Volontari in “servizio costante”

Sono le cinque di mattina di una domenica, l’aria è fresca qui sulle Ande.

Torniamo da Baños, meta turistica della provincia del Tungurahua e un po’ di tutto l’Ecuador,bimbo per festeggiare la “despedida” di una nostra cara amica che se ne torna in Italia. Il taxi ci lascia a 200 metri da casa ad Ambato, così ci avviamo nel vicolo per arrivare alla porta.

Nel buio, un po’ stanchi e assonnati intravediamo una sagoma scura e avvicinandoci ci rendiamo conto che si tratta di un uomo. Una signora in stato evidentemente confusionale, buttata per terra, urla contro un tipo, con accanto una bambina immobile che osserva sotto shock la scena. Ci avviciniamo, entrambi sono ubriachi, ma non riusciamo ancora a renderci conto di cosa succede e soprattutto non sappiamo se intervenire o no. Rimaniamo un istante a guardare, temendo che l’uomo sia aggressivo e armato, ma quando lo vediamo rifilare un paio di calci alla donna a terra, decidiamo che non si può fare finta di nulla. Chiamiamo la polizia e visto che tarda ad arrivare ci avviciniamo alla coppia e Virginia soccorre la signora e soprattutto la bambina, M.J., 4 anni, riuscendo a tranquillizzarla un po’. Stefano chiede al signore che sta succedendo e se serve aiuto, per tutta risposta il tipo rientra velocemente in casa senza proferire parola.

La signora continua a trascinarsi per terra e quando prova mettersi in piedi vacilla e cade minoredi nuovo, tutto davanti agli occhi terrorizzati della bambina. Riusciamo ad aiutare la mamma ad alzarsi e a raggiungere la strada principale. Alla luce del lampione, vediamo la faccia della signora, con un sopracciglio gonfio da cui cola sangue su tutta la faccia e il vestito.

In quell’istante arrivano i familiari del compagno della signora, con cui pare lei avesse già avuto diverse liti simili. Iniziano a raccontare storie varie, su come in realtà sia la signora ad essere violenta e che il figlio non ha fatto nulla di male. La madre dell’uomo addirittura ci dice che è una semplice lite di coppia e non capisce perché chiamare la polizia, dandoci nuovamente l’idea di quanto sia radicato il “machismo” in questo paese.

Dopo quasi mezz’ora la polizia arriva e chiama anche un’ambulanza per la signora. La bambina sta in braccio a Virginia e inizia  a raccontare tutta la verità: la madre e l’uomo, suo nuovo compagno ma non suo padre, si sono ubriacati insieme. In casa hanno cominciato a discutere e lui ha provato a strangolarla; lei è riuscita a divincolarsi cadendo e causandosi quella ferita. Quando poi lei si è rifiutata di rientrare in casa ha cominciato a prenderla a calci e spintonarla fino al nostro intervento. I familiari dell’uomo iniziano a fare mille domande alla bimba per cercare di farle cambiare storia, ma M.J. imperterrita continua a raccontare la stessa versione dei fatti e alla fine anche i poliziotti perdono la pazienza e zittiscono i parenti.

Ormai la piccola è fra le braccia di Virginia che le regala il braccialetto fosforescente che ci hanno dato nella serata in discoteca, riuscendo a distrarla un po’. M.J. si sente protetta solo dalla nostra presenza, per cui ci troviamo costretti, alle 6 e mezzo di mattina, senza aver dormito, ad accompagnarla al “centro de salud” (pronto soccorso) con la madre, perché la medichino. Saliamo sull’auto della polizia, con in braccio la bambina, la qambatouale nel frattempo si è fatta la pipí addosso per lo spavento.  L’ufficiale a questo punto inizia pure a flirtare con Virginia, una cosa che ci dà la nausea vista la situazione, scoraggiandoci un po’sulla considerazione della donna in Ecuador. All’alba delle 7 e mezzo, la donna viene rilasciata e la polizia ci dà un passaggio a casa assieme alla donna e alla bimba, senza risparmiare battute sul voler trovare una moglie italiana, su quanto è stato duro il servizio militare e sull’ammontare dei loro lauti (e pure sprecati) stipendi. Giusto prima di arrivare a casa la donna scoppia in lacrime e noi cerchiamo di consolarla; dice che stavolta porrà denuncia e noi la rincuoriamo dicendo che il peggio è passato e che tutto si risolverà…forse.

Ci è passato il sonno, decidiamo di prendere una camomilla calda e partire per Quito. Siamo stati uniti fra di noi, decidendo insieme e supportandoci; abbiamo aiutato una bambina e una mamma in difficoltà, non ci sono eroi, solo siamo stati costretti a riflettere ancora una volta su cosa vuol dire essere volontari in servizio civile all’estero. Non ci sono orari 8-16, non ti puoi girare dall’altra parte se c ’è un minore. Non abbiamo garantito nessun futuro certo alla bambina, solo abencuesta-violencia-contra-las-mujeresbiamo potuto sottrarla per questa volta a qualche altra ora di urla e violenza, cosí come la mamma è stata soccorsa e medicata, cosa che sarebbe stata dubbia nel caso in cui i primi ad accorrere fossero stati i parenti dell’aggressore. Abbiamo dato uno spazio di protezione alla bambina, cosí si è potuta tranquillizzare un po’ fino ad addormentarsi.

L’Ecuador è anche questo, tassi preoccupanti di violenza sulle donne (il 60% delle donne, dai dati ufficiali, ha subito almeno una volta violenza o abuso sessuale), dubbia professionalitá delle forze dell’ordine, alcolismo e minori a rischio. A volte il caso ci mette davanti certe situazioni per obbligarci a riflettere su cosa stiamo facendo in Ecuador come volontari e su cosa vuol dire qui fare la nostra parte.

Virginia Berni e Stefano Gotti – Servizio Civile Focsiv, Progetto Caschi Bianchi Quito, Ecuador.

2 comments

  1. Bello leggervi. È faticoso non girarsi dall’altra parte e fare la cosa giusta, ma penso che sia questo il vero scopo del servizio civile, così come della vita. Forza ragazzi

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