Morococha no perdona

 “Un tempo”, mi avevano detto, “non c’erano così tante macchine a Huancayo e per andare da un capo all’altro della città si mettevano massimo venti minuti”. Ora invece sono le 12.30 di una mattina ancora incerta se regalarci una giornata di sole cocente o fitta pioggia. Ed io mi ritrovo imbottigliata nel traffico di macchine in uscita da Huancayo diretta verso la Municipalidad de Morococha per prendere parte ad una riunione informativa tra organi governativi e la società civile riguardante il lungo processo di re-insediamento della comunità di Morococha, conseguenza diretta dell’implementazione del progetto minerario Toromocho da parte dell’impresa Chinalco.

Taxi insistenti, combi spericolate e vociferanti chofer ci accompagnano per gran parte del tragitto con il suono dei clacson e i ripetuti “baja,baja,baja-sube,sube,sube”. Nel frattempo, penso fiduciosa, “i traguardi raggiunti questa volta verranno consolidati”. Ahimè, demasiado ottimismo. Una breve ma esaustiva tappa gastronomica nella gloriosa Jauja e la jeep dell’ instancabile Percy già ci sta conducendo verso la nostra destinazione, sfrecciando al ritmo della cumbia. L’arrivo a Morococha viene anticipato da un paesaggio la cui vegetazione si fa sempre più rada. Le montagne perdono la loro maestosità tingendosi di un grigio roccioso e appaiono livellate e spente.

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Sono già le quattro e fuori dal Municipio non c’è quasi nessuno. Il rappresentante del Ministero di Energía y Minas si guarda intorno sconsolato. “I delegati di OEFA e PCM”, ci comunicano più tardi, “sono stati trattenuti da impegni più urgenti”.  Lo stato si configura come un attore sordo e assente. Intanto fuori al gelo la gente aspetta impaziente. Sullo sfondo si intravedono in fila le minuscole case della Nueva Morococha, il complesso edile dove è stata trasferita la maggior parte della popolazione a causa dell’alto livello di contaminazione generata dall’attività della minería.

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La fase del cosiddetto reasentamiento costituisce l’origine del conflitto attuale tra la popolazione e l’impresa mineraria. Quest’ultima infatti, mancando agli impegni presi, ha costruito la Nueva Morococha in una zona che in tempi più felici era una laguna con le mancate precauzioni e le ovvie conseguenze per la salute degli abitanti. Tra la società civile c’è chi ha accettato di spostarsi in cambio di un’indennità economica irrisoria e chi invece è rimasto a Morococha Antigua, venendo condannato a una vita priva dei servizi basici e rischi molto seri per la salute.

Tuttavia, le dinamiche che si sono venute a creare nel tempo sono molto più complesse, contribuendo a fare del caso Morococha una matassa inestricabile. Accanto agli interessi di Chinalco ci sono quelli di una società civile che si mostra frammentata e divisa. Nel frattempo, l’impresa licenzia e assume nuovo personale. Alcune case sono vuote, altre sono in vendita. “La Nueva Morococha è una città morta e la gente non ha più nulla di cui vivere”, denunciano gli abitanti del luogo.

Quello che si supponeva sarebbe stato un dialogo pacifico tra governo e società civile sui risultati raggiunti durante il 2016 ben presto si trasforma in una trafila di accuse lanciate verso lo Stato e verso gli organismi incaricati di facilitare il dialogo. Sfiducia e risentimento regnano sovrane, rendendo urgente impegno e partecipazione da parte di tutti gli attori coinvolti, perchè “Morococha no perdona” e il conflitto potrebbe essere alle porte.

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