SURREALISMO

SURREALISMO

¡Yo también quiero pintar! Mi mamá nunca me deja. ¡No quiere que me ensucie!

Sono nella sala de talleres di Asylum Access, ong dove svolgo il mio anno di servizio civile. Sto dipingendo tre cassette di legno con i colori del nostro logo. Domenica abbiamo l’evento al Parque la Carolina, che sto organizzando da settimane con le altre organizzazioni della cittá che si occupano di Movilidad Humana, e il nostro stand deve splendere.
Anche se noi siamo in ginocchio.

Appoggio il pennello, sorrido a Heilyn e le dico di aspettarmi un attimo. Sfreccio nello stanzino dove Lety custodisce la cancelleria dell’ufficio, rubo due cartoncini bianchi formato A4 e corro a tirar su le maniche del golfino rosa di una bambina colombiana di 9 anni.

Sua madre sta facendo una preparación a entrevista con Sayra per l’intervista alla Dirección de Refugio. Quattro colleghi hanno portato su per le scale la sedia a rotelle gialla, vecchia e un po’ cigolante, e mi hanno lasciato in consegna la piccola, tra le tempere e l’effetto serra del patio coperto.

Stando attenta a che non si sporchi le sto accanto, passandole i pennelli con i colori e rispondendo alle sue mille domande. Arrivata in ufficio ho controllato la posta, e alle mie spalle dal pc sta suonando l’ultimo mix caricato da djZwalla arrivatomi fresco dalla pagina MixCloud del collettivo HAPE. Un po’ di tropicalsoundclash per affrontare con buena onda gli ultimi due giorni di una settimana difficile.

Gli occhi di Heilyn si riempiono di meraviglia mentre mischio il giallo e il blu e le regalo un bellissimo verde smeraldo. Poco dopo rifaccio lo stesso gioco con il giallo e il rosso, e il suo sorriso si accende di sorpresa. Mi chiedo per un attimo, se va a scuola.

L’ufficio di Asylum Access Ecuador si trova in una casa esquinera, bianca, a due piani.
Un hogar piú che un lugar.
Negli ultimi otto mesi ho passato piú tempo qui che in qualsiasi altro luogo, tra difficoltá, risate, giornate infinite, pranzi al sole in cortile, chiacchiere, amici, scontri e incontri, innumerevoli tazze di caffé e torte di compleanno. E come spesso succede uno si rende conto dell’importanza delle cose quando non le ha piú.

Venerdí scorso il personale di tutti gli uffici del paese, dall’ultimo volontario ai coordinatori, é stato convocato per una riunione di cui nessuno sapeva nulla, con due giorni di preavviso e l’ordine tassativo di cancellare qualsiasi impegno preso per la giornata. In una settimana in cui eravamo tutti occupatissimi con gli eventi per il Día Mundial del Refugiado organizzati da settimane tutto questo mistero e la presenza della direttrice della Fondazione in arrivo dalla sede centrale di San Francisco, non facevano presagire niente di buono.

Il personale é stato diviso in due gruppi, quello di cui faccio parte é spedito a Cumbaya, a nord di Quito, mentre l’altro gruppo si riunisce nell’ufficio amministrativo della Fosh, quartiere della movida e degli ostelli per turisti. Con noi una psicologa che ha lavorato nel campo delle migrazioni, che ci da una capacitación sull’autocuidado e il burn out, una buona pratica e un concetto ben noti nei nostri uffici, dove ogni giorno siamo a contatto con persone in stato di necessitá, storie tragiche e situazioni difficili, e in cui le cose da fare sono sempre piú di quelle umanamente fattibili. Dopo nemmeno mezz’ora, lo sbrocco corale del personale di tutti gli uffici da Guayaquil a Lago Agrio. Vogliamo sapere perché siamo li, perché tutto questo mistero, perché abbiamo dovuto mollare di punto in bianco i nostri impegni, gli eventi organizzati, le persone che seguiamo per catapultarci a un taller che per quanto utile capita in un momento decisamente inopportuno. Le persone in sala sono all’ottanta per cento volontari, paesi e lingue che si mischiano. Accenti spagnoli da diversi continenti.

Finalmente arriva Karina Sarmiento, direttrice di Asylum Access Ecuador. Dietro di lei Diana Essex-Lettieri, direttice esecutiva della fondazione. Basta il viso di Karina, per far calare il silenzio. Dice tre parole, e non riesce a trattenere le lacrime. Sento l’apnea dei miei colleghi, junta con la mia. A seguito delle politiche firmate Trump, il PRM (Bureau of Population, Refugees and Migration), che finanzia l’80% delle nostre attivitá, ci ha tagliato i fondi. Si parla di qualcosa come piú di un milione di dollari. Tra lo sgomento e gli occhi lucidi, scopriamo che i nostri colleghi, i nostri amici, i nostri vicini di scrivania, i nostri superiori convocati alla Fosh sono stati licenziati, chi nel giro di una settimana chi nel giro di un mese. 22 persone. 22 famiglie. Tra loro tanti genitori single e anche alcuni rifugiati o richiedenti rifugio. Competenze, passione e professionalitá sono state sbattute fuori dalla porta dall’oggi al domani, con dolore ed incredulitá.

Due uffici nazionali chiudono i battenti. L’intera area di Litigio Estrategico e la sua coordinatrice, avvocata di grandi ovaie e grande competenza, incaricata di portare alle corti internazionali per i diritti umani i casi piú emblematici e che possono fare giurisprudenza, spariscono. Cosí come tutti i coordinatori locali e il coordinatore nazionale di Asesoría Legal, oltre a svariati consulenti legali. Le posizioni vacanti in coordinazione regionale vengono chiuse, l’ufficio di amministrazione ridotto all’osso, e a Quito la nostra recepcionist tuttofare che ‘sin Leticia no hay Asylum’ sta giá facendo la lista delle cose che puó insegnarci in troppo poco tempo. I nostri servizi sono temporaneamente dimezzati, le classi di lingua sospese, i fondi per gli incontri delle donne evaporati. Non sappiamo quanto a lungo rimarremo in questa casa, che ci ha visti sopravvivere al lunghissimo inverno di quest’anno e a molte giornate infinite. Ci abbracciamo l’un l’altro, incapaci di assimilare la notizia.

Chi rimane sono principalmente le persone pagate attraverso i fondi del Progetto finanziato dall’UNHCR, e i volontari.

Le persone che se ne vanno dal mio ufficio sono quelle che in questi mesi mi hanno dato tutte le opportunitá possibili. Sono quelle che si sono fermate a chiacchierare sedute sulle scale alla fine di una giornata pesante. Sono quelle che hanno aguantato la mia insistenza, il non volermi occupare di assistenza legale ma di enlace comunitario, donne, eventi. Sono le persone che mi hanno dato fiducia, comprendendo quello per cui sono portata. Sono le persone che hanno iniziato ad insegnarmi quello che volevo imparare qui. Sono le persone che a Natale mi hanno regalato una cornice con una foto mia e di nonna rubata da facebook da mettere sulla scrivania.

Si stanno cercando nuovi fondi. Le politiche di Trump e la sua messa sotto attacco ai diritti umani hanno scatenato un grande movimento di opposizione. E’ una situazione temporale.

Dicono.

Quante organizzazioni che si occupano di migranti, rifugiati, invisibili e dimenticati staranno attraversando in questo preciso istante la stessa situazione. Asylum ha deciso di intervenire duramente in Ecuador perché qui sará piú facile riaprire percorsi quando l’organizzazione si sará stabilizzata, in Messico si stanno incominciando a vedere adesso i primi, piccoli risultati di anni di lotte, intervenire sugli uffici di Tanzania, Thailandia e Malesia avrebbe voluto dire chiudere per sempre spiragli di porte aperti in anni di lavoro in luoghi in cui non é nemmeno stata firmata la Convenzione del 1951, che per quanto puzzi di stantio ad oggi é ancora l’unico strumento in base al quale si riconosce una qualche forma di protezione internazionale. Quante piccole organizzazioni che a volte rappresentano l’unica porta aperta ai rifugiati e ai migranti, avranno dovuto chiudere, lasciando nell’impotenza migliaia di persone.

Domani é di nuovo venerdí. E tutto mi sembra surreale.

Se domani ci dicessero di chiudere perché non ci sono piú rifugiati, perché non ci sono piú persone che scappano da violenze, atrocitá, fame, dittature, guerre, repressioni, bombe, sarebbe una festa. Trovarsi costretti a dimezzare i propri servizi e la propria utilitá, che danno appoggio a migliaia di persone, per l’odio di una sola, é frustrante.

‘Abbiamo affittato una stanza in questo edificio perché vedere Asylum dall’altra parte della strada ci da sicurezza’, racconta un richiedente asilo yemenita ad una amica e collega in servizio in un’altra organizzazione. ‘Anche se non sempre ci potete aiutare, continuiamo a venire qui perché qui stiamo bene, perché c’é sempre qualcuno pronto ad ascoltarci’ ci dice tra i singhiozzi Diana della Red de Mujeres quando comunichiamo al gruppo degli ultimi sviluppi e delle conseguenze. ‘Vengo perché é meglio stare qui, che a casa mia da sola’, racconta oggi a Louise che sta dando lezioni di spagnolo agli extracontinentali, una ragazza colombiana. Che la lezione di spagnolo avrebbe dovuto darla lei, ci racconta a pranzo la nostra collega francese.

Domani se ne vanno i primi cinque. Siamo riusciti ad avere mezza giornata libera, per mangiare tutti insieme e cercare di rendere meno amara una giornata che ancora non crediamo reale.

Dietro di me il suono del mondo in cui credo, come recita la pagina web l’obiettivo del Collettivo HAPE è quello di promuovere l’incontro, lo scambio e la condivisione di idee fra persone con background, provenienza, età, professione e stile diversi. HAPE è un movimento globale, e aperto a tutti.

Aperto. A tutti.

Accanto a me una bambina di nove anni con le mani sporche di colore, le trecce, e una vecchia sedia a rotelle pesantissima da spingere sui marciapiedi sconnessi e i saliscendi di Quito, questa mattina non voglio neanche sapere scappata da quali atrocitá nel suo paese di origine perché no aguanto, con una madre soltera, una discapacidad psicofisica, e pochissime risorse.
Eccola qui in tutto il suo metro e venti la grande minaccia davanti alla quale il mondo occidentale Stati Uniti d’America in testa, vuole alzare muri per proteggersi dachissápoichecosa.

Heilyn richiama la mia attenzione. ¡Ahora el rojo! Vuole il rosso per la prima linea di un arcobaleno.

Mi viene in mente una delle cartoline che ho infilato nei pacchetti incartati a dicembre per l’evento con i figli dei rifugiati: ‘Al final siempre sale el arcoiris. Es cuestión de que pase el chaparrón.’

Come ripete a tutti Lety in questi giorni, col suo accento venezuelano e il suo sorriso contagioso appannato da una fossetta triste che non le avevamo mai visto prima, tra i deliri, i conteggi, le tabelle e gli informes di chiusura del mese e chiusura di questo ciclo della fondazione:

¡Animo! Que vamos a regresar pronto y mejores que antes. OISTE?!!

I momenti di rottura, di cambio, di rivoluzione, possono rappresentare opportunitá, forza e rinnovamento. E’ un momento di crisi, ma dalle crisi si impara molto.

¿OISTE, Mr. Trump?

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *