Petrolio e socialismo, un matrimonio possibile?

L’economia dell’Ecuador, nonostante i cambiamenti promessi da Correa al momento della sua ascesa al potere, è ancora fortemente incentrata sul settore primario e, in particolare, sull’estrazione di petrolio.

Ogni giorno tra i 540 e i 550 mila barili di greggio vengono sottratti al ricco sottosuolo ecuadoriano e pompati attraverso infiniti oleodotti ai centri di raccolta e raffinazione in patria e all’estero. La maggior parte dei giacimenti è fatalmente ubicato ad oriente, nell’area ricoperta dalla foresta amazzonica e abitata da popolazioni indigene ancestrali. Nel solo cantone di Orellana (per intenderci la frazione di una delle 24 province ecuadoriane), dove mi trovo, viene estratto il 30% del greggio del Paese, un dato che si concretizza in scenari di ordinaria apocalisse in un territorio la cui verginità è stata violata brutalmente da oleodotti, piattaforme, pozzi, ciminiere ed enormi cattedrali nel deserto che ospitano la manodopera militarizzata di questo sistema di sfruttamento.

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Sorge spontaneo domandarsi come sia possibile che un governo socialista, la cui scalata al potere è stata sostenuta dai movimenti indigeni, stia perpetuando un modello economico retrogrado e violento. La risposta non è univoca né scontata: oltre agli ovvi interessi in gioco è da ribadire che, al fine di proseguire la strada tormentata dei suoi predecessori con una veste rivoluzionaria, Rafael Correa, l’uomo più popolare e carismatico dell’Ecuador, ha giocato d’astuzia. Mentre offuscava la vista dei più con grandi infrastrutture (principalmente strade e ponti per facilitare l’industria petrolifera) e con l’estensione dei servizi basici alla maggioranza della popolazione, il partito governativo Alianza Paìs ha operato un efficace rilancio dell’immagine dell’estrazione petrolifera principalmente attraverso 3 azioni:

  • La parziale nazionalizzazione delle piattaforme petrolifere a favore della statale PETROECUADOR congiuntamente all’aumento delle imposte per le imprese straniere;
  • L’annuncio dello sviluppo e introduzione di nuove tecnologie sicure per l’uomo e per l‘ambiente;
  • La presentazione dell’estrattivismo come mezzo indispensabile per consentire lo sviluppo del paese e la realizzazione del buen vivir.

La nazionalizzazione è sicuramente un passo positivo contro la depredazione del Paese per mano straniera ma non cambia la realtà di fondo, ovvero l’utilizzo sfrenato di risorse non rinnovabili con un forte impatto ambientale e umano, per non citare il fatto che un numero crescente di blocchi petroliferi sono dati in concessione alla cinese Petro Oriente, nota per assumere principalmente personale patrio e ridurre al minimo i costi. Per quanto concerne le nuove tecnologie, in primo luogo non è scontato che vengano impiegate e ciò è dimostrato dalle continue notizie riguardanti fuoriuscite “accidentali” di petrolio (in media una alla settimana). Inoltre, anche i più avanzati ritrovati della scienza e della tecnica possono solamente ridurre le conseguenze dell’estrazione e mai eliminarle. Il solo fatto di penetrare in territori dove la sussistenza è ancor basata su caccia, pesca e agricoltura di piccola scala, turba l’equilibrio tra uomo e natura: gli animali scappano dal rumore dei generatori, le comunità si spingono sempre più lontano, sovraffollando le aree ai margini della penetrazione capitalista, le compagnie petrolifere si intromettono nella vita sociale, economica e politica delle comunità in base a una logica di beneficio immediato per cui comprano la collaborazione e il controllo in cambio di miglioramenti che, normalmente, sarebbe compito dello Stato apportare. P1050145Tutti questi fattori, oltre a rendere l’Amazzonia un centro di interesse economico e politico, fanno sì che si accentui una conflittualità multidimensionale: all’interno delle comunità, tra comunità costrette in spazi sempre più limitati e, infine, tra comunità e compagnie petrolifere. È tuttavia innegabile il ruolo economico preponderante giocato dal petrolio che, come la propaganda di stato non manca mai di ricordare, finanzia una buona parte dell’ambizioso progetto del buen vivir, naturalmente rivolto alla maggioranza silenziosa e palesemente discriminatorio nei confronti delle minoranze dissidenti e di coloro che pagano di tasca propria il conto salato del benessere.

La dipendenza dalla prossima dose di estrazione e l’inaffidabilità dei compratori – i mercati e le loro fluttuazioni dei prezzi – fanno dell’Ecuador uno spacciatore eroinomane che continua a bucarsi, da solo o in compagnia, ma dipende da come riesce a piazzare la stessa droga di cui abusa. Questa situazione non rappresenta solo il ripetersi di errori passati ma anche il tradimento delle origini, della Costituzione negoziata e approvata a Montecristi nel 2008 che riconosce il diritto della natura a rigenerarsi. È la decisa negazione della diversità, della possibilità di un ordinamento socio-economico alternativo e sostenibile che riconosca valori diversi da quelli del capitalismo neoliberista, è insomma un altro caso di socialismo capitalista e nascente autoritarismo che si volta di fronte all’opportunità di intraprendere uno sviluppo genuinamente sostenibile e inclusivo.

Alice Mantoani

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