¿Quién cuida al cuidador?

rifugio

Vorrei ricordarmi cosa mi porto via da questo paese che é stata la mia casa per due anni e mezzo, il sole rosso sul vulcano, i tramonti freddi di Riobamba, gli occhi vispi del bambino che lustra le scarpe a cui hai comprato un panino per pranzo, le battute con il vicino del negozio sotto casa, le cascate, le Galapagos, il maní dulce, l’hornado e le humitas. Il sorriso sdentato della signora indigena a cui hai dato le bottiglie di plastica che lei ricicla, una serata al Bungolow dove siamo tutti amici. Il Pichincha, Limoncocha, le balene, la selva, le Ande, la Laguna del Quilotoa.

Gli abbracci dei rifugiati, la forza e la sofferenza nei loro volti, nella voce che si taglia; tiro fuori un fazzoletto, possiamo fare una pausa, vuole un bicchier d’acqua?

La veritá é che siamo esseri umani e ci ferisce profondamente vedere un nostro simile soffrire, sentirci impotenti davanti al suo dolore. E non si é mai pronti. Se sei cinico non scegli questo tipo di servizio, o almeno, non io. Da qui dovremmo provare a riflettere su cosa nella nostra vita ci ha portato a scegliere una strada cosí dura, che implica stare continuamente a contatto con il dolore delle persone. Arrivano in faccia le storie, parenti uccisi, torture, attentati, violenze sessuali, tratta di persone.

Bambini che piangono, con i bagagli fuori dall’ufficio perché vengono diretti dalla frontiera dove qualcuno gli ha datto qualche dollaro per il passaggio fino alla capitale, appena arrivati gli hanno detto di andare al Ministero a chiedere rifugio e poi arrivano ad HIAS, preoccupati, sconvolti, con pochi spiccoli, senza aver mangiato.

Qualcuno un minimo piú avveduto ha trovato ospitalitá da un parente e aspetta il turno dell’appuntamento ad HIAS per l’intervista di valutazione. In tutto questo suona il telefono, continuamente si deve conciliare la parte burocratica con l’empatia per la persona e il distacco sufficiente per fare la scelta giusta sull’assistenza in quel momento senza essere influenzati da condizionamenti esterni, non é banale.

Nessuno ti ha mai preparato veramente al burn out, nessuno ti ha spiegato come avvertire i segnali e fermarti un attimo prima, perché é un lavoro logorante e bisogna imparare a preservarsi. Le storie di umiliazione rimangono nella pelle e fanno male. Si deve rimanere lucidi e mantenere la calma, anche per trasmettere alla persona un senso di tranquillitá e non angosciarla ulteriormente.

Comunque sí, nonostante i negoziati, il conflitto é vivo in Colombia, le persone scappano, intere famiglie, Buenaventura pare nel caos delle nuove vecchie BACRIM (bande criminali) che fanno estorsioni e minacciano e la mattina non sai mai chi ti trovi davanti, persone appartenenti a gruppi armati illegali stanno chiedendo rifugio in Ecuador, mischiandosi con i civili, preoccupati da La Habana.

Un’altra tendenza si evidenzia in questi giorni fra colleghi, arrivano molti uomini soli con storie simili, come se fossero stati preparati a raccontare una certa versione, hanno un po’ di soldi, non si trovano a dormire in strada, hanno giá degli agganci nella cittá e potrebbero semplicemente essere venuti per lavorare, migrazione economica apparentemente, ma molto piú probabilmente una specie di traffico di migranti. Poi quando arrivano pagano una somma ai “trattanti” per aver trovato loro un lavoro.

Anche il Venezuela non brilla in quanto a rispetto dei diritti umani di questi tempi, ma i venezuelani non hanno quasi mai un vero e proprio caso di rifugio, quindi gli é negato l’asilo, perché si considera che siano in fuga per problemi derivanti da criminalitá comune che dovrebbe poter essere gestita dalle autoritá del paese stesso. Le persone dicono che non si trova cibo, che si viene continuamente rapinati con armi da fuoco, che entrano di frequente ladri nelle case, che non c’é accesso alla salute, che c’é repressione dell’opposizione.

Fondamentalmente tutto il giorno ti prendi cura  delle persone e  dei loro problemi, perlomeno provi ad aiutarle. Si prova soddisfazione nell’aiutare persone in difficoltá, nel darsi da fare, nell’essere gentile, nell’accoglierle, farle sentire a casa, rispettarle, trattarle con dignitá.

Torni a casa che é giá buio e sai che ti sei guadagnata la giornata, tu cosa hai fatto oggi per creare un mondo migliore? Il tuo pezzettino.

“Io ho solo  bisogno che qualcuno mi ascolti”, questo ti dicono alcune persone. Mentre torni a casa, nel bus sovraffollato che sobbalza ad ogni metro sgassando a tutta velocitá, le voci della giornata si confondono nella testa, i racconti degli assistiti, le paure, le preoccupazioni per i familiari rimasti in Colombia. “Nunca cambies doctorita”, un signore mi ringrazia per come l’ho trattato e mi dice di non cambiare mai. Rimango imbambolata e mi sento riconoscente.

Anche sul bus c’é sempre qualcuno che ti riversa addosso la sua storia di dolore per chiederti due spiccoli, oppure salgono il cieco che canta con il microfono e il predicatore evangelico, altri cercheranno di venderti frutta, merendine e caramelle. Sei continuamente bombardato da tutta questa umanitá che si guadagna da vivere ogni istante.

Dovremmo dare una forma a tutto quello che abbiamo vissuto quest’anno, elaborare il carico di angoscia e sofferenza accolto e condiviso, le aspettative e le speranze per una vita migliore.

Non é stato facile, ci vuole tempo, ci vorrá tempo per tirare fuori un senso da tutto questo, per rilassarci e buttare giú quella parvenza di barriera di protezione che abbiamo faticosamente imparato a costruire dopo i primi mesi per non farci completamente risucchiare dalle persone.

Siamo agli sgoccioli di questo servizio: é stato un onore essere parte di tutto questo, ma anche una grande prova di gestione dello stress e del carico di responsabilitá, non sempre del tutto riuscita, ma certamente sentita fino all’ultimo soffio.

“Son cosas chiquitas. No acaban con la pobreza, no nos sacan del subdesarrollo, no socializan los medios de producción y de cambio, no expropian las cuevas de Alí Babá. Pero quizá desencadenen la alegría de hacer, y la traduzcan en actos. Y al fin y al cabo, actuar sobre la realidad y cambiarla, aunque sea un poquito, es la única manera de probar que la realidad es transformable.”

Eduardo Galeano

Virginia Berni – Volontaria in Servizio Civile FOCSIV
HIAS Quito 73961

 

 

 

 

One comment

  1. Grazie Virginia, sono parole preziose che aprono un piccolo spaccato sull’enorme massa di emozioni e dolore che toccate con mano nel servizio con i richiedenti asilo.

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