Racconto invernale dal Distretto di Puka (Nord Albania)

Suona la sveglia. Nel buio della stanza vedo l’orologio: le 6.00. Cerco di raccogliere tutte le energie e il coraggio che ho dentro e tento la prima impresa della giornata: uscire dal letto e affrontare il gelo mattutino della stanza. Una volta trovato il coraggio, ci si prepara come meglio si può all’inverno albanese: magliatermica-pile-calzamaglia-sciarpa-cappello di lana-guanti-scarponi da montagna. La colazione, nel dubbio, è riempita quanto più possibile di vitamine: come sconfiggere i malanni del freddo se non con spremute, kiwi e frutta secca?

Fuori la notte ancora non è finita del tutto, e la mattina non è ancora iniziata. Nel gelo dell’alba si entra in macchina, e si parte. La strada, ormai bene memorizzata nella mente, è lunga e presenta sempre le sue solite sorprese. Dietro ogni curva, spunta una bicicletta, un motorino, un carretto, un gregge, una macchina ferma sulla carreggiata senza motivo: la fantasia stradale albanese non ha limiti. La macchina comincia a scaldarsi; superata Vau Dejes, dove abbiamo l’ufficio, si comincia a salire: le montagne sono proprio di fronte a noi.

Arriva il primo tornante, poi il secondo, ci sono delle rocce sulla strada e buche che spuntano fuori da un giorno all’altro. La macchina si arrampica, a tratti sembra faticare, a tratti sembra volare, su quelle strade che ormai conosce bene anche lei. Dopo circa un’ora e mezza di salite, discese, svolte e tornanti, arriviamo a Puka. La cittadina, di pomeriggio deserta, la mattina brulica di attività e movimento, specialmente in una giornata di sole come questa, nonostante il freddo e la neve sui marciapiedi. Gente che si incontra, che si saluta, che beve caffè e grappe a ogni bar. Il termometro della macchina segna -5: bene.

Siamo diretti verso la casa di un allevatore; per questo, abbandoniamo la strada asfaltata per una sterrata, una delle tante che ogni giorno ci conduce verso i nostri beneficiari. Via la cintura di sicurezza, si va in prima e seconda, e si mettono a dura prova gli ammortizzatori. Ogni curva, ogni salita, ogni buca evitata (quando evitabile) è una prova in più superata o un pezzetto di avventura vissuto. Ogni tanto si alza lo sguardo e il timore per l’assenza di un qualsiasi parapetto che possa separare le vetture dal dirupo svanisce di colpo: paesaggi di una bellezza disarmante.

Arrivati. Il nostro allevatore fortunatamente vive davanti a dove lasciamo la macchina. Un po’ sballottati dalla strada ci avviciniamo alla casa chiamandolo a gran voce da fuori: “O Zef!”. Sulle montagne albanesi non si entra a casa della gente senza stati essere prima accolti dal padrone di casa. L’allevatore sapeva del nostro arrivo, si avvicina e con un gran sorriso ci fa entrare nella sua proprietà. Ha lo sguardo fiero e le rughe di chi da sempre deve faticare per poter sfamare la famiglia. Grandi strette di mano e via si parte con i saluti di rito: “Salve! Buongiorno! Come hai dormito? Come stai? Come va? Che fai? Sei stanco? Come sta la famiglia? Come va il lavoro?”. Guai a saltare questa mitragliata di domande e attenzioni verso l’altro. Prima di parlare di qualsiasi cosa, men che meno di lavoro, sarebbe doveroso entrare in casa e bere un “caffè” (le virgolette sono d’obbligo). Con abilità ormai collaudata, posticipiamo la visita in casa a quella del gregge e della stalla. A volte, le “stalle” si limitano a essere in realtà un paio di lamiere appoggiate una sull’altra; in questo caso però, è la vecchia casa dei vicini, emigrati da tempo in Italia. Le capre ruminano, stanno vicine l’un l’altra per combattere il freddo e ogni tanto si prendono a cornate: i vicini hanno lasciato la loro casa in buone mani.

Una volta parlato di lavoro, non abbiamo più scuse e vince l’ospitalità albanese: si entra in casa. Alla soglia, ci togliamo le scarpe per non sporcare dentro: per i padroni di casa è un gesto fortissimo. Da una parte ci prendono per un braccio e cercano di trascinarci dentro (“un italiano che si toglie le scarpe per entrare a casa mia? Mai!”), dall’altra sui loro volti spunta un sorriso a metà tra lo stupore e la gratitudine. Entriamo e ci accomodiamo in salone, intorno a una tanto calda quanto provvidenziale stufa a legno. Ovviamente, i posti d’onore (sul divano) spettano a noi. Gli abitanti della casa si accomodano su sedie o sgabelli. È il solenne momento del “caffè”. La signora, dopo averci accolti, va in cucina, mentre lo zoti i shtëpisë (padrone di casa) rimane con noi.Giusto il tempo di qualche ulteriore domanda, per sincerarsi ancora se siamo stanchi o se le nostre famiglie stanno bene, e la tavola comincia a riempirsi di pietanze. A prescindere dall’orario, l’ospitalità albanese non può far mancare carne, cipolle, sottaceti, formaggi, noci. E, ovviamente, la raki (la grappa locale). A volte, il caffè nemmeno c’è. “Gezuar!” si parte coi brindisi, si parla del progetto, e ci si augura il meglio l’un l’altro. E ogni tanto, scappa un sorriso per un mio maldestro tentativo di frase in albanese. L’allevatore ci dice che ci sono molti lupi in quelle zone, ma che grazie a Dio ha dei cani grandi e forti per proteggere il gregge. In quei momenti attorno alla stufa, si prova a condividere un pezzo d’esistenza con gli abitanti di queste montagne albanesi.

È il momento di andare. I padroni di casa insistono per farci fermare e offrirci altro cibo e altra grappa. Noi insistiamo per congedarci. Alla fine raggiungiamo il compromesso di poter andare via ma con due buste di noci e una bottiglia piena di miele in regalo. Ci accompagnano fino alla macchina; li ringraziamo dell’ospitalità e loro ci ringraziano a loro volta della visita. “Mirupafshim!” Un ultimo sguardo al paesaggio e rientriamo in  macchina, diretti verso un altro allevatore e un altro pezzo di vita nel distretto di Puka.


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