Un minuto di 7.8

Ecuador, sabato 16 aprile 2016, mi trovo a passare il finesettimana al mare con un gruppo di altri 8 amici a Mompiche, località turistica sulla costa del Paese, per festeggiare il compleanno di una compagna del servizio civile e sfuggire ai lunghi finesettimana piovosi della capitale.

Non dovevo partire, quando il venerdì sera una delle mie coinquiline mi propone di prendere il suo biglietto del bus per andare al mare, perché lei ha la febbre alta e non può venire. La giornata del sabato trascorre serena, tra una gita in barca e un barbecue in una spiaggia deserta dove cuciniamo pesce e gamberoni alla griglia. Torniamo sulla terra ferma soddisfatti della giorrnata di mare con amici, ci godiamo il sole che tramonta e decidiamo di rientrare nele nostre camere nei rispettivi ostelli per farci le docce e incontrarci per cenare tutti insieme.

Dieci minuti prima del terremoto con un altro volontario del servizio civile ci troviamo sulla terrazza della nostra camera dell’ostello al primo piano quando la bottiglietta d’acqua sul cornicione trema per qualche secondo, ci scambiamo un paio di sguardi allarmati e mettiamo da parte il pensiero, considerandola una scossa di poca importanza. Ci eravamo sbagliati, 18:58 ora locale inizia il terremoto. Le pareti di bambú della camera iniziano a scuotersi violentemente, va via la luce, si iniziano a sentire grida disperate. Saltiamo in piedi e dopo pochi attimi di spaesamento, decidiamo di precipitarci in strada. La scossa è ancora in atto e aumenta di intensità. Ci voltiamo a cercare il nostro compagno di stanza che si stava facendo la doccia pochi attimi prima del momento della scossa. Ci raggiunge, sta bene.

Sentiamo vibrare la terra sotto i piedi, l’asfalto si muove e i pali della luce oscillano pericolosamente. Ci teniamo per mano cercando di manetenere la calma e tentando di spostarci dal raggio di caduta delle strutture pesanti, ma è un minuto e mezzo di caos. La terra smette di tremare e tiriamo un sospiro di sollievo.      Nel buio tutti corrono e iniziano a caricare oggetti sulle macchine per scappare, un gruppo di persone grida che una famiglia presa dal panico si è buttata dalla terrazza della propria casa che stava crollando.

Un gruppo di persone nel crepuscolo guarda il mare, c’è bassa marea, è un fenomeno normale a Mompiche durante questa stagione e a quell’ora, ma il ritirarsi del mare è anche uno dei segnali d’allarme del potenziale arrivo di uno tsunami e il dato ci viene alla mente giusto in quel momento. La notizia incomincia a propagarsi di bocca in bocca e gli unici due poliziotti sul posto mi confermano l’informazione: “Siamo in contatto con la Segreteria Nazionale di Gestione del Rischio, non si può ancora dichiarare cessata l’allerta tsunami. Dovete evacuare, nessuno può rimanere nella località, le costruzioni non sono in condizioni di sicurezza, bisogna mettersi in salvo da possibili crolli, seguite i cartelli con scritto -ruta de evacuación- fino a uno spiazzo dove si sta radunando tutta la popolazione. È la collina piú alta di Mompiche, gli abitanti della zona sanno che è quello il punto di incontro designato in caso di emergenza.”

Nel frattempo il nostro compagno inizia a cercare informazioni de sisma nella rete con il suo smartphone. Iniziano a spuntare le prime cifre su morti e scomparsi, la magnitudo è 7.8 e siamo vicini all’epicentro, molto. Ci rendiamo conto che la situazione è grave. Il primo pensiero è personale, intimo: “Virginia, sei cosciente che se è uno tsunami siete troppo vicini alla costa, anche se ti metti a correre in questo momento, ci sono fondate possibilità che quelli che stai vivendo siano gli ultimi minuti della tua vita”, respiro profondamente e decido razionalmente che quel pensiero in quel momento non mi è funzionale, perché bisogna reagire e farlo in fretta. Il secondo pensiero va alla mia familglia in Italia: faccio mentalmente il calcolo dell’ora, sono le due di notte là, penso che devo sfruttare il vantaggio di alcune ore per avvertire i miei genitori prima che si sveglino e a colazione vedano le notizie del mattino. Cerco di telefonare al mio coordinatore a Quito, sicura di trovarlo preoccupatissimo al leggere le prime notizie sulla zona dell’epicentro. Non riesco a prendere il segnale, sono saltate le linee di comunicazione, ma per fortuna non internet.

Decidiamo che dobbiamo muoverci rapidamente, riunirci con le altre ragazze e raggiungere il punto di riunione. Nel frattempo riusciamo a parlare con il nostro responsabile, il quale ci comunica di essere in contatto con l’Ambasciata italiana e l’Unità di crisi della Farnesina già mobilitate.
Ci accampiamo nell’erba coi teli da  spiaggia che abbiamo e nel giro di poche ore inizia un temporale. Una famiglia ci offre di sistemarci sotto un ombrellone per ripararci dall’acqua. Nessuno ci conferma la fine dell’allerta tsunami fino a notte inoltrata. Non riusciamo a parlare con le autorità fino a che due poliziotti arrivano sul posto in moto, radunano la gente e, cercando di far tornare la calma, spiegano che per motivi di sicurezza è consigliato passare la notte dove ci troviamo, perché il terremoto ha causato frane e danni alle strade che non sono ancora ben quantificabili. Non ci resta molto da fare, restiamo uniti, cerchiamo di tenere a bada la preoccupazione e avvisiamo le nostre famiglie, approfittando dei soli due telefoni con internet di cui disponiamo in 9 persone prima che finisca la batteria. Fa freddino e incominciano a pizzicarci gli insetti, ma siamo vivi e cominciamo a realizzarne il valore.

La mattina presto decidiamo che non ci resta altra opzione che cercare di tornare nelle città dove viviamo anche se le voci che corrono sono che le stazioni dei bus sono chiuse e non stanno vendendo biglietti. Una famiglia ci carica nel cassone posteriore del suo pick-up e ci porta fino alla città di Esmeraldas a circa un’ora di strada. Osserviamo il paesaggio che scorre veloce, ci sono crepe nell’asfalto e alberi caduti, ma si può passare. Rallentiamo davanti a una casa completamente sventrata nei dintorni di Muisne, dentro si intravedono i divani del salotto dell’abitazione e fuori un capannello di persone sta confortando e aiutando i padroni di casa. Nelle ore successive riusciamo a trovare i biglietti per tornare a casa, ma finché non ci sediamo e il bus si mette in moto non ci crediamo. Riusciamo ad arrivare a casa nel tardo pomeriggio, rispondiamo ai moltissimi messaggi ricevuti, tranquillizzando familiari e amici. La tensione si abbassa, nella sfortuna di trovarci vicinissimi all’epicentro, stiamo tutti bene e siamo stati fortunati.

Non è stato facile oggi pomeriggio, a una settimana di distanza, trovarsi davanti al foglio bianco e raccontare quello che è successo, ciascuno di noi l’ha vissuta a suo modo e i primi pensieri dopo la scossa non saranno stati gli stessi per tutti. Credo che  però la consapevolezza di aver rischiato molto e la riconoscenza inconscia per esserne usciti illesi è una costante che accomuna le sensazioni e i racconti dei volontari in servizio civile FOCSIV in Ecuador.

Siamo venuti in Ecuador per impegnarci un anno come volontari  in differenti progetti di diritti umani e sviluppo sociale, nel mio caso il progetto di servizio civile con l’organizzazione non governativa HIAS prevede principalmente la promozione dei diritti di persone rifugiate e richiedenti rifugio e l’accompagnamento psicosociale nel loro processo di integrazione locale in Ecuador. Una missione di operatori HIAS sta collaborando con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati nella distribuzione di tende, cibo e beni di prima necessità in alcune delle zone danneggiate dal terremoto, cosí come nel supporto psicologico dei piú vulnerabili.

Come volontari stiamo continuando a lavorare a pieno ritmo nei progetti di servizio civile assegnati e nel tempo libero cerchiamo di mobilitarci secondo le nostre possibilità nella macchina degi aiuti alle popolazioni colpite. Non si può negare che stiamo affrontando dei livelli di stress piuttosto pesanti; anche perché la terra è tornata a tremare pochi giorni fa con una scossa di magnitudo 6. In particolare in questa prima fase vogliamo caldamente evitare sensazionalismi recandoci nelle zone del terremoto senza la dovuta preparazione e organizzazione logistica, cosa che si è verificata in molte delle zone colpite, dove la presenza di volontari allo sbaraglio ha creato problemi rilevanti. Siamo convinti che sia nostro dovere portare testimonianze sull’esperienza vissuta e informare sulla situazione attuale le persone in Italia, dove il terremoto dell’Ecuador è già un trafiletto di coda nella stampa nazionale; sicuri che il nostro appello per aiutare la popolazione ecuatoriana in questa dura fase verrà raccolto, da ciascuno secondo le proprie possibilità.
Grazie.

Virginia Berni – Volontaria Servizio Civile Focsiv, Progetto Caschi Bianchi Quito, Ecuador.

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causale: TERREMOTO ECUADOR
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