PICCANTE CON GHIACCIO, POR FAVOR

andrea

Hai mai pensato di poter esser drago? Immagina di aver una fucina nello stomaco. L’esofago incandescente conduce alla faringe. Qui, grazie all’aria introdotta da bocca e coane, nasce il fuoco. Il miracolo Prometeico racchiuso nella tua gola. Fiamme ardenti ed indemoniate, strangolano la lingua e si stagliano tra i denti in cerca di libertà. Se ora ti avessi di fronte, caro nemico, mi basterebbe un soffio per carbonizzarti. Ridurti a brace da calpestare. Poi cenere da disperdere e dimenticare. Ma, siccome non ho nemici, mi limiterò ad ordinare un altro tacos con salsa di Chile cerrano della Señora Rosario. Sentirmi Drago mi aiuta a riflettere. Rifletto spesso sui nostri bambini e le loro difficoltà d’ascolto e d’espressione. Si vergognano a mostrarsi interessati. Curiosi. Capaci. Intelligenti. Quasi vigesse un imperativo di “Cazzonaggine” al quale sottostare, con il volere o con la forza.

Quando, per errore o distrazione, catturi il loro entusiasmo, improvvisamente si spaventano e come tartarughine grinzose si nascondono nei loro carapaci quasi inespugnabili. Quasi. Ed io vorrei solo poter cucire una cerniera lungo il loro petto. Così: facile da aprire e da chiudere. Per coprirsi o scoprirsi in piena libertà. Se hanno paura o sono timidi, possono semplicemente affacciarsi a guardare: quante tasche ha un giorno se le si sa vedere! Non potrebbero che innamorarsi di tanta arte tutt’intorno. Di tanto genio. Di tanta vita.

“Lo Sport, vecchia” dice Giuseppe. “Lo sport è la chiave”. È la forbice e l’ago con cui liberarli da quella prigione. È disciplina travestita da gioco. Sembra “cazzonaggine” ed invece è scuola. Proprio per questo stiamo cercando di fare più sport possibile. Di ogni tipo. Anche se il calcio è calcio ed in esso vive una sorta di speranza sacra alla quale tutti sono devoti.

Con varie bambine siamo andate a pattinare. Queste non hanno mai visto la neve, immaginatevi il ghiaccio! Con gli occhi sgranati e la lingua penzolante si sono arrampicate sulla balaustra della pista, aggrappandosi ad una persona ed un’altra, come scimmie tra i rami. Ammetto che inizialmente hanno scatenato un po’ di panico tra la gente normale e “ben vestita”. Piccole e anarchiche figlie della jungla, con le facce macchiate di nero e le unghie piene di terra. Sui loro capelli si potrebbe discorrere per ore, ma non è il momento. Dopo un’attesa, fatta di urletti e scalpitii, finalmente ognuna di loro ha: un brillante paio di pattini ai piedi ed un luccicante paio di occhi, pieno di parole d’avventura e stupore magico. Entriamo in pista. Pattiniamo. Ridiamo. Ci tiriamo la neve. Ci sgridano. Cadiamo. Ci rialziamo.

Questo è un insegnamento bellissimo: ogni caduta è fatta per rialzarsi. Per andare oltre. Per andare meglio. Ci dicono di uscire dalla pista. Restiamo. Ci risgridano. Le bimbe si buttano a terra ed iniziano a baciare il ghiaccio. Ci sgridano ancora. Le trascino fuori per i piedi. Lì, sulla panchina ci aspetta padre Giorgio che nel frattempo si è addormentato (abbiamo pattinato molto a lungo). Le bimbe, con i baffi sporchi di neve, lo assaltano d’abbracci e iniziano a ripetere “Quando torniamo Padre? Quando? Quando Padre? Padre?”.

Giulia Sargenti

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *