“…vai oltre il coraggio” Lago Agrio (Ecuador) e le mie scelte.

Sembrava dovesse essere un giornata rovente, qui a Lago Agrio, latitudine quasi 0° 00’ 000, invece sembra si stia per scatenare un temporale. Siamo quasi alla metà del mondo, né sud né nord: in mezzo, un po’ come me. In mezzo ad una vita che ancora non ha trovato la sua strada, in mezzo all’essere giovane e all’essere adulta, in mezzo all’amore che le nuove conoscenze ti portano e a quello confortante e sicuro di chi ti aspetta dall’altra parte dell’oceano. In mezzo e immersa in pensieri sconclusionati, che non si fermano mai. Eppure c’è una tenera dolcezza oggi, in questa città che sembra senz’anima, una tenera quotidianità che non credevo possibile, così lontana dalla mia casa, dal mio cuore, dalle mie radici. Si costruisce, lentamente e faticosamente, il proprio “Hogar”, la propria casa, ovunque noi siamo. È una necessità, o almeno per me lo è, ritrovare casa ovunque io vada e, qui, non sempre è facile. Qui dove la bellezza non sempre si sofferma, dove gli errori dell’uomo si accumulano incompleti e senza fine, una città, una zona (l’Amazzonia) per anni dimenticata, finché non trovarono il petrolio. Un posto dove la gente, alle volte, non sembra amare.  Che regalo immenso quando arriva un sorriso sincero, una domanda senza doppi fini, una curiosità spontanea e leggera… ieri ho conosciuto una donna cinese che gestisce un negozio. Il suo spagnolo è ancora incerto, ma la sua spontaneità e accoglienza sono genuine. Ci si riconosce, tra anime disperse in luoghi non nostri, ma dove cerchiamo faticosamente di costruire qualcosa di bello, puro, vero.

El calor.
El calor.

Superate le iniziali paure, mi sono richiesta: perché sono partita? E mi sono ricordata. Io non ho grandi aspettative lavorative, non ho ambizioni di carriera, non so parlare molte lingue, non ho grande conoscenza delle politiche internazionali. Allora che ci faccio qui? Sono partita perché sono terribilmente legata alle mie radici, profonde, solide, amorevoli, imprigionanti. Avevo bisogno di scoprire se davvero ero la persona che cercavo ostinatamente di essere: coraggiosa, intraprendente, avventurosa. Avevo bisogno di vedere se davvero casa mia è così bella o se la credo tale solo perché non sono mai stata da altre parti. Avevo bisogno di sapere che, anche da sola, valgo. Che so muovermi in un mondo non mio, che so parlare, comunicare. Avevo e ho bisogno di conoscere me stessa, spogliarmi di tutte le costruzioni che da sola e con l’aiuto delle aspettative degli altri, avevo innalzato. Maschere pesanti, che non ti permettono più di capire quale persona realmente sei. Avevo necessità di toccare e varcare i miei limiti, faticare, anche soffrire, per capire fin dove, realmente, posso spingermi. E lo sto facendo, mi sto conoscendo, tolgo le maschere, le ripongo in un armadio tutto mio e mi guardo allo specchio.

Questa città è un dono, questo viaggio un’opportunità, questa scelta un atto di coraggio.

In lontananza: un non ben identificato vulcano sputa fumo.
In lontananza: un non ben identificato vulcano sputa fumo.

Lago possiede un’altra particolarità che sento molto “mia”, in fondo non siamo così differenti. Non solo siamo in mezzo, ma siamo anche di frontiera. Sul confine con la Colombia: con la bella vita, con il dolore, l’accoglienza, con la guerriglia, con la droga, con la bellezza, con la violenza senza ragione, con il silenzio di chi non vuol parlare. La frontiera: luogo di passaggio, trascurato, non valorizzato, non collocato precisamente sulla mappa… dove siamo? Siamo in una città che non avrebbe voluto nascere, che ha tolto ettari di terra alla natura incontaminata e pura dell’Amazzonia, che ha cancellato sulla faccia della terra nomi di popolazioni indigene, che ha ferito la terra facendone uscire sangue nero (e non oro nero). Una città inospitale perché nata sulla violenza e cresciuta con la violenza. La violenza di chi vive qui solo per lavorare, senza amore, senza prospettive. La violenza subita di chi lotta per il proprio terreno, la propria casa. La violenza vissuta dai colombiani che fuggono in cerca di rifugio, scavalcando un muro d’acqua, non così difficile per chi vuole arrivare dall’altra parte, così facile per chi non smette di cercarti. Così a Lago devi sempre stare attento, allerta, in guardia. “Mi stanno cercando, mi troveranno? Sanno che sono qui?” Ma ora è più tranquillo, o almeno così dicono e così percepisco, ma la serenità si conquista con il tempo e qui, ancora, le ferite sono aperte. Non si muore di fame, ma, un po’, si muore dentro: di mancanza di cultura, di acqua inquinata, di case fatiscenti, di mancanza di comunità, vicinanza, solidarietà, amore. Si muore ogni volta che si viola una donna, che la si guarda con gli occhi della fame, che le si fa un commento, che la si considera solo e puramente come oggetto sessuale. Si muore dentro quando non ci prendiamo cura del luogo in cui viviamo, lo maltrattiamo e lo calpestiamo. Si muore ogni volta che non accogliamo chi cerca rifugio, speranza, un po’ di umanità. Si muore quando non cerchiamo la bellezza, anche quando essa sembra sparita. E credo che anche tutto questo, sia povertà. E spero mi perdonerà Martha Medeiro, per riprendere così banalmente le sue parole e farle mie.

Laguna di Limoncocha, a due ore da Lago Agrio.
Laguna di Limoncocha, a due ore da Lago Agrio.

Di Lago Agrio mi rimarrà questo: l’attenzione e la lentezza nel trovare la bellezza dove sembra non poter esistere. Così la vicina di casa che ci porta il mango, la signora che dopo quattro mesi finalmente mi chiede chi sono e come mi chiamo, un regalo inaspettato di una persona con cui ho lavorato, l’abbraccio, l’invito, il sorriso, un’amaca appesa in terrazza, un orto cresciuto in vaso, un “¡Hola amiga!” , imparare ad amare la pioggia, quando prima la odiavo, sentire che la mancanza delle persone care e che tu manchi a loro, la natura sorprendete…  tutto diventa un dono e una conquista allo stesso tempo. La fiducia si conquista poco a poco e posso perfettamente intendere la diffidenza di Lago Agrio, dopo tutto quello che ha vissuto. Per fortuna, sono abbastanza paziente.

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