Palline da flipper in Senegal

Viaggiare è una delle attività che da sempre mi affascina, mi emoziona e che non può mai stancarmi in quanto è potenzialmente infinita. Si può viaggiare anche nel proprio quartiere, scoprendo stradine che rappresentano sogni, bisogni, necessità e organizzazione di una società intera. Una pista d’asfalto, un sentiero tra fili d’erba e sassolini, un ponte per attraversare il fiume. Tutto ciò è sempre stato come un riassunto del senso più profondo della vita. Cercare un modo per arrivare a qualcosa di nuovo, ma che comunque permetta di tornare a casa. Arrivarci scoprendo orizzonti, incontrando persone e sfidando stagioni rende tutto una giostra infinita, rinnovabile a ogni curva.

Avevo bisogno di scoprire nuove strade in cui perdermi per ritrovarmi, di una lingua nuova in cui chiedere indicazioni, di posti in cui il wi-fi non arriverà mai, come direbbe un cantautore che mi sta simpatico. Strade da vivere fino in fondo scoprendo qualcosa che non ero ancora in grado di immaginare.

Sono così partito per un posto lontanuccio. La brulicante città di Mbour, in Senegal. Ho scelto di vivere il Senegal aiutando i turisti a scoprirlo, con rispetto, e nel modo più reale possibile. Senza filtri. Per riuscire in questo mi sono messo in cammino, in ogni mio momento libero, per osservare, scoprire e bagnarmi di realtà.

Una bella domenica ho guardato la mappa e un puntino tra tanti mi ha affascinato. L’idea che un semplice tratto di matita su un pezzo di carta possa rappresentare un universo di persone, suoni e stili di vita spiega facilmente la curiosità di ogni esploratore. Ho scelto il puntino per la sua posizione geografica interessante, una piccola striscia al confine tra i canali serpeggianti del Sine Saloum, il continente e l’Atlantico. Un po’ come un signore che qualche giorno fa mi ha detto di apprezzare molto l’Italia per la sua “bellezza geografica”, cioè per il suo essere a forma di stivale. Ho scelto poi come compagna d’avventura una persona che non conosceva barriere nella ricerca per conoscere la vita.

Siamo così arrivati con un rilassante pulmino in quel mondo tratteggiato. Scoprendo le tre dimensioni di quello che ha una mappa pieghevole poteva solo suggerire. Era quello il momento di costruire un castello tra i pezzi di carta dove avevo appuntato mete, itinerari e nomi che non sarei riuscito a pronunciare.

Il puntino tanto cercato si chiama Djiffer ed è una sottile lingua di terra che si immerge nell’Oceano, ritrovandosi a guardare il mare a ovest, a est e a sud. Abbiamo scoperto un piccolo villaggio che vive del mare, con pescatori che vanno e vengono, con vicoli ricoperti di trappole per polipi, con una vita precedente spazzata via dalle acque e un presente che sarà presto sommerso. In fondo, quanto è reale il futuro? Resti di costruzioni demolite dall’oceano sono quello che resta di un passato non troppo lontano, in una spiaggia contesa tra i rifiuti e la bellezza. Un angolo di mondo fragile e cristallino in cui cerco di rimpicciolirmi per lasciarmi trasportare dal ritmo naturale degli eventi, come in un flipper impazzito.

Villaggio di Djiffer
Villaggio di Djiffer

Un tassista che non conosce il senso del tempo ci propone una corsa per tornare a casa o in qualsiasi altro luogo. Proviamo a contrattarne il prezzo, lui mi spiega che partirà solo quando saprà di poter ricavare una certa cifra, perché altrimenti sarà lui a rimetterci il costo del gasolio. Proponiamo così un accordo. Ci impegniamo a coprire il ricavo che l’autista si attende, ma solo nel caso in cui per strada non ci siano altri clienti oltre noi che necessitino di una corsa. Dopo qualche titubanza l’autista parte, destinazione Samba Dia, dove sembra esserci una grandissima foresta di palme. Dopo pochi minuti incontriamo le prime signore sul bordo della strada, accecate dal sole, pronte per essere accompagnate. L’autista diventa velocemente il salvatore del pomeriggio di una decina di donne in lotta con l’afa.

Nella strada per Samba Dia noto un muro scalcinato con sopra disegnata una bicicletta in una vernice gialla che non può non trasmettermi positività. Una volta arrivati nella piazza del paese decidiamo di tornare indietro a piedi, alla ricerca di quella bozza di bici. Dopo qualche minuto in cui dubito di aver visto veramente quel disegno, la gente del posto mi conferma che se continuerò a camminare, un altro pochino, troverò qualcosa che ha a che fare con il ciclismo (non ho ancora capito in che modo). Finalmente troviamo il muro dei sogni dell’ultima mezz’ora. Sotto la bici è indicato un numero di telefono e affianco c’è un piccolo cortile con mezzi su due ruote apparentemente da riparare. Bambini e donne sorprese ci vedono entrare. La nostra intenzione è chiara, avere un paio di bici per raggiungere una fantomatica foresta di palme che non sappiamo dove sia. Un signore in un albergo a Djiffer ci aveva confermato la sua esistenza. Forti di questa sicurezza formuliamo la nostra offerta a un gruppo di donne che ci guarda con curiosità, parlottando tra loro sulla fattibilità della proposta. Dopo un piccolo briefing tra le donne, a cui partecipiamo passivamente, viene chiamato (o svegliato) un giovanissimo signore che di professione sembra riparare biciclette. Un uomo molto orgoglioso del suo lavoro e geloso delle sue creazioni, che sembra trattare come figli, capiamo subito che dobbiamo conquistare la sua fiducia per poter utilizzarle. Non è il pagamento che gli interessa, quanto la sicurezza che riporteremo a casa le sue adorate. Il meccanico delle due ruote metabolizza la nostra richiesta e ci propone a sua volta di accompagnarci nella foresta di palme. Ha così modo di controllarci ma anche di sfoggiare la sua più grande invenzione, una bici elettrica dotata di casse bluetooth. Un mezzo studiato e costruito con un metodo scientifico che deriva più dall’esperienza che dai libri. Con un sottofondo musicale da relax su un’amaca, ci ritroviamo su una qualsiasi strada del mondo per scoprire una grande bellezza naturale insieme a una guida di cui ci fidiamo ciecamente, ma che abbiamo conosciuto da 10 minuti scarsi.

Arriviamo così alla foresta di palme. Esiste davvero ed è maestosa, verdeggiante grazie alle piogge intense del periodo, in perfetta armonia tra regno animale e vegetale, è un luogo accogliente. Il nostro inventore/meccanico si rivela anche perfetto conoscitore della flora e della fauna locale. Ci accompagna in lungo e in largo scoprendo lui stesso un piacere nuovo, quello di realizzare il sogno improvvisato di due malcapitati europei che si sono trovati a passare per casa sua, per non si sa quale inspiegabile combinazione di eventi. Dopo un po’ di cammino nella foresta, scopriamo un fazzoletto di terra ricoperto da un’aria energizzante che sembriamo non conoscere. Ecco, quel pezzo di terriccio, dove respirare qualcosa di nuovo e inebriante, ci ripaga di tutti gli sforzi e gli sballottamenti della giornata. Rientriamo sempre così, pedalando dolcemente su ritmi musicali felici e spensierati. Salutiamo e ringraziamo la nostra guida. Abbiamo scoperto un nuovo orizzonte, lui forse ha scoperto un mestiere.

Foresta di palme di Yayem (Samba Dia)
Foresta di palme di Yayem (Samba Dia)

Quanto è stato bello rimpicciolirci e tuffarci in un mondo da scoprire, quanto sarà bello farlo ancora. Quanto sarà intensa la felicità nell’accompagnare qui le persone che avranno il coraggio di bagnarsi di realtà. Vedere i loro occhi vispi e curiosi, sentire le loro telefonate a fine giornata con le famiglie lontane mentre raccontano la loro favolosa esperienza. Vedere mestieri che nascono, economie nuove, società che si evolvono in un modo armonioso e conviviale. Progettare tra i pensieri un’economia dove la condivisione riesce a offrire servizi efficienti. Abbozzare un sistema che aumenti la felicità della gente.

Quanto è bello dimenticare di essere qualcosa e trasformarsi in una minuscola pallina che riesce a volare in traiettorie impensabili. Quanto è bello il momento in cui si è in volo e non si ha neanche il tempo di pensare. Quanto sarà bello donare quell’attimo un giorno a qualcun altro. Quanto è bello sentirsi più piccoli e leggeri di quei puntini sulle mappe. Quanto è bello sapere che ogni punto può collegarsi a un altro e a un altro ancora, come tanti puntini sospensivi in grado di raccontare una lunghissima storia…

Grazie al servizio civile e all’ONG CPS per tutto questo!

“Voglio essere una gialla velatura,

gonfia verso un paese senza nome”

(Angelo Branduardi – Confessioni di un malandrino)

Gerardo, Casco Bianco con CPS – Comunità Promozione Sviluppo in Senegal.

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