Pampanal, mi querido Pampanal

Pampanal de Bolìvar è una piccola comunità dispersa sulle sponde della foresta di mangrovie a venti minuti , in canoa,  da San Lorenzo. Siamo nel Nord dell’Ecuador, al confine con la Colombia. La maggioranza della popolazione locale è afrodiscendente; fanno eccezione i colombiani scappati dalla guerriglia e gli indigeni della vicina Sierra Settentrionale.

Il sole rovente sparisce improvvisamente, per lasciare spazio a copiose piogge tropicali e il profumo del platano alla brace ti sorprende ad ogni angolo, alternandosi ai fumi del palo santo messo a bruciare dai sierrani.

Qua al nord i ritmi del Reggaeton e della Salsa Choque non sono stati spenti  nemmeno dallo Stato di Emergenza indetto a fine Gennaio, a seguito del primo attacco terroristico da parte della guerriglia colombiana, a cui sono seguiti numerosi altri attacchi e sequestri. Mentre gli elicotteri sorvolano la zona nord ecuadoriana e il fitto labirinto di mangrovie, dentro al quale spariscono i narcotrafficanti nell’oscurità della notte, i costeñi mettono a tacere  la  preoccupazione, alzando il volume delle casse.

Pampanal è una delle comunità in cui lavoro come professionista dell’area psicoeducativa di RBC (Riabilitazione su Base Comunitaria) per l’ONG OVCI.

Attraverso i promotori comunitari, OVCI entra nelle zone rurali o più disagiate della regione di Esmeraldas, dove spesso la persona con disabilità vive un forte stato di abbandono. Noi professionisti dell’ area fisica e psicoeducativa ci occupiamo di supportare durante le quotidiane visite domiciliari il promotore comunitario,  al fine di indicare come svolgere l’intervento ri/abilitativo a pazienti con disabilità, valutare nuovi pazienti e fornire una formazione teorica su patologie e strategie di intervento. Nella regione di Esmeraldas la RBC si è sviluppata negli anni riuscendo ad arrivare a tutte e sette le province che la compongono e stringendo forti legami di fiducia con le istituzioni locali che consentono l’emancipazione e la partecipazione ai servizi educativi, occupazionali, sanitari e sociali.

Pampanal è una piccola comunità costituita da palafitte  di legno che si affaccia sul fiume; arrivando a Pampanal in una giornata di sole, con gli aironi a vedetta del porticciolo e i bambini che si tuffano dal molo sgangherato, parrebbe di trovarsi di fronte ad una copertina da rivista di viaggi.

Eppure, appena messo piede a terra, realizzi che Pampanal non è quello che immaginavi.  Tra le palafitte, il suolo ricoperto di cartacce, bottiglie e chiodi lascia spazio a qualche conchiglia incastonata nella sabbia. Niente di strano per la provincia di Esmeraldas, dove l’educazione ambientale è ancora qualcosa di oscuro. Eppure addentrandosi nel Pampanal la spazzatura si fa troppo consistente e il maleodore più prepotente. È a questo punto che scopri che qua non esiste un metodo di raccolta dei rifiuti, né un sistema fognario. A Pampanal semplicemente tutto ciò che è spazzatura si lancia fuori di casa e si accumula sotto le palafitte e tra le “strade” in cui i bambini giocano e corrono. La marea, che si alza nel pomeriggio inondando l’intera comunità,  fa il resto del lavoro,  portandosi via al largo una parte della spazzatura e amalgamando il resto con la sabbia  a formare quelle che continueranno ad essere le “strade” del villaggio. Pampanal è il luogo “sin reglas y sin ley”, la Polizia e la Marina hanno abbandonato la comunità e non entrano più da anni in questo piccolo villaggio di un centinaio di famiglie, lasciandole libere di compiere crimini di ogni tipo.

Le prime giornate di lavoro al Pampanal sono state tragicomiche, cercando di saltare tra una tavola di legno appoggiata in mezzo ai liquami e un ponticello le cui tavole di legno sono sempre pronte a spezzarsi al tuo passaggio. Non potevo credere di trovarmi davvero a operare in un luogo così malsano, di potermi sedere in terra per lavorare con qualche paziente o di poter mangiare qualcosa cucinato al Pampanal. Fino al giorno in cui semplicemente è successo. Il giorno in cui ho smesso di osservare Pampanal come un luogo ed ho iniziato a sentire le persone che ne costituiscono il cuore.

Pampanal sono gli anziani che ti accolgono al molo con infiniti ossequi e battute, rallegrando anche la giornata iniziata nel peggiore dei modi, Pampanal è Carmen, la promotrice che è un sorriso fatto a persona con cui ridere di tutte le quotidiane disavventure, Pampanal è la timida Soraya che attende la visita ,scrutando  fuori dalla porta di legno, perché i ragazzi della sua età la scherniscono per la sua disabilità, Pampanal è Eric, sordomuto, il bimbo più muscoloso che abbia mai conosciuto, un piccolo Braccio di Ferro nato di  soli 6 mesi e cresciuto nel calore del seno della madre, costretta a portarlo in giro dentro al reggiseno perché i soldi per tenerlo in incubatrice mancavano, Pampanal è Yaiza che si prende cura del figlio con autismo e degli altri 4 figli quando non è sul fiume a pescare, il marito è dovuto scappare perché qualcuno lo sta cercando per ucciderlo.

Sarebbe stato più evocativo parlare di altre comunità, tra quelle che visito ogni settimana: a Milagro si arriva percorrendo un ponte sospeso e tutti galoppano in groppa ai loro cavalli, ad Hanchayacu ci si muove in canoa tra le case dei cacaoteros (raccoglitori di cacao) e l’odore di cacao a seccare inebria tutto il villaggio, a Vainilla i bambini corrono giù per la strada urlando “Tiaaa” e buttandoti in terra per abbracciarti.

Ma Pampanal rappresenta l’evoluzione del mio rapporto con la regione Nord dell’Ecuador: da luogo a legami, da legami a cambiamento interiore.

Perché, non prendiamoci in giro, la regione di Esmeraldas non è un contesto incantato, ho dovuto lavorare su me stessa per poter accettare e smettere di giudicare tante delle contraddizioni di questo popolo.

Siamo abituati a circondarci di persone con abitudini, opinioni e punti di vista simili ai nostri e relazionarci con persone affini a noi ci radicalizza.

Entrare nelle case e nelle vite di questo popolo, respirando odori tanto differenti,  percependo tormenti e affanni lontani dai miei, abitudini comportamentali, reazioni, dinamiche interpersonali, a volte quasi inaccettabili, per la loro lontananza dal mio modo di pensare e di agire. Riuscire nonostante ciò a costruire e mantenere sinceri rapporti di amicizia con i colleghi, intessere relazioni con i pazienti e le loro famiglie, che vadano aldilà del semplice rapporto professionale…tutto questo ha smontato la mia radicalizzazione.

Accogliere abitudini, convinzioni così discordanti dalle mie e andare oltre a tutto ciò, percependo la persona , non solo come l’espressione di tali differenze , ma semplicemente persona, proprio come me, è stata la chiave di volta che oggi mi consente di sentirmi cittadina anche di questo lembo di mondo, anziché semplice spettatrice.

Eleonora Belli – SCN a Esmeraldas con OVCI

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