Un Terremoto di Ricordi

Sono passati più di 40 giorni da quando l’Ecuador è stato scosso da un violento terremoto di 7,8° della scala Richter. Le province di Pedernales, Manabi ed Esmeraldas sono state quelle che hanno subito i maggiori danni e purtroppo dove si registrano più vittime. Secondo stime ufficiali  fino ad oggi i morti sono circa 660 e circa 73 mila persone sono state costrette a spostarsi a causa del terremoto e ora vivono in rifugi organizzati, campi, famiglie ospitanti o insediamenti spontanei. Oltre 30.000 persone sono al momento ospitate in centri collettivi, dove è necessario rafforzare meccanismi di protezione e strategie comunitarie per minimizzare i rischi di violenze e abusi, soprattutto per donne, bambine e bambini, e per ridurre le crescenti tensioni tra gli sfollati.

Io quel 16 aprile non ero a Quito, capitale dell’Ecuador, dove sto svolgendo il mio servizio civile per la Unión de Afectados y Afectadas por las operaciones de la petrolera Texaco (UDAPT), un’organizzazione che da più di 20 anni sta portando avanti una causa legale, forse la più grande mai esista contro una multinazionale, la Chevron-Texaco. Io quel 16 aprile ero molto vicino l’epicentro del sisma. Ero a Mompiche, un pueblito di poco più di mille anime: per lo più pescatori, surfisti e albergatori. Un posto veramente fantastico. Ero lì, insieme ad altri amici volontari perché avevamo deciso di partire e festeggiare il compleanno di una nostra amica, rilassandoci, sulla costa.

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La giornata, fino a poco prima del terremoto, era stata eccezionale: giro in barca per le piccole isole vicino alla costa, brace di pesce su un atollo disabitato, rientro a Mompiche nel pomeriggio, empanadas, succo di frutta, foto al tramonto e ci andiamo a fare le docce prima di uscire per la cena.

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Tramonto Mompiche – 30 minuti prima del terremoto

Mi ricordo più o meno tutto di come sono andate le cose quel 16 aprile. Mi ricordo che 10 minuti prima del terremoto ero sul balcone del nostro ostello con Virginia (anche lei volontaria ed amica) a fumare una sigaretta in attesa di farci la doccia e avevamo sentito una lievissima scossa (però in Ecuador è una cosa comune e non gli abbiamo dato abbastanza peso). Mi ricordo inoltre che dopo ero sul letto aspettando che il nostro amico Jairo uscisse dal bagno. Mi ricordo Casi te Envidio canzone di salsa che l’ostello al lato del nostro pompava a tutto volume nella stanza. Mi ricordo che è iniziato a tremare tutto e la prima cosa che mi è venuta in mente è stata quella di mettermi sotto la porta (vaghi ricordi delle esercitazioni che si facevano durante le scuole). Mi ricordo che dopo pochi secondi l’elettricità è andata via e con Virginia decidiamo di uscire dalla nostra stanza di ostello, nel mentre cercavamo di richiamare il nostro compagno di stanza ancora in bagno. Mi ricordo la rampa di scale di legno che avevamo davanti e che oscillava a destra a sinistra. Mi ricordo che ci siamo fatti coraggio, presi per mano e siamo scesi, o abbiamo volato, non ricordo di aver toccato nessun gradino. Eravamo fuori, il nostro amico però ancora non usciva e la terra continuava a tremare, sempre più forte. Mi ricordo la strada che ondeggiava, sembrava elastica, flessibile, modellabile. Mi ricordo Jairo che finalmente ci ha raggiunto, praticamente in mutande e con un pantaloncino in mano. Mi ricordo la gente che gridava, pregava, i bambini che piangevano, scene di sensato delirio. Mi ricordo che cercavamo di allontanarci dai pali dell’elettricità e che continuavamo a stringerci la mano con Virginia. Mi ricordo che dopo circa 50 secondi la terra ha smesso di tremare ed il primo pensiero è andato in direzione della spiaggia. Il mare è a 15 metri da noi e la possibilità di uno Tsunami è reale. Non siamo in un film, purtroppo no, e quindi comincia l’evacuazione del piccolo paesino di pescatori. Mi ricordo che siamo rientrati rapidamente in stanza e dopo un minuto eravamo già fuori con i nostri zaini e dopo esserci rincontrati con gli altri amici abbiamo iniziato a seguire il flusso di gente che, con qualunque mezzo possibile, tentava di raggiungere il punto di raccolta situato a qualche chilometro di distanza e a qualche centinaia di metri dal livello del mare. Mi ricordo che mentre camminavo, il più rapido possibile, ho pensato veramente a tutto: la mia famiglia, i miei amici, a che non poteva finire veramente così.

Il punto di raccolta era situato in mezzo ad una strada, non c’era nessuno che sapeva darci delle notizie ufficiali. Si sono presentati solamente due poliziotti i quali ci hanno detto che dovevamo aspettare la mattina e poi capire cosa fare. Quindi ci accampiamo su una collinetta e dopo qualche ora inizia anche a piovere, ma la notte passa abbastanza tranquillamente: altre piccole scosse di assestamento, qualche pizzico di zanzara, canti religiosi e si fa giorno. Con la luce cerchiamo di capire come rientrare a Quito. Un signore, o meglio un santo, ci carica nel suo pick-up e ci porta fino ad Esmeraldas. Nel lungo tragitto, almeno un paio d’ore, iniziamo a vedere gli effetti devastanti del terremoto. Strade franate, case distrutte e famiglie disperate. Riusciamo a raggiungere il terminal di Esmeraldas, e con molta fortuna prendiamo il primo bus per la capitale e facilmente rientriamo a casa.

In questi 40 giorni gli aiuti per l’emergenza sono stati molti, anzi moltissimi. Tutto il mondo ha contribuito in qualche maniera ad aiutare le zone colpite ma quello che mi ha sorpreso e fatto sentire orgoglioso di essere in Ecuador e vedere e toccare con mano la solidarietà di questo paese. Tutti, dai più anziani fino ai bambini, hanno collaborato in qualche modo nel far si che gli aiuti arrivassero il prima possibile. Qui a Quito i centri di raccolta fino a qualche giorno fa erano saturi di volontari e di generi alimentari pronti ad essere inviati verso la costa. Il problema arriva adesso, quando l’attenzione mediatica nazionale ed internazionale inizia a scemare ed una nuova emergenza si sostituisce alla vecchia.

Il fatto è che ad oggi la situazione è ancora drammatica. La terra purtroppo continua a tremare. La settimana scorsa ci sono state altre due scosse molto forti e sono state percepite anche a Quito e per questo abbiamo dovuto annullare alcuni eventi che stavamo organizzando con la nostra organizzazione. Infatti il 21 maggio, in occasione della giornata mondiale #AntiChevron, a partire dal 2014, l’Ecuador ed il mondo cerca di sensibilizzare più gente possibile e diffondere quello che contadini, comunità indigene ed Amazzonia ecuadoriana hanno subito e sopportato per più di 30 anni. L’Amazzonia è ancora contaminata, le piscine di petrolio sono ancora visibili e da più di 22 anni la UDAPT sta ancora lottando per avere giustizia. Per la giornata mondiale #AntiChevron sono state realizzate diverse azioni: durante la riunione degli azionisti della multinazionale in California sono state presentate le carte rivolte ai fondi pensioni e alle organizzazioni religiosi che investono in Chevron cercando di sensibilizzare a disinvestire dai titoli della multinazionali. Inoltre questo anno va ricordato anche perché varie associazioni di tutto il mondo insieme alle vittime della Chevron, dell’Ecuador ma non solo, hanno sottoscritto un carta dal titolo “Mai più crimini corporativi. Ambientalisti e vittime delle azioni delle multinazionali uniamoci per chiedere giustizia” e per far capire l’entità degli effetti che la Chevron ha provocato, e provoca ancora oggi, è stata realizzata una mappa interattiva dei conflitti ambientali commessi dalla multinazionale del petrolio in tutto il mondo.

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Mappa dei conflitti ambientali della Chevron nel mondo.

Ad oggi sono più di 30 casi situati in tutti i continenti, ma l’atlante è in continuo aggiornamento. Una prima lettura rapida dei dati presenti in questa mappa ci fa capire quale è la portata del danno per le popolazioni direttamente colpite ma anche per chi lo è indirettamente: milioni di Afectados in tutto il mondo(cancro, leucemie, aborti spontanei solo per citare i più gravi), sversamenti di petrolio in zone ad altissima biodiversità, flora e fauna distrutte, tradizioni, culture e comunità indigene spazzate via per far posto al dio denaro, o meglio il dio oro nero.

Concludo riportando alcuni link e alcuni azione che la FOCSIV, insieme ai volontari in Servizio Civile in Ecuador ed ovviamente il nostro responsabile, sta portando avanti. Infatti la Federazione è intervenuta su entrambi i fronti: per la giornata #AntiChevron ha prima sottoscritto l’appello lanciato da ambientalisti, organizzazioni e vittime delle multinazionali che chiedono giustizia e successivamente ha supportato e pubblicato la carta rivolta alle organizzazioni religiose che investono in Chevron. Mentre per quanto riguarda l’emergenza terremoto il lavoro della FOCSIV si concentrerà inizialmente tra le regioni più colpite dal sisma, quella di Esmeraldas e quella di Santo Domingo De Los Tsachilas ed i fondi raccolti saranno impiegati in questa prima fase per offrire alloggi di emergenza alla popolazione sfollata, assicurare i generi di prima necessità e quel supporto umano necessario dopo un trauma come quello del terremoto ed in una seconda fase per realizzare progetti di sviluppo e reinserimento economico-sociale e per questo chiedo anche a voi di aiutare e supportare il popolo ecuadoriano.

Terremoto ecuador

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