di insegnamenti, di fallimenti, di successi, di incertezze, di sicurezze, di amicizie, di bellezza, di precarietá, di paura, di gioia, di novitá, di sfide, di limiti, di orizzonti infiniti ed infinite altre cose. Un anno pienissimo, di felicitá.

Tutto ha una fine, ma per ogni fine ci sono mille nuovi inizi possibili.

E allora mucha suerte per tutto quello che verrá, ai miei compagni di avventura, a Leo che si é innamorato, alle ragazze di Mono, sorelle quiteñe, e a Ed che mi ha insegnato que si puedes caminar puedes escalar, a Kuntur per le prossime avventure andine, agli indimenticabili colleghi che sono stati la mia famiglia, a Lety la mia zia venezuelana, a Ruty, al Nervio Popular che non ho mai tempo di andarci, alla ragazza della caffetteria sulla strada per il lavoro, al gruppo di yoga, a David di Fudela e a Joseph della SIS, a quelle tre piccole pesti di Chanel, Angie e David perché abbiano un futuro pieno di possibilitá, a Heilyn e a sua madre, alle donne e agli uomini che hanno riempito le mie giornate di racconti da telenovelas, a chi rimane qui a luchar, e a loro:

Amarilis, Brigith, Diana Carolina, Diana Patricia, Doña Graciela, Elizabeth, Esmeralda y Esmeralda, Ismelda, Karen, Katerine, Katerine dagli occhi verdi, Leivy, Mabel, María Esperanza, Marolin, Martha, Mary, Melída, Paola, Rosario y Yesica Paola.

Mujeres Libres Sin Fronteras. Donne Libere Senza Frontiere.

Hasta luego chicas!

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