RESILIENZA: L’ARTE DI (R)ESISTERE SENZA SPEZZARSI

Ricordo che una mattina, durante il tragitto che giornalmente percorro per raggiungere l’ufficio presso cui sto svolgendo il mio Servizio Civile, mi stavo confrontando con la mia compagna di progetto nonché amica sulla bellezza del termine ‘resilienza’.
Il vocabolo, come noto, indica in fisica la capacità di un materiale di resistere alle forze a cui viene sottoposto senza spezzarsi. Il suo significato è stato poi ampliato ed esteso ad altri ambiti andando ad indicare anche, dal punto di vista psicologico, la capacità di resistere e reagire di fronte ai traumi e alle difficoltà della vita.
Indagando in modo più approfondito su quale sia l’etimologia di questo termine tanto affascinante, scopro che la sua radice latina – resilĭens -ĕntis, participio presente di resilīre ‘rimbalzare’, comp. di re- ‘indietro’ e salīre- ‘saltare’ – potrebbe originariamente rimandare al gesto di risalire su un’imbarcazione che la forza del mare ha travolto e capovolto, alla ricerca di salvezza.
Inevitabilmente, data anche l’attualità di alcune notizie riguardanti l’Italia e l’Europa ma giunte fino all’Ecuador, la prima immagine che questa definizione evoca alla mia mente é quella delle migliaia di migranti che quasi quotidianamente affrontano, con imbarcazioni di fortuna, le acque del mar Mediterraneo per tentare di raggiungere il loro sogno di salvezza; l’immagine di uomini, donne e bambini che si vedono costretti a fuggire dalla persecuzione e dalla violenza di cui sono vittime nei paesi d’origine e che si imbarcano con la speranza di una vita degna di tale nome, superando difficoltà ed ostacoli per noi inimmaginabili.
Ma non solo ai migranti nel mar Mediterraneo corre la mia mente, perché, ampliando la prospettiva, questa immagine ben si può adattare a tutti coloro che nel mondo condividono lo stesso destino: la fuga dalle proprie terre martoriate da guerre e violenza, la ricerca di salvezza e il tentativo di ricostruire una nuova vita, non negando il dolore vissuto ma trasformandolo in una forza e in una risorsa.
Tra essi, da annoverare e da ricordare c’è sicuramente il popolo colombiano, vittima di un conflitto che insanguina il Paese da oltre mezzo secolo – si tratta di una delle guerre civili più lunghe della storia – che ha trasformato le paradisiache terre colombiane in uno scenario di terrore e persecuzione per grandi sacche della popolazione costrette a fuggire per trarre in salvo la propria vita. Infatti, nonostante da qualche mese a questa parte si faccia sempre più forte la notizia di una pace imminente e vicina più che mai, la realtà, soprattutto per le vittime di questo conflitto, non cambia.
A loro in particolare e a tutti i colombiani solicitantes de refugio dedico la mia breve testimonianza, perché sono queste le persone con cui ho la fortuna di poter lavorare durante questo anno di Servizio Civile che sto svolgendo presso la Misión Scalabriniana di Quito, una istituzione animata dal carisma “Essere migrante tra i migranti” e che lavora con l’obiettivo di accogliere, difendere e promuovere i diritti e l’integrazione delle persone in mobilità umana.
L’area in cui sono impiegata è quella degli aiuti umanitari; quella che, in altre parole, si occupa dell’assistenza e dell’accompagnamento di persone e famiglie in condizione di rifugio e mobilità umana, principalmente di nazionalità colombiana, dal momento che l’Ecuador, data la vicinanza geografica e le particolari normative vigenti nel Paese in tema di migrazione, rappresenta terra di rifugio per migliaia di colombiani in fuga dalla guerra civile.
I racconti e le storie di vita che tutti i giorni ascolto narrano di violenze e atrocità subite, di sofferenze e dolori che probabilmente non riuscirò mai a comprendere appieno, tanto sono lontani dalla realtà a cui sempre sono stata abituata; ma quello che riesco a comprendere e che mi fa amare ed ammirare il popolo colombiano è la forza travolgente che queste persone dimostrano, la loro ammirevole capacità di superare il dolore, risorgere e andare avanti. Le loro, infatti, sono certamente storie di sofferenza, ma sono anche storie di lotta, di speranza e di rinascita.
Queste persone, con le loro lacrime ma soprattutto con i loro sorrisi, sono state per me, fino ad ora, il più grande esempio vivente di tutto ciò che il termine ‘resilienza’ racchiude. La loro forza e tenacia, il loro coraggio ad andare avanti nonostante tutto e la loro fiducia nel poter sempre ricominciare da zero resteranno sicuramente tra gli insegnamenti più significativi di questo intenso anno di Servizio Civile in Ecuador e una dimostrazione tangibile del fatto che rialzarsi e ricominciare è sempre possibile.

Linda Ciurletti

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