Ti sei fatto straniero e ti hanno accolto

straniero

Troppo spesso ormai si sente parlare di accoglienza, di immigrazione, di integrazione. Tutti temi scottanti, che fanno scaldare gli animi, temi che per molti sono motivo di rabbia, di critica, di incomprensione. Tutti i popoli sono stati migranti, ma non tutte le genti sanno anche solo immaginare che cosa significhi essere stranieri. Che cosa significa allora farsi straniero? Non si è di certo stranieri quando si parte in vacanza per un paese esotico, e non si è stranieri nei panni del turista, piuttosto, lo si è quando ci si ritrova completamente immersi in una cultura talmente lontana che a tratti sembra di essere salito su una macchina del tempo, lo si è quando ci si ritrova a mille miglia lontano da casa, dai volti conosciuti, dai modi di fare familiari, dalle proprie abitudini, dalla propria cultura, lo si è quando l’unico a conoscerla sei tu. Si è stranieri quando ti capita di capire che i discorsi che fai con le persone vengono interpretati, alle volte, in maniera così diversa che sarebbe difficile persino raccontarle, queste maniere.

Si è stranieri quando ci si rende conto di doversi dimenticare qualsiasi abitudine avuta finora ed essere disposti a mettersi nei panni di un neonato che deve reimparare tutto d’accapo, a partire dalle più semplici azioni quotidiane come raccogliere l’acqua o lavarsi, quando le tue comodità non esistono ed ogni “necessità fa virtù”, quando devi sforzarti di trovare un’attività di svago completamente diversa da quelle conosciute fin ora, come correre nel fango con i bambini, che anche se ti stanca, ti riempie di energia, si è stranieri quando bisogna trovare un nuovo cibo preferito perché di quello che per te è usuale, non ce n’è l’ombra nemmeno a 200 km. Si è stranieri quando, nonostante la nostalgia, si scopre che non c’è cosa più bella se non sentirsi accolti.

Accoglienza è una stretta di mano. Accoglienza sono i mille “Karibu” che ogni persona del villaggio ti rivolge. Accoglienza è saper usare il linguaggio universale del sorriso. Accoglienza è il canto di una famiglia, la notte di Natale, che rievoca i suoni di lingue ancestrali. Accoglienza è un Chai caldo, che ti viene offerto in una chiesa che è ancora un cantiere, quando è ormai buio e sei di ritorno da una lunga giornata, la macchina è rimasta impantanata nel fango e tu sei zuppo per via della pioggia incessante. Accoglienza è un bambino che ti corre incontro per chiederti una caramella, senza dirti “per favore”, perché in questa terra nessuno lo usa, e anche se non ce l’hai ti prende per mano e ti accompagna a casa.

Accoglienza è l’abbraccio di una signora anziana con la quale non riesci a comunicare, perché parla solo il dialetto locale, e ti mette una mano in testa, segno di benedizione nella cultura masai. Accoglienza è la risata di qualcuno nel vedere un bambino piangere e scappare alla presenza di un “muzungu”, solo perché non ne ha mai visto uno. Accoglienza è una donna che senza chiedertelo viene da te e vuole accarezzarti i capelli, perché nel villaggio donne e uomini li hanno tutti rasati. Accoglienza è un passante che pur non conoscendoti ti viene incontro e ti chiede come stai. Accoglienza sono gli adolescenti curiosi che quando ti sono vicino osservano attentamente il colore della tua pelle e sorridono. Accoglienza è la timidezza di una bambina sieropositiva, incredula nel vedere qualcuno che le porta un quaderno e dei colori nel giorno in cui si trova in ospedale per ricevere la sua cura. Accoglienza è l’entusiasmo dei bambini, che arrivano correndo, sporchi di fango e con il loro odore forte, quando il venerdì sera hanno la possibilità di vedere un film.

Accoglienza è la felicità delle persone nel vederti partecipare alle loro lunghe cerimonie e la voglia di ascoltarti, alla fine, per portar loro anche i saluti del papa, perché vieni da Roma. Accoglienza è condivisione, condivisione delle diversità. Si è stranieri quando si è circondati da ciò che non è familiare e da diversità che a volte iniziano ad essere scomode. Quelle diversità che ai più fanno paura, che è più facile demonizzare e criticare, invece di provare a conoscere.

Novembre 2017, ho scelto di partire per ascoltare un richiamo, ho scelto di farmi straniera e di non avere paura. Ho scelto di partire per non rimanere dentro al confine del piccolo mondo che spesso altri disegnano per noi. Ho scelto di partire per impegnarmi e per mettermi a servizio degli ultimi, di coloro che se non conoscono, non è per scelta. Ho così imparato che la favola del villaggio in Africa è una storia scritta non solo dal sorriso dei bambini, ma anche da innumerevoli difficoltà che nascono, il più delle volte, dalla mentalità delle persone che non hanno idea di cosa sia il mondo al di fuori. Sperimentare tutto questo mi ha fatto capire come nei progetti di sviluppo sia fondamentale basare e costruire i rapporti sulla fiducia, e quanto questo sia estremamente difficile quando ad incontrarsi sono due culture e due mentalità tanto lontane e diverse. La fiducia, la complicità e la conoscenza reciproca sono pezzi fondamentali del puzzle dell’integrazione e dello sviluppo, da cui si dovrebbe partire per iniziare a costruire qualcosa, mirando allo stesso grande obbiettivo: le possibilità.

I volontari in servizio civile sono solo un piccolo tassello nel grande puzzle delle possibilità, un tassello senza il quale questo immenso disegno non esisterebbe. Ho iniziato a pensare all’Africa come a quel vecchio gigante che esiste da sempre, scomodo per qualcuno, ricchezza inestimabile per qualcun altro, di cui tutti parlano, ma che in pochi conoscono veramente, o meglio, solo i coraggiosi che sono stati capaci di superare il muro delle scomode apparenze e delle diversità. Ho iniziato a pensare all’Africa come a quel vecchio amico di una vita che ci sarà sempre, ma che se ripensi a quando vi siete incontrati per la prima volta avresti giurato che non ci avresti mai più avuto a che fare, e di come ti sei stupito di lui imparando a conoscerlo giorno dopo giorno. Quando si incontra qualcuno che non ci va a genio, qualcosa che ci sta scomodo, basta fare un piccolo atto di coraggio ed essere, semplicemente, curiosi. Darsi così la possibilità di superare una barriera, perché in fondo, come recita Gaber “l’universo sa soltanto che senza due corpi differenti e due pensieri differenti non c’è futuro”.

Veronica Manduca – SCN in Kenya con Engim

http://volontari.engim.it/ti-sei-fatto-straniero-e-ti-hanno-accolto/

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *