Quello che non mi avevano detto prima di partire

Nella vita sono sempre in ritardo. Soprattutto quando si tratta di scadenze. Ho sempre pensato che fosse un tratto distintivo non necessariamente negativo, in quanto in alcuni casi sinonimo di ostinato e incantato ottimismo. Non pretendendo di assurgere per forza il ritardo ad un modus vivendi che spesso non è congeniale ad alcuni importanti appuntamenti della vita, penso che in molti casi prendere tempo mi abbia aiutato ad essere più attenta, ad osservare ed interiorizzare eventi ed esperienze. Questo è stato il caso della presentazione dell’articolo personale sull’esperienza di Servizio Civile di undici mesi in Ecuador.

Nel corso dei mesi non trovavo spunti particolarmente rilevanti che mi spingessero a scrivere una storia tutta mia. Ed ora ne comprendo più chiaramente il perché. Quello che in realtà aspettavo era di arrivare a poco più di una settimana dal rientro, a quel conto alla rovescia finale, affinché potessi ripercorrere in una chiave riflessiva i luoghi, le sensazioni, gli odori, i rumori e le persone incrociati in un anno unico della mia vita. 

Prima di partire, tante sono state le raccomandazioni, tanti i consigli, e tante le parole su come affrontare l’anno di Servizio Civile, su come presentarsi al meglio ad una esperienza tanto nuova quanto stimolante e piena di sfide, di crescita e di messa in discussione di sé stessi. Ed ora, ormai alla fine di questo percorso, sono giunta alla seguente conclusione:senza sminuire l’importanza di tutte le presentazioni in PowerPoint, i giochi di ruolo, le discussioni, e gli innumerevoli cartelloni presentati durante la formazione precedente alla partenza, quello che di veramente fondamentale ho scoperto durante l’anno non era contenuto in nessuno dei supporti sopraelencati. Onde evitare una smorfia di perplessità – se non di stizza – da parte di chi leggerà, presenterò la mia personale visione su ciò che, per intenzione o per elementi fattuali, non è mi era stato detto prima di entrare a piccoli passi in questa esperienza.
Quello che non mi avevano detto prima di partire è che non mi sarei adattata facilmente all’inquinamento atmosferico quasi sempre presente nelle più grandi città sudamericane, tanto fastidioso da renderti arida la bocca dopo aver camminato cinque minuti per strada.

Quello che non mi avevano detto prima di partire è che prendere i mezzi di trasporto urbani – ovvero il bus – sarebbe stata un’esperienza tra le più mistiche e terrificanti della mia vita (venendo da un piccolo paesino di provincia, per me non è scontato) e che avrei visto persone scendere dal mezzo ancora in movimento, controllori gridare fuori dalla porta aperta la destinazione finale per orientare i potenziali passeggeri, e masse umane entrare a fiotti all’interno del veicolo, in barba a qualsiasi norma di sicurezza e di rispetto dello spazio personale.
Quello che non mi avevano detto prima di partire è che per 11 mesi avrei camminato, viaggiato, mangiato, bevuto e dormito a ritmo di cumbia, raggaeton, salsa e bachatapresente in ogni angolo, trasmessa in ogni locale e su ogni veicolo di quelrelativamente “piccolo” angolo dell’America Latina.
Quello che non mi hanno detto è che sarei rimasta disarmata dai “mamita”, “papito”, “pasito”, “favorcito”, “perdoncito”, “dolarito” e tutti i vari diminutivi e vezzeggiativi di cui abitualmente si fa uso – al limite dell’abuso – nel linguaggio di tutti i giorni.
Prima di partire non mi avevano detto che avrei passato il maggior numero di ore su mezzi a quattro ruote di varia grandezza e (a volte dubbia) natura di quanto avessi mai fatto nell’arco della mia vita; che avrei letteralmente saltato per salire, e che mi sarei lanciata per scendere dal mezzo ancora in corsa, con lo zaino da viaggio in spalla, riempito dell’equipaggiamento strettamente necessario per affrontare il weekend e con spazio sufficiente per ogni eventuale scoperta, ogni scorcio che mi avrebbe meravigliato inaspettatamente allo svoltare una delle tante curve percorse sulle Ande.

Ma molte altre cose, senza che io potessi lontanamente immaginare, le ho realizzate una volta che l’aereo già aveva alzato la carlinga, mentre si dirigeva sicuro e inappellabile verso l’altra sponda dell’Atlantico.

Prima di partire non mi avevano detto che, lavorando con migranti, rifugiati e richiedenti asilo in un Paese che è bacino di grandi movimenti migratori, la grandezza di questa esperienza l’avrei trovata nelle vite dei singoli protagonisti di una tale impresa umana, nella resilienza e perseveranza che ogni giorno riuscivo a leggere nei loro visi, nonostante le circostanze fossero spesso così ostili.

Prima di partire non mi avevano detto che, una volta che il Sudamerica l’hai visto, non te lo togli più dalla testa; che puoi lasciarlo, puoi allontanartene, ma che non lo farai più uscire da te; che quegli orizzonti spietatamente irregolari, immensi, selvaggi a volte al punto da far paura, ti ritorneranno davanti agli occhi quando già ne sarai lontano, come la prima volta che ti hanno strappato una smorfia di stupore, o minuti interminabili di pelle d’oca; che nelle orecchie e negli occhi avrai sempre la musica, il fumo del cibo cotto in strada, il rumore dei motori degli autobus che sbuffano stanchi in salita o in discesa, i clacson invadenti, le grida dei venditori dei quotidiani per le strade. Perché ogni pezzo fa parte del tutto, e rende questo gigantesco teatro indelebile nella mente di chi lo ha visto.
Prima di partire non mi avevano detto che, davanti al focolare italiano, avrei ripensato ai venti freddi e taglienti che mi avevano colpito il viso sulla vetta di una montagna o di un vulcano, facendomi sentire fragile e forte allo stesso tempo, a contatto con la natura come non lo ero mai stata.

Prima di partire non potevano certo dirmi che al mio ritorno, negli occhi, nei volti e negli abbracci cari quanto conosciuti, non avrei potuto non pensare a tutti quelli che mi ero lasciata alle spalle, e che con lo stesso calore mi avevano incuriosita, ammaliata o rassicurata, o tutte e tre le cose, quando avevo avuto più bisogno di una rinnovata forza per proseguire nei momenti di stanchezza e frustrazione.
Molteplici sono le emozioni che provo ora scrivendo queste righe, durante l’ultimo volo che mi separa dall’aeroporto da cui circa 11 mesi fa sono salpata per quest’avventura. E so che in questo momento è giusto così. Perché un’esperienza come questa è paragonabile ad un acquarello: all’inizio, quando stai ancora dipingendo, i colori si espandono in maniera incontrollabile, si confondono, si mescolano, si sovrappongono lasciando un’immagine poco definita. Bisogna lasciare che il colore si asciughi per poterla vedere con chiarezza, e assimilarne così il senso.
Quello che so con certezza è che – al pari di un acquarello -, nella sua irregolarità, nella sua apparente confusione, nella sua intensità e nella bellezza a volte quasi troppo grande per poterla tenere tra le mani o trattenerla negli occhi, quest’anno è stato unico rispetto a tutti i precedenti, così come a quelli che seguiranno.

Per questa ragione, alla domanda “Com’è andata?” non potrò mai dare una risposta che possa essere quantomeno all’altezza di quello che ho veramente vissuto. Probabilmente soddisferò chi la domanda l’ha posta, e va bene così. Perché la verità è che – come spesso ho pensato durante il corso dell’anno – alcune esperienze non possono essere realmente raccontate, non nella loro interezza; perché farlo vorrebbe forse dire perdere quegli infiniti dettagli che l’hanno resa ciò che è stata. È opinione del tutto personale che un’esperienza così vive e si rigenera nel regno del “non detto”, negli spazi bianchi che separano una parola dall’altra, dove può essere libera di espandersi e proliferare al di là dei recinti creati dalle parole che usiamo.

Come ora mi rendo conto, è in quegli stessi spazi, in quel “fattore incomunicabile”, che si nascondeva il vero senso dell’anno di Servizio Civile che si è appena concluso.

Kathryn Michelle Caprioli

Casco Bianco FOCSIV in Ecuador

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