Ricordati di santificare le feste

In Italia il 15 dicembre è la Giornata Nazionale dell’obiezione di coscienza. Probabilmente i pochi che se ne saranno accorti si saranno chiesti “come mai si celebra?”. Perché, alla stregua della Festa della Donna, non ci si dimentichi di un processo lungo e doloroso di conquista dei diritti. I primi obiettori si fecero avanti alla fine degli anni ’40, consapevoli di finire in carcere (prima erano considerati disertori e facevano una fine peggiore) e forse anche di essere l’inizio della valanga. Negli anni ’60 i primi obiettori per motivi religiosi non vennero mai sostenuti dalla Chiesa. Don Milani fu addirittura condannato per apologia di reato dopo aver difeso padre Balducci. Dopo il ’68, si aggiungono alla lista dei perseguibili gli obiettori per motivi politici. La prima legge che garantisce il diritto all’obiezione di coscienza per motivi religiosi, politici e filosofici è del 15 dicembre 1972. Pur essendo fortemente restrittiva e punitiva, da questo momento decidere di fare obiezione in Italia significa rinunciare a servire il proprio paese secondo modalità che prevedono l’uso della violenza, per impegnarsi in un altro tipo di difesa, che passa dalla promozione dei diritti e valori fondamentali della nostra Costituzione. La storia dell’obiezione di coscienza si conclude il 1° gennaio 2005 con la sospensione della leva obbligatoria, e inizia quella del Servizio Civile Nazionale. Da poco più di due mesi è iniziata anche quella mia e di Stefano, difensori della patria a Ambato, Ecuador.

Questo breve excursus storico mi serve per giustificare il momento di imbarazzo che abbiamo provato pochi giorni fa. Il contesto è il nostro progetto di educazione di strada, che svolgiamo presso la Fondazione Don Bosco, con bambini in condizioni di vulnerabilità e adolescenti lavoratori. Succede che Salome, una ex reginetta della città e attualmente consigliere comunale, ci contatta per coinvolgerli in una commovente iniziativa di Natale: tu, bambino non estremamente ricco, scrivi una letterina a Gesù col tuo sogno e noi, caritatevoli nobili di cuore della società civile, lo realizziamo. L’unica regola, non chiedere case, macchine, cellulari, ecc. Inaspettatamente, dai 100 padrini preventivati se ne presentano circa 1000 in poco più di due settimane, per la felicità della nostra Miss. Tutto bene ma non benissimo, finchè non arriva lui, José Ignacio, 18 anni da compiere, scaricatore di casse al mercato, a volte viene a pranzare alla nostra fondazione. Non ci parliamo spesso perché a differenza dei coetanei lustrascarpe non si fa vedere molto per strada, ma un giorno appare e noi gli diamo da scrivere la letterina. “Di cosa avresti bisogno? scarpe? vestiti?” – “No, il mio sogno è fare il soldato” – “Ah…bene, scrivi”. Lui scrive, ci consegna il foglio, ringrazia e va a ritirare il suo riso con pollo. Sorrido a Stefano “e ora ci mettiamo a arruolare minorenni nell’esercito, andiamo bene!”.

Venerdi scorso Josè é stato invitato a ritirare il suo regalo per la bella lettera che ha scritto, una delle poche in cui il sogno non riguardasse oggetti. Salome l’ha letta davanti a tutte le persone presenti all’evento organizzato nella piazza del municipio, per poi chiamare il nostro eroe sul palco a conoscere il suo nuovo padrino.foto1

Il giorno dopo l’abbiamo accompagnato alla giornata di visita alla Escuela para Soldados di Ambato (c’era anche Salome, quella in posa da Miss), dove gli é stata comunicata la sua ammissione al test di ingresso del prossimo marzo. Abbiamo tre mesi per aiutarlo a prepararsi all’esame.

Jpeg

Con tutto il sacrosanto rispetto per ogni indole professionale – purchè legale –aiutare Josè a fare qualcosa che noi siamo grati di aver potuto evitare, per un momento ci ha fatto riflettere. Sono comunque abbastanza certa che non soffriremo, per questo, di alcuna crisi esistenziale. Siamo sufficientemente consapevoli dell’investitura che il nostro ruolo implica, ma anche del fatto che non siamo in Italia e che ci sono molte variabili da considerare. Una di queste é la necessità di concentrarsi meno sulle diversità e piú sui sorrisi, sperando di veder apparire sempre piú spesso la scintilla che cambia la vita delle persone.

Francesca Berti

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