Speranza: questa è la mia parola

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Arrivata a metà del mio percorso di Servizio Civile, ho deciso di raccontare la storia di un ragazzo che ho avuto il piacere di conoscere al Centro de Rehabilitación Qalauma, perché mi ha permesso di riflettere sul fatto che molte volte non attribuiamo la dovuta importanza a questioni come famiglia, benessere e vita, che non sono per niente scontate.

Il nostro primo incontro risale al mese di marzo, quando con la mia lista in mano sono andata nella sua Area chiamandolo per nome e cognome, senza sapere quale volto mi si sarebbe presentato davanti.

Arrivati al mio ufficio, abbiamo iniziato a parlare della sua situazione giuridica, e in quel momento é cominciato il racconto della sua vita.
Sono stata tutto il pomeriggio ad ascoltare la sua storia perché fiumi di parole uscivano dalla sua bocca e mai nella vita sono stata così in silenzio: non servivano domande perché il suo bisogno di parlare e di sfogarsi era talmente forte, che un’interruzione avrebbe rovinato l’atmosfera.

Sua mamma è venuta a mancare quando lui aveva 4 anni a causa di un avvelenamento, mentre all’età di 6 anni ha perso il padre per mano di qualcuno. Lui e i suoi fratelli hanno iniziato a vivere per la strada, ed è così che ha perso anche il fratello maggiore, morto congelato in una delle notti fredde di El Alto. Per ultima ha perso la sorella, ritrovando un giorno il suo corpo massacrato e senza vita.
Lui ha continuato la sua vita da solo, dormendo, mangiando, vivendo per la strada come un “chico de calle”, fino a quando una donna conosciuta per le vie della città non l’ha adottato. Con questa signora non ha mai stretto una buena relazione, perché a lei non importava nulla di lui, lo usava solamente per il lavoro e per ricavare denaro, tanto che arrivò a venderlo a una famiglia peruviana. Con quest’ultima non ha vissuto molto tempo perché ha subìto violenza física e psicologica e, come nella precedente famiglia, veniva sfruttato per l’aspetto economico.

Finalmente ha trovato il coraggio di scappare, rifugiandosi in una Chiesa, nella quale ha incontrato tre credenti che lo hanno aiutato a credere in se stesso tramite la fede in Dio, che fino a quel momento gli era sconosciuta e, grazie all’aiuto di  queste tre persone, è riuscito a trovare il modo di tornare a casa, in Bolivia.
Qui ha ricevuto l’appoggio di qualche professore di scuola ma, nello stesso tempo, veniva discriminato dai suoi compagni di classe, perchè i suoi vestiti erano rotti e sciupati ed il materiale scolastico scadente.

Alcuni sacerdoti lo aiutavano per quanto riguarda il cibo ma era impossibile riempire il vuoto che c’era dentro lui; così, per trovare un modo di affrontare tutto questo, ha trovato conforto nell’alcool.
Per ironia della sorte, la vita lo ha fatto inciampare in quella che è la giustizia boliviana portándolo al Centro Qalauma.

A differenza degli altri ragazzi, non soffriva così tanto la privazione di libertà, perché un piatto di cibo era assicurato, un tetto sotto il quale dormire lo aveva, ma soprattutto non si sentiva più solo, perché aveva incontrato dei compagni con cui condividere un pezzo della sua vita.

Al Centro si e’ allontanato dall’alcool per dare spazio al nuovo sé, apparentemente forte, e con la voglia di fare e di apprendere coglieva qualsiasi possibilità gli venisse data; questi aspetti, assieme all’elevata intelligenza, sembravano imporsi su tutto ciò che lo aveva fatto soffrire.
A volte mi sembrava di ascoltare un poeta o un filosofo per le parole che utilizzava e per i ragionamenti che faceva.
Quando parlavo con questo ragazzo, quello che più si notava era il dolore, la sofferenza e la depressione che lo divoravano vivo.

La vita di strada ti fa crescere in maniera differente, forse ti obbliga a crescere in fretta, a temere gli altri e a sentirti sempre come se la vita fosse oggi e domani chissà.
Spesso la solitudine e la depressione si nascondono dentro le persone, ma sono vive e presenti ogni giorno, tanto da non vederne una via d’uscita cosí da sentirsi morti dentro. Morti a 22 anni.
Voglio si rifletta su cosa significa sentirsi male e non sapere cosa fare, sentirsi come se non si avesse nulla nella vita per cui combattere. Perché questi sono i sentimenti di questa storia, ma sono vivi e accomunano tutte le società del mondo.
Chiedere aiuto non è sinonimo di debolezza, bensì di forza; concedere che una persona entri nella tua vita e ascolti la tua storia è il primo passo per cercare una soluzione.

Questa storia, l’ho voluta scrivere perche’ merita di essere letta, per lui, per me e per tutti quanti la vogliano leggere.
Diamo per scontata la famiglia, fonte di crescita, di appoggio, nido sicuro nel quale stare, nel quale proteggersi, dove l’amore è alla base di tutto; scontato è il benessere físico e psicologico, moto d’azione per qualsiasi persona; cibo, acqua e scuola che rappresentano parti fondamentali della nostra esistenza, sembrano essere presenti in ognuno di noi, ma purtroppo non lo sono per altri.

Non siamo così diversi, tutti abbiamo bisogno degli stessi fondamenti.

Alle volte ci lamentiamo di cose alla fin fine prive di valore, spicciole e materiali, dimenticandoci di ciò che realmente ha valore: le persone, le famiglie, il dare e ricevere amore senza paura, il guardare al di là di noi stessi, cosí da accorgerci che sono proprio le persone che ci stanno più vicine, quelle che più necessitano un nostro sguardo.
Vorrei tanto poter raccontare un lieto fine in questa storia, peccato non possa farlo
Speranza: questa e’ la mia parola,

Speranza per tutti,

Speranza per le persone che sono in questa situazione,

Speranza per queste ultime di trovare la forza di chiedere aiuto,

Speranza per le persone che come me hanno tutto, ma di rendersene conto,

Speranza per noi di poterle valorizzare sempe.

Speranza che non ho perso in te…

¡Que te vaya bien!
Monica Di Cecco – SCN in Bolivia con CVCS

 

 

 

 

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