Se vi sentite nel posto giusto al momento giusto, allora non siete in Ecuador

imageAvete presente quel momento in cui vi sentite al posto giusto nel momento giusto…ecco, se avete questo tipo di sensazione di conseguenza avrete la certezza di non trovarvi in Ecuador.
La mia settimana generalemente inizia quando alle 6 del mattino nella scuola vicino a casa nostra incominciano a diffondere, a tutto volume, l’inno ecuatoriano, compreso di altre canzoncine altrettanto ridicole.
Visto che sono già sveglia ne approfitto e vado per una corsetta al parco della Carolina, con il tizio che balla reggaeton e salsa alle 7 del mattino e un gruppo abbastanza consistente di donne sulla cinquantina che muovono i loro bei sederoni da latino americane a ritmo di musica.
Comincio a correre, cuffie nelle orecchie e, che lo voglia o meno, finisco sempre con l’ascoltare musica ignorante tipo vente pa qua, pick pick e Yo la conoci en un taxi o despacito, perchè alla fine è difficile dire di no al reggaeton.
Finiti i miei 5 chilometri torno a casa, ormai i miei coinquilini sono svegli, Gaia che si lava il ciuffo, Giulia che beve il caffe ecuatoriano (perché “se lo mischi al latte allora non puoi permetterti di sprecare il prezioso caffe italiano”), la Bosa che di nascosto si mangia la papaya “Te ne ho lasciata metà dietro le zucchine” e Ale che racconta: “Ieri un rifugiato mi ha abbracciato. Non riesco a capire il perché, io sono stato freddo e distaccato come con tutti”.
Doccia, caffè, mango e con quei maledetti filetti in mezzo ai denti, prendo la bici e vado al lavoro. Come ogni giorno rischio la morte per strada, il nerissimo gas di scarico dei pullman, la gente che attraversa senza guadare, i cartelli che indicano piste ciclabili invisibili (come se esporre un cartello con indicazione “pista ciclabile” sia sufficiente per materializzare una reale pista ciclabile).
E finalemente arrivo al lavoro e aspetto i miei meravigliosi rifugiati che generalmente iniziano con l’usted o “ Dottora Camilla” e dopo 10 minuti passano al mi amor, mi corazon, mi reina, e finiscono col chiamare i figli a conoscere La Cami. Nei peggiori dei casi, dopo averti chiesto se sei sposata con figli, cercano di fissarti un appuntamento col cugino tanto carino e intelligente.
Prendi nota dei nomi e cognomi della famiglia Estalin, Geison, Fanny, Hitler.. 5 figli con 5 cognomi diversi e il commento del fidanzato ”L’ultimo figlio è mio, si vede vero? Non è il più bello?”
Incomincio con le solite domande: “Perché avete lasciato la Colombia?”
Parte un racconto da telenovelas, donne innamorate di guerilleros, bambini che nascono come funghi. “Però il terzo figlio non sa chi è veramente suo padre”, vacunas, minacce, torture, storie di una guerra interminabile. Aiuto la famiglia con albergo e cibo. “Grazie signora, che Dio la paghi, bambini … venite a dire ciao a LA CAMI”
E tu capisci che nonostante gli sforzi è impossibile rimanere professionali quando si tratta di rifugiati colombiani.
Ho bisogno di un caffé, scendo al bar.
“Un caffé, grazie”
“In acqua o in latte?”
“In acqua ma con una puntina di latte”
“No signorina o in acqua o in latte”
“In acqua ma solo un goccio di latte”
“No, signorina, è la politica del locale, deve scegliere o in acqua o in latte”
E pensi che nella vita bisogna scegliere le cause per cui vale veramente la pena lottare e allora ti rassegni.
“In acqua grazie”
Torni a lavorare e passi da Venezuelani che nonostante la situazione drastica continuano a non essere riconosciuti come rifugiati, Siriani con bambini che piangono appena sentono il rumore degli aerei e per completare la tua mattina … una Norvegese che chiede rifugio in Ecuador. “Buongiorno signora, io mi voglio suicidare!”.
Finalmente pausa pranzo: decidi di cambiare posto.
“Signora mi scusi, avete alcune pietanze senza carne?”
“Abbiamo il pollo”
“…nel senso.. senza animali”
“E cosa vuoi.. solo riso? Questi gringos mangiano strano…”
”E allora mi dia un almuerzo, quanto costa?”
“3 dollari con zuppa, carne, riso e succo”
“Allora un almuerzo senza zuppa grazie”
“Allora sono 3.50”
“In che senso?”
“Perché senza zuppa diventa un piatto normale che costa 3.50”
E sai che certe cose qui non le puoi cambiare, anche se passi tutta la tua pausa pranzo a spiegarle che non ha senso, non riuscirai mai a fale cambiare idea.
“Signora, mi dia anche la zuppa allora”.
Il pomeriggio sembra non andare meglio: Cristiani Pentacostali che cercano di convertirti, ex guerrilleros che confessano “ Beh, qualche morto è scappato”, argentini che si credono pirati, e richiedenti asilo che iniziano con: “Signorina, io una volta sono stato morto.”
Esco dall’ufficio, pilates, corso di pittura, torno a casa, metto Brunori, divoro la cena. Ale che torna dalla palestra, la Bosa che prende in giro Ale che va sempre in palestra ma che continua ad avere la pancetta, Ale che si irrita, Giulia che fa domande su Ale che va in palestra senza ascoltare la risposa e Gaia che perde di tutto e se lo ritrova nelle scarpe.
E sai cosa..io non mi sono mai sentita al posto giusto nel momento giusto; con la mia maledetta mentalità occidentale ho sempre quella sensazione che ci sia un posto migliore e un momento migliore. Ma poi vado in bagno, torno in cucina e li vedo lì, tutti e quattro seduti uno attaccato all’altro su un minuscolo tavolino in cucina perché nessuno ha voglia di apparecchiare nel tavolo grande in sala, e penso che anche se l’Ecuador non è proprio il posto migliore al mondo, alla fine non è così male. Penso che nonostante tutti quei momenti in cui pensi “in Italia questo non sarebbe successo” è esattamente qui che vorrei essere, perché da nessun’altra parte al mondo trovi il cevichocho, perché qui mi hanno insegnato a lottare per ottenere quello che vuoi, perchè è qui che ho a che fare ogni giorno con veri e propri eroi. Perché è qui che mi hanno insegnato ad apprezzare e ringraziare per quello che ho perché, alla fine, se mi focalizzo su ciò che non ho, non ne avrò mai abbastanza. Perché è qui che mi hanno insegnato che nonostante tutto, nonostante un trattato di pace che sembra non riuscire a mettere fine ad una terribile guerra, nonostante le interminabili code a Caracas per un po’ di riso, nonostante le politiche di Trump… c’è sempre un motivo per ballare il reggaeton.

2 comments

  1. Sono certa che come questa esperienza ha segnato te, tu lì abbia lasciato il tuo segno…lo fai ovunque e con chiunque…dovunque sei, dovunque andrai. Bravissima!

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