Raccolta differenziata cercasi

Novembre 2016

Una delle strade del quartiere dove vivo

Sono da poco arrivata in Ecuador. Io, Silvia e Danilo condividiamo un appartamento nella zona nord di Quito, una zona tranquilla e populare dove decine di carretti per friggere patatine, bollire zuppe o arrostire spiedini appaiono come funghi verso le cinque di pomeriggio, riempiendo l’aria di un fumo denso e soffocante. Per permettere a chi non conosce il posto di immergersi per un attimo nella realtà del quartiere, farò uso di google maps. La verità è che questo è il modo più comodo per evitare di improvvisarmi fotografa e attirare sguardi cuoriosi. Ecco quindi una foto della via dove si trova l’appartamento in una tranquilla giornata di sole. Come al solito, un paio di cani passeggiano con aria apparentemente innocua, mentre attendono il mio ritorno in bicicletta per potermi azzannare le caviglie. L’altitudine ancora non mi permette di avanzare rapidamente lungo il pendio che porta alla via, ma conto di migliorare i tempi entro la fine dell’anno di servizio civile, almeno per evitare un possible trattamento contro la rabbia canina.

Ogni martedí, giovedí e sabato, un camion della EMASEO (impresa pubblica che si occupa della raccolta dei rifiuti nella città di Quito) percorre la via verso le 9 di sera per raccogliere i sacchi dell’immondizia che le famiglie dispongono lungo il marciapiede. La pratica si dimostra da subito poco appropriata, dal momento che bande di cani randagi si ritrovano ad accerchiare e strappare a morsi i sacchi della spazzatura, disperdendo per la strada tutto ciò che non è di loro gradimento. Apprezzo il fatto che, in questi rari momenti, la spazzatura rappresenta un attrattivo maggiore rispetto alle mie caviglie, ma il campo minato di feci e altri residui che si crea davanti al portone di casa non è affatto uno spettacolo piacevole. Vasetti di yogurt, scatolette di tonno, bottiglie di birra e giornali giacciono per terra, come a ricordarti che finalmente puoi liberarti del sacco d’immondizia pieno che riposa sotto il lavandino.

Fin da subito, mi sono resa conto che la raccolta differenziata è ancora un tema difficile da affrontare. Qui il sacco della spazzatura è uno, che sia nero o bianco, non importa. Tutto finisce in un unico posto, ad eccezione di quei materiali che i “recicladores” selezionano e recuperano da quel sacco nero che pochi minuti prima ho gettato senza troppe preoccupazioni a lato della pila di spazzatura fuori casa. Mi sono fermata ad osservare queste persone, cercando di essere il meno indiscreta possibile. Si avvicinano con il loro sacco di spazzatura o con un carretto di legno. Aprono i sacchi ammucchiati sul marciapiede e ne estraggono bottiglie di plastica, pezzi di carta e cartone in buone condizioni e li accumulano fino a quando il sacco o il carretto hanno raggiunto il loro limite di capienza. Sono madri o padri di famiglia, giovani ragazzi o ragazze che si guadagnano da vivere rivendendo il materiale raccolto lungo le strade o nelle discariche delle città. C’è chi volgarmente considera i “recicladores” la “spazzatura” della societá o li rende oggetto di pietismo. Poi ci sono loro, quei “recicladores” che orgogliosi del loro lavoro e dell’indipendenza che quest’ultimo conferisce loro si autodefiniscono condottieri nella tutela dell’ambiente.

Qui in Ecuador i rifiuti sono una patata bollente che il governo e i comuni si passano a vicenda, lasciando infine il tema irrisolto. Nel paese non esiste una politica nazionale che regoli la gestione dei rifiuti. Le competenze rimangono frammentate tra i vari ministeri e lo stato si limita a fornire delle disposizioni tecniche riguardo lo smaltimento dei rifiuti permettendo, in alcuni casi, la privatizzazione di tali competenze. Il governo di Rafael Correa (2007-2017) si dedicò all’elaborazione di un nuovo quadro giuridico tutelato dall’emblematica Costituzione di Montecristi. Tale Costituzione propone un modello chiamato del “Buen Vivir”, il buon vivere, che promuove la riconciliazione tra società e natura nel pieno rispetto dell’equilibrio dei cicli produttivi della vita. Nonostante le grandi aspettative del modello di società alternativo proposto, la politica economica dell’Ecuador si è sviluppata intorno all’intensificazione dell’estrattivismo, con l’incremento delle concessioni petrolifere e l’inizio delle attività minerarie su grande scala.

Durante gli anni del governo Correa, la crisi dei rifiuti ha raggiunto il suo apice. Lo stato di benessere veniva associato al potere d’acquisto che, idealmente, avrebbe portato ad un rapido sviluppo economico. Durante questo boom economico, le discariche a cielo aperto hanno iniziato a saturarsi, dando vita alla necessità di costruire discariche controllate che, in ogni caso non hanno eliminato il problema di quelle a cielo aperto ancora in uso.

Con eccezione di un paio di cittá, in tutti i cantoni dove esistono attività di riciclaggio, queste sono a carico di “recicladores” e “recicladoras” informali. Secondo i dati di RENAREC – Red Nacional de Recicladores del Ecuador (Rete Nazionale di Reciclatori dell’Ecuador) – il 51% del materiale riciclato nel Paese viene recuperato da riciclatori informali, evidenziando l’enorme impatto che il loro ruolo riveste nella societá. Ciononostante, il 90% dei “recicladores” non ha accesso ad un’assicurazione e lo stipendio mensile ammonta a 218 dollari, una cifra irrisoria che nemmeno raggiunge il valore dello stipendio minimo previsto per legge nel Paese.

Il carattere informale del reciclaggio in Ecuador non permette una corretta coscientizzazione del problema. Riciclare non appare una priorità e, non essendo previste politiche di riciclaggio, la pratica è pressoché inesistente. Al mio arrivo a Quito, ho coinvolto i miei coinquilini a raccogliere separatamente la plastica, il vetro, la carta e il cartone. Pur sapendo che non sarebbe passato nessun camion dell’immondizia a raccogliere i vari materiali di forma separata, mi sentivo sufficientemente motivata e sperazosa per tentare quella che si rivelò essere una missione quasi impossibile: trovare i centri dove conferire i vari materiali raccolti. Sul sito internet della cittá di Quito, trovo una dettagliata mappa dei centri di raccolta disponibili in vari punti della città. Per ogni centro viene indicato il tipo di materiale che si puó conferire. Fantastico! Salto sulla bici con lo zaino pieno di plastica e reggendo due borse strabordanti di carta mi avvio verso il centro piú vicino a casa. Dopo 15 minuti in mezzo al traffico finalmente arrivo al punto indicato nella mappa e scopro che in realtà non esiste nessun cassonetto per poter conferire la carta e quello della plastica solo puó ricevere bottiglie. Non perdo la speranza e decido di cercare un secondo centro, che si trova lungo la strada che percorro per andare a lavoro. Dopo aver interpellato una decina di persone, scopro che il centro non è mai esistito. Leggermente irritata, ma ancora speranzosa, mi metto in cerca del terzo centro. Domando ai passanti, ausiliari del traffico, addetti alla nettezza urbana e nessuno conosce questo centro. Frustrata, accaldata per i chilometri percorsi in bicicletta e la scomodità dei sacchi pieni di spazzatura che mi sono accollata mi dirigo verso il primo cassonetto che trovo e concludo la missione gettando carta e plastica indifferentemente. Un fallimento totale.

Maggio 2017

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Attività di sensibilizzazione in Puerto Francisco de Orellana

Dopo mesi di attività di sensibilizzazione rispetto il tema dei rifiuti nella città di Puerto Francisco de Orellana, nella regione amazzonica dell’Ecuador, ancora non sono riuscita a trovare un modo per riciclare a Quito e dimostrare quindi un po’ di coerenza con ciò che predico sul posto di lavoro. Finalmente, il mio collega Héctor e io siamo riusciti a organizzare un incontro con Claudia, la rappresentante di ReciVeci, un’iniziativa cittadina che mira a creare un vincolo tra il cittadino e i “recicladores”, realizzando un servizio di riciclaggo in collaborazione con i “recicladores” e costruendo una cultura del riciclaggio all’interno del paese. Claudia ci dà dei consigli preziosi su come affrontare il tema dei rifiuti a Puerto Francisco de Orellana e ne approfitto per chiederle in che modo è possibile fare la raccolta differenziata a Quito. Claudia ci spiega che ReciVeci ha lanciato un progetto pilota in due quartieri della città. In giorni e orari prestabiliti, diversi “recicladores” che hanno deciso di collaborare con ReciVeci ripercorrono le strade del quartiere identificato per raccogliere diversi materiali che gli abitanti hanno diviso accuratamente per poter permetterne il recupero. Purtroppo, il progetto non è ancora stato esteso ad altre zone della cittá, dal momento che si tratta di un processo lungo e laborioso. Ciononostante, Claudia mi rassicura e mi spiega come poter riciclare anche nella zona dove vivo io: “Le sere in cui lasci sul marciapiede il sacco della spazzatura affinché il camion passi a raccoglierla, affacciati alla finestra e osserva la strada. Generalmente i “recicladores” informali girano per le strade aprendo i sacchi della spazzatura in cerca di materiali buoni da riciclare. Tu cerca di conversare con loro quando passano nella zona dove vivi, in modo da poter accordarti per poter consegnare loro il materiale che separi in casa”.

Appena torno a casa, posiziono il sacco della spazzatura al solito posto sul marciapiede, mi affaccio alla finestra e attendo l’arrivo dei “recicladores”. Trascorrono un paio d’ore e ancora non si vede nessuno. Rassegnata lascio perdere.

Agosto 2017

Mi piacerebbe poter raccontare che finalmente sono riuscita ad intercettare i “recicladores” del mio quartiere, ma purtroppo non è così. Non avendo intenzione di passare ore guardando fuori dalla finestra in attesa di un’apparizione, io e i miei coinquilini abbiamo deciso di fare un minimo di sforzo e raccogliere in sacchi separati il vetro, la plastica e il cartone e lasciarli a lato della spazzatura indifferenziata che come sempre lasciamo sul marciapiede. Forse in questo modo gli eventuali “recicladores” apprezzeranno lo sforzo e potranno raccogliere più facilmente il materiale senza dover perdere troppo tempo rovistando in un cumulo indifferenziato di spazzatura. Questo finale non é per niente soddisfacente e io con la mia poca perseveranza ne sono responsabile.

I rifiuti non sono il vero problema. Il vero problema siamo noi, che senza troppi problemi compriamo, consumiamo e gettiamo, dimenticandoci che con l’ultima azione i rifiuti che abbiamo prodotto non spariscono magicamente. Gettare la bottiglia di plastica in un cassonetto non dovrebbe farci sentire in pace con la nostra coscienza. Riporre i rifiuti nei loro contentori li fa sparire dalla nostra vista, ma non li fa sparire dalla faccia della terra. Sarebbe incredibile poter smettere di produrre rifiuti, eppure si tratta di un’impresa davvero difficile, se non impossibile. Ciò che si possiamo fare quotidianamente è ridurre al minimo la nostra produzione di rifiuti. Ovviamente ciò implica molte rinunce, ma la ricompensa è fantastica. Quanto ci piace camminare per la strada con il nostro caffé da passeggio o il sacchetto di plastica contente il nostro ultimo acquisto? Forse potremmo rivalutare le nostre priorità e considerare più importante il benessere nostro, del pianeta e delle prossime generazioni. Quei cinque minuti di utilità di un bicchiere monouso hanno un prezzo troppo alto per quel poco di comodità che ci hanno procurato.

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