Una tipica atipica giornata a Ocopilla

 

cloe9-300x200Sveglia 5.30: con gli occhi ancora chiusi e prima ancora di andare in bagno mi infilo a ciabatta le scarpe da trekking e il maglione peloso, che è stato il migliore acquisto sino ad ora; afferro le chiavi, corro giù per le scale e apro i 45 lucchetti e serrature prima che la nostra cagnolina Misky, non ancora completamente “acostumbrada” al controllo dei bisogni, ce li faccia in casa. Fiuu, scampata!

La mia resistenza  all’aria aperta a quell’ora, a causa del freddo, è di 5 minuti. Poi rientro di corsa. Una telefonata al mio ragazzo che è in pausa pranzo oltreoceano e 10 minuti di ridicoli esercizi suggeriti da un’applicazione, giusti giusti per mettere la coscienza in pace rispetto ai trigliceridi di carboidrati che, essendo vegetariana in Perù, sono costretta ad ingurgitare ogni giorno. Accendo la radio: “Prima Pagina” di Radio 3 … se solo fossi stata così informata sull’Italia quando ci vivevo …

Ore 7.00: scricchiola la porta di fronte a me e con un magnifico pigiamone a prova di glaciazione e la faccia nascosta dai capelli intravedo la mia compagna di casa e di servizio civile, Yuriko. Colazione: immancabile il succo con la frutta del mercato. La maggior parte delle volte non so nemmeno cosa stiamo bevendo, ma se si aggiunge un platano si può stare tranquilli che verrà buono.

Ore 7.40: non si sa come, ma si esce da casa sempre di fretta! Il tragitto di un chilometro è impiegato nel leggere l’almanacco del giorno e valutare le minime differenze sulla disposizione e quantità dei cani nella strada. Ce n’è uno con un occhio nero e uno marrone, tre senza un occhio di fronte alla ferramenta, quello con le macchie nere che sta sempre proprio di fronte alla signora che nel suo carretto vende “pan con palta e jugo de cana” (pane con avocado e succo di canna da zucchero). Il fiume di bambini in divisa, rigorosamente con un “gorro” (cappello) sulla testa. I “combi” (bus collettivi) nei quali giovani “autoparlanti” umani urlano i nomi delle destinazioni.

Alle 8 si apre il Botequin, a Huancayo, l’ambulatorio del quartiere Ocopilla in cui presto servizio: annaffio le piante da neo responsabile orto quale sono. E poi partono le pulizie, perché non esiste personale apposito che pulisca l’ambulatorio, giustamente. E anche rispetto a questo aspetto sono certa di tornare in Italia con qualche abilità utile e gradita in più.

A parte questo ogni giorno serba qualcosa di nuovo: il numero di pazienti è imprevedibile, così come quello delle terapie. Io faccio colonterapie e riflessologia, che mi ha insegnato Norma, una delle mie colleghe, e incredibilmente, nei pochi trattamenti che ho effettuato, inizio a vedere una soddisfazione crescente nei pazienti. Una mattina alla settimana vado dal mio affezionato Signor Delfin per cambiargli il catetere e monitorargli i parametri vitali. 
Altri due giorni alla settimana è il turno delle periferie, una sorta di monitoraggio delle condizioni generali di salute dei vecchietti abbandonati o delle famiglie e bambini un po’ più bisognosi che abitano i sobborghi adiacenti a Ocopilla. Questa parte del lavoro è davvero interessantissima, le patologie più ricorrenti sono artrosi, gastrite, anemia, disfunzioni urinarie, che riescono ad apparire spesso irrilevanti rispetto ai fattori estrema povertà, difficoltà ad accedere al sistema di appoggio sociale, scarsissime condizioni di igiene, mancanza di servizi quali acqua corrente, luce e gas in cui vivono le persone di cui ci occupiamo. In ogni caso per loro è prevista la possibilità di usufruire gratuitamente delle cure offerte dal Botequin.

La cosa divertente in questo progetto è l’entrare in contatto con la parte più tradizionale e integra della cultura peruviana. Spesso parlano Quechua, tessono la lana (a volte così tanto che quando inizia a colpire l’artrosi a stadi avanzati si bloccano gli arti superiori nella posizione del cucire, che rimane l’unico movimento residuo), chaccano (masticano) coca, bevono acqua con le erbe medicinali che conoscono. Le donne indossano dalle 4 alle 5 coloratissime gonne sovrapposte una sull’altra, e spesso arrivano a pesare più di loro, e un immancabile cappello, del quale coi mesi abbiamo intuito la fondamentale funzione: a 3200 metri il sole picchia, forte! Quando mi reco a visitarle con le immancabili promotrici, cioè le volontarie della parrocchia, mi invitano sempre a sedermi sopra una pelle di pecora soffice, ma purtroppo credo possa essere uno dei fattori che hanno contribuito alla piacevole esperienza delle pulci mie e della mia coinquilina.

Alle 6 la mia giornata lavorativa finisce, e nonostante la pausa a pranzo lunga, le energie residue bastano giusto giusto per dedicarsi ai divertissement personali. Ogni volta che mi allontano dalla strada principale rimango affascinata e incredula al vedere come si possa pascolare in ogni piccolo minuscolo appezzamento verde, da come sia possibile vendere di tutto, letteralmente, per strada, senza necessitare di permessi, da quanti cani ci possano essere, liberi per strada anche se talvolta hanno un padrone, e come spesso siano i veri capi delle piccole stradine sterrate.

Huancayo offre tutto: è la tipica città che illustra cosa significhi “in via di sviluppo”: due centri commerciali e 4 mercati di negozietti monotematici (se non si contano i venditori ambulanti che raddoppiano il tutto). I supermercati naturalmente costano di più. Le super-palestre e i bambini che salgono sui bus a chiedere dei soldi. Gli scolaretti che dopo scuola seguono i loro hobby, e quelli che invece aiutano i genitori a lavorare. Le grandi catene di abbigliamento e le vie intere di bancarelle di vestiti e utensili di seconda, terza o quarta mano.

Una doppia visione, in cui noi operatori facciamo parte di quella che sta meglio, ma con la consapevolezza e il contatto costante con l’altra faccia della medaglia. Sharing is caring!

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