Un anno per costruire

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Sei albanese ormai. Questa frase mi viene ripetuta spesso ultimamente. A me, che se un anno fa mi avessero detto che avrei passato un anno della mia vita a vivere in Albania, a Berat, avrei riso etichettando come pazzo il mio interlocutore. E ora invece sono diventata albanese.

Cosa vuol dire? Parlo un pochino questa lingua, sì, l’ho imparata consumando tutti i miei neuroni per l’apprendimento delle lingue straniere, ma va bene così. Per tutto questo tempo è stata la lingua più importante per me, perché apprendendola, pian piano, ho iniziato a costruire un ponte. Ma non quei ponti che abbiamo in Italia, uno di quelli a mattoni di pietra, a schiena d’asino, di cui l’Albania è piena, memore del suo passato ottomano.

Sono diventata albanese perché ballo in cerchio come loro? Vi sfido a restare impassibili e seduti davanti alla musica e all’entusiasmo che pervade la compagnia non appena partono i balli popolari. E io mi sono ritrovata tantissime volte in questi momenti di festa. I balli in cerchio non sono un luogo, ma una situazione che si crea, magari all’improvviso, e dura fino a che mantieni la costanza tra passo e respiro, che non è proprio facilissimo.

20191212_175423Ho acquisito punti albanesi perché ho fatto i byrek con le maestre (tipiche torte salate albanesi, ripiene di qualsiasi cosa. Consiglio vivamente quello alle zucchine)? Conoscere la cucina del posto fa parte dell’avventura. Imparare le ricette tipiche aggiunge semplicemente un mattone in più a quel ponte che vi dicevo prima. Farla diventare vegana è il passaggio estremo in cui o ti buttano giù dal ponte (ma cosa mangi allora? Domanda ricorrente) o ti rendi conto che anche dall’altra parte si sta costruendo qualcosa, magari la stessa cosa che hai iniziato tu.

Sono un po’ albanese perché canto con entusiasmo le canzoni dell’orgoglio rossonero (Kuqe e zi della grande Elvana Gjata, provare per credere); o perché ho imparato tanti modi di dire, uno tra tutti avash avash bëhet sheleku dash, (letteralmente “piano piano anche l’agnello si è fatto montone”, che tradotto nel patrio idioma potrebbe suonare come “”piano piano s’è fatta Roma); o perché mi sono ritrovata a guardare le telenovele turche, sottotitolate in albanese, che hanno creato tanta indignazioni condivisa da me e le maestre, essendo tutte concordi nel dire che è finita troppo presto e che in fondo la piccola Oyku meritava un futuro migliore (qui mi fermo per non spoilerare ai potenziali interessati).

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Comunque io non so perché gli altri e le altre mi vedano come una albanese. Forse per tutte queste cose, prese insieme o singolarmente. Io so solo che in questa terra ci sto per lasciare un pezzo di cuore, riportandomene indietro però un migliaio di altri, nuovi, piccoli, leggeri, vecchi, grandi, pesanti. Ognuno rappresenta un piccolo mattone di quel famoso ponte che ho costruito, che poi non è stato neanche troppo grande, giusto lo spazio per farci passare in mezzo il mare Adriatico in fondo.

Ma la chiave di volta? È forse quello il punto in cui converge tutta la mia trasformazione. È lì che si concentrano tutte le forze, le sensazioni, le vicende e le avventure di un anno di Servizio Civile. È lì che converge tutto.

E la chiave di volta di questo ponte che ho impiegato un anno a costruire è fatta di tutte le emozioni provate:

  • Gioia per la condivisione della quotidianità con i bambini e i disabili; dolore nel vedere la povertà che ti circonda e l’ingiustizia di chi ne è colpito;
  • felicità, che riscopri nelle cose più semplici, come un aeroplanino di carta o un palloncino pieno d’acqua;
  • frustrazione per gli insuccessi, per non essere in grado di spiegarti in quella lingua così difficile;
  • nostalgia di casa, degli affetti più stretti;
  • forza, che non so se sia proprio una emozione, ma è quella che ti pervade ogni giorno, sia quando provi sensazioni positive che negative. È quella che ti fa continuare a impastare la calce, che ti fa scegliere il mattone giusto per il tuo ponte.

Vi sarò sembrata banale nella descrizione di queste emozioni, o poco esaustiva. E avete ragione. Le emozioni più vere, quelle me le tengo per me. Un po’ perché sarebbe impossibile vederle apparire nero su bianco sul foglio digitale del computer e un po’ anche perché ne sono profondamente gelosa. Sono le mie emozioni, è quello che ho vissuto io, non potete capirlo se non lo avete vissuto intensamente, quanto me, qui.

È difficile spiegare a occhi lontani cosa si prova nel vedere un ragazzo disabile, con un mare di difficoltà motorie, riuscire a fare da solo la Shqiponja albanese con le mani; o anche provare con tutta te stessa a creare un contatto con un bambino, indifferente a te in un modo quasi adulto, ma che dopo mesi riesce a chiederti un disegno. È lì che capisci che ti stava osservando, studiando, e alla fine hai vinto quella battaglia di fiducia e sei diventata, chissà in che modo poi, la sua compagna di squadra preferita nel calcetto pre – compiti.

Capite quanto può essere difficile scrivere di queste cose, raccontarvi di ogni mattone messo su quel ponte e perché è semplicemente impossibile. E ora che tutto sta per finire, mi guardo il mio ponte e sono felice e grata per aver avuto la possibilità di fare questa esperienza, di mescolarmi con l’altro, confrontandomi con una realtà lontana e diversa da quella in cui sono cresciuta, di un anno passato a sporcarmi le mani in prima persona, riuscendo tra le altre cose, anche a capire più a fondo me stessa. Straordinario vero?

Cecilia Procaccianti, casco bianco ENGIM a Berat, Albania.

Cecilia Procaccianti

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