“VIENI A VEDERE…CON I MIEI OCCHI!”

La porta dell’aeroporto continua a girare alle mie spalle dopo il mio ingresso, mentre mi avvio al check-in con le braccia appesantite dai bagagli che trascino e con il cuore e la mente carichi di pensieri ed emozioni.
Sto mettendo in standby la realtà che mi appartiene, con essa le certezze e la routine per tuffarmi in ciò che sarà la mia vita per un anno.
I pensieri sono confusi, le emozioni tante quanto le domande e, diciamolo, la paura di avventurarmi in ciò che non è mio, che è ancora inesplorato per me.
Metto su le cuffie, chiudo gli occhi e quando li riapro ho superato un continente e attraversato metà di un altro.
L’aria torrida si attacca subito sulla pelle, il sole accieca e la polvere cela quello che a poco a poco comincia a diventare nitido e a concretizzarsi: terra rossa, erba bruciata dalla calura e bambini, decine, che corrono da ogni lato. Ci guardano, sono incuriositi dalle uniche due “mzungu” scese dal volo diretto ad Homa Bay.
Già, perchè noi siamo le “mzungu”, le bianche; in pochissimo tempo questo aggettivo si incolla addosso, diventa il tuo secondo nome. A dire il vero, quasi sempre lo precede, come ogni volta che metto piede fuori dal compound e i passanti mi salutano chiamandomi in questo modo.
Osservo: mi soffermo e guardo intorno a me; è tutto nuovo, tutto completamente e meravigliosamente diverso e distante dalla mia realtà occidentale.
A partire dal tempo, qui esageratamente dilatato: lo noto subito dalla calma con cui le persone si apprestano a fare qualsiasi cosa; “pole, pole” (piano, piano) è la regola, uno stile di vita e non si può fare altrimenti. Vengo completamente risucchiata da questo modo di vivere e di fare che mi da la possibilità di assaporare tutto con molta più consapevolezza. La calma e la lentezza facilitano l’instaurarsi, fin da subito, di una ordinata e costante routine, tanto da ritrovarmi alcuni giorni a perdere quasi completamente cognizione del tempo: sono trascorsi appena due mesi dal mio arrivo qui a Karungu ma mi capita spesso di sentirmi come se fossi qui da molto tempo, mi sento a casa.
Ogni giorno nasconde qualche sorpresa, una nuova scoperta. Credevo che il gap delle differenze linguistiche fosse incolmabile ma la mia paura è stata piacevolmente disattesa: scopro ogni giorno che più che di comunicazione verbale, piuttosto scarsa con i pazienti in ospedale o con i più piccoli, mi ritrovo a parlare la maggior parte delle volte attraverso sguardi e sorrisi. Senza parole e senza voce comunico con la signora ricoverata in reparto o con il bambino seduto di fronte a me la domenica a Messa; quegli occhi ebano e quei sorrisi bianchi ti entrano dentro, non c’è modo di rimanere indifferenti a queste sensazioni. E allora mi abbandono ad esse, lascio che occhi e cuore se ne riempiano e ne faccio tesoro.
Al mattino, quando mi sveglio, rivolgo lo sguardo alle foto incorniciate sul muro: sono le mie radici e i miei pezzi di cuore, penso a loro e li sento vicini; poi mi avvicino alla finestra, davanti a me il lago imponente e taciturno, i pescatori che rientrano dopo la nottata di lavoro. È iniziato un nuovo giorno: sorrido e sono felice, ora è questa la mia casa.

Ylenia Pierdomenico – volontaria in SCN con AUCI in Kenya

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