URUGUAY NOMA’S

Campeggio con gli alunni del Colegio San Josè
Campeggio con gli alunni del Collegio San Josè

“Quién le roba un beso a Maracaná? Uruguay nomás.”

“Chi gli ruba un bacio al Maracaná? Uruguay nulla di più.”

Queste sono le prime righe di una canzone di Jorge Drexler, un cantautore uruguaiano, che nel 2014 ha regalato al mondo della musica un ricordo di ciò che accadde il 16 luglio 1950. Contro ogni pronostico, Uruguay vinse la finale dei mondiali contro la nazionale del Brasile nello stadio del Maracaná a Rio de Janeiro, segnando per sempre la storia di questa piccola nazione.

3 milioni e mezzo di persone vivono in Uruguay, meno delle mucche presenti sul territorio che vengono allevate all’aria aperta in campi estesi. Metà della popolazione totale vive nella capitale, Montevideo, ed il resto sparso sul territorio in piccoli agglomerati urbani. Questo piccolo paese vive schiacciato fra due superpotenze che lo nascondano al resto del mondo; Brasile e Argentina abbracciano l’Uruguay in una stretta morsa che non sembra molto una espressione d’affetto. Non parlerò della storia che portò all’indipendenza di questa nazione, ma voglio solo ricordare che, dopo la colonizzazione spagnola, Uruguay è stato in guerra con gli spagnoli, col Brasile (un paio di volte), con gli inglesi e con il Paraguay. Non ha avuto un’esistenza esattamente tranquilla.

Presto servizio in un quartiere marginale di Montevideo dove alla gente viene messa di fronte alla faccia la realtà della disuguaglianza tutti i giorni mentre guardano i palazzi del centro dalla finestra della loro casa con il tetto di chapa (laminato di metallo, ma molto spesso anche di eternit dato che qui non è illegale). Insieme ai miei compagni in servizio, facciamo la spola fra due centri educativi in questo quartiere: un Colegio (la nostra scuola elementare) e Talitakum (un centro per adolescenti che sono stati espulsi dal sistema educativo formale per diverse ragioni).

Qui vige la regola del “si fa quel che si può con ciò che si ha” e, per quanto ho potuto vedere, è uno degli stimoli maggiori per l’immaginazione e la creatività. E’ stato molto difficile abituarmi a questo dogma, dato che quando si organizzava qualcosa mancavano i materiali, quando eri sicuro di avere i materiali poi scoprivi che non funzionavano e poi, quando finalmente tutto stava in ordine, gli alunni e le alunne non cooperavano durante l’attività.

Questo susseguirsi di impossibilità e di non poter svolgere ciò che è stato pianificato è un’esperienza estremamente frustrante. Sono però convinta che lo sia più per noi che per loro. Noi che siamo abituati a dover raggiungere un voto 6 perché sennò saremo rimandati o bocciati; noi che dobbiamo imparare delle competenze minime a fine anno; noi che se abbiamo pianificato qualcosa lo dobbiamo fare e lo vogliamo fare come è stato deciso e noi che abbiamo aspettative e ci disintegriamo nel momento in cui vengono disattese.

Ho cambiato e ricambiato questo dogma durante il servizio civile e alla fine sono rimasta con un’idea che mi ha aiutata a svolgere il mio lavoro sotto un punto di vista totalmente diverso rispetto a quello che conoscevo. Sapevo già che è meraviglioso godere (disfrutar) del lavoro che si sta facendo, ma non mi ero mai immaginata di farlo e di potermi permettere il divertimento.

Di tutto ciò che è negativo, c’è qualcosa di positivo. Nel positivo c’è qualcosa che è meglio; tira fuori il meglio e condividilo con tutti.

Grazie Uruguay

Uruguay nomás

Lia Segato, casco bianco in Uruguay con COMI

 

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