Per i “miei” bimbi

Parlare di questi mesi qui a Curitiba, nel sud del Brasile, non è affatto facile.

Non so da dove iniziare a raccontare e un po’, ancora mi sembra assurdo dire che sono qui già da così tanto tempo, eppure sono a metà del mio servizio civile. Sono volati i mesi, sono volate le settimane, sono volati i giorni e se mi guardo indietro ne ho passate tante.

Sono stata spesso male, nelle prime settimane una delle persone che mi conosceva meglio era la farmacista che appena entravo nel negozio sorrideva e mi chiamava “A italiana”. E allora, forse, dovrei cominciare a scrivere della mia esperienza partendo proprio da questa città, partendo da Curitiba.
Essere una servizio civilista in questa città è una sfida ogni giorno, già dal mattino, quando ti svegli alle 6.30, tu che amavi dormire, ora dormi in media 5-6 ore al giorno, anche se non devi andare a lavoro, ma solo per abitudine. Ti svegli che è ancora buio e devi scegliere cosa indossare e sai già che qualsiasi cosa tu ti metterai, comunque sarà inadeguata.

A Curitiba il clima cambia in continuazione e te ne accorgi dalla gente intorno a te: ci sta chi è a maniche corte e chi come me con cappotto, sciarpa e cappello di lana, eppure nessuno di noi si sbaglia. Quindi, indossare sia maniche corte che cappotto, probabilmente, è una buona idea. Ogni giorno devi sforzarti di ricordare che ti trovi in Brasile ed il perché hai scelto proprio questo paese. Devi ricordartelo bene, perché a Curitiba è facile dimenticarsene. Infatti, nel caso tu non l’abbia già notato dal clima freddo, dal cibo “tipico” (che consiste in riproduzioni errate di cibo italiano, tedesco, polacco, ucraino e giapponese), Curitiba non è il Brasile verdadeiro. Almeno non nel modo in cui noi immaginiamo il Brasile: sole, samba, mare e gente sempre allegra. Quello lì è il Nordest e ci sta sempre qualche sconosciuto pronto a ribadirti il concetto che tu sei a Curitiba, la città più europea del Brasile, dove la gente è fechada e di sole e samba c’è solo un vago ricordo, che fortunatamente resiste in qualche adorabile locale con musica dal vivo. Io qui da europea mentre vorrei essere un po’ più brasiliana e i brasiliani di qui che, invece, vorrebbero essere un po’ più europei. Tuttavia un po’ li ho imparati a capire: è difficile amare un paese dove la criminalità è elevatissima. Città come Salvador, Rio e San Paolo sono bellissime, malgrado ciò sono in molti a scappare, perché sono pericolose, perché non si trova lavoro, non ci sono prospettive future e la povertà è troppo diffusa. E allora sogni l’Europa, sogni la modernità e scegli una città fredda e, per certi versi, triste come Curitiba, dove però puoi farti una passeggiata in centro senza rischiare la vita, dove i trasporti pubblici esistono e funzionano, dove puoi vivere un’esistenza tranquilla, anche se significa dimenticarti un po’ da dove vieni, ballare molta meno samba e sorridere un po’ di meno.

In questi mesi ho dunque spesso pensato di non essere nel posto giusto, però poi ci sono loro “ i miei bimbi”, come mi piace soprannominarli, a ricordarmi chi sono, cosa voglio essere e perché sono qui.69624695_498397980948048_7681672184263081984_n

I primi mesi non facevo che parlare di loro a tutti. Lavorare al Centro Social Marello è come fare un puzzle gigante: ogni giorno scopri un lato diverso di questi bambini, ogni giorno aggiungi un pezzetto in più alla loro storia, ogni giorno è diverso da quello precedente. Vi stancherete molto, ma riderete anche tanto. Il centro è una sorta di pre-scuola, un centro educativo, dove i bambini non imparano nuove nozioni, ma imparano prima di tutto ad essere bambini, a giocare, ad usare la fantasia e la loro creatività, a dimenticare i problemi, almeno per qualche ora. Con loro sto imparando a darmi agli altri, a mettermi al servizio di altre persone. Ho imparato che quello che a noi sembra poco, anche un piccolo gesto, per loro può essere molto e sono loro stessi a fartelo capire: abbracciandoti, regalandoti disegni, ringraziandoti anche solo per essere lì con loro, per dargli quell’affetto, quelle attenzioni e quel tempo che troppo spesso non ricevono. E allora ogni volta che sono triste e penso di non farcela, guardo la mia scrivania con tutti quei disegni fatti per me, apro la galleria del mio cellulare e mi guardo le foto e i video delle attività svolte con i “miei” bambini, vado al centro e mi prendo un po’ di quegli abbracci, li stringo a me un po’ più forte e penso che non vorrei mai lasciarli.

Federica Focanti, Caschi Bianchi Osm, Brasile

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