Migrare: un diritto umano.

Secondo i dati del Dossier Statistico Immigrazione 2015, nel 2014 i richiedenti asilo in Europa sono stati 627.790, mentre nei primi sei mesi del 2015 le domande ammontano a 422.860. Per quanto concerne l’Italia, due anni fa sono sbarcate sulle coste 170.000 persone: di queste, 64.625 hanno inoltrato richiesta di protezione internazionale (58,5% accolte su 35.190 esaminate). A livello globale, nel 2014, il numero di sfollati, rifugiati e richiedenti asilo è pari a 59.965.888, a fronte dell’avanzamento in Europa di 627.780 richieste di protezione internazionale, con la presenza di 1.634.043 di persone che già godono dello status di richiedenti asilo e rifugiati. Dinnanzi all’incremento del numero di persone che hanno bisogno di protezione internazionale, nel mese di marzo del presente anno, l’Unione Europa ha siglato con la Turchia un Accordo che permette respingimenti di massa, in aperta violazione del diritto internazionale, con speciale riferimento alla Convenzione ONU di Ginevra del 1951 (e Protocollo del 1967) ed alla Dichiarazione ONU di Cartagena del 1984, poiché non si rispetta, in maniera arbitraria, il principio di non respingimento verso Paesi che non garantiscono il rispetto fondamentale dei diritti umani. A giustificare tale provvedimento, si utilizzano le cifre, in continua crescita, degli arrivi, più o meno regolari, verso il vecchio continente. Alcuni Stati si sono spinti addirittura a ristabilire frontiere, se non costruire veri e propri muri (come l’Ungheria, la Slovenia e l’Austria), e a procedere all’uso della forza (com’è successo in Spagna, a Ceuta e Melilla, in Bulgaria, per non citare nuovamente la Turchia, dove sono scomparse centinaia di persone negli ultimi mesi).

 

Nel frattempo, un Paese di dimensioni ridotte, qual è l’Ecuador, accoglie ben 54.000 rifugiati, ottenendo il primato nel subcontinente, con una media di 10.000 richieste all’anno. Il 98% dei beneficiari è di nazionalità colombiana, in fuga dalle conseguenze nefaste di circa 50 anni di conflitti interni. Al principio infatti, negli anni ’60, la guerrilla rivendicava una marcata ideologia politica (M-19, FARC/Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia e ELN/Ejército de Liberación Nacional) in aperta opposizione, armata, rispetto alla dittatura, sostenuta dagli Stati Uniti (si pensi, ad esempio, al Plan Colombia). Lo Stato rispose, in maniera repressiva, con l’autorizzazione alla creazione di gruppi paramilitari (AUC/Autodefensas Unidas de Colombia), in principio aderenti ad una determinata impostazione politicomiliziana. Col succedersi degli anni, e grazie alla pressione dell’opinione pubblica, si sono realizzati numerosi tentativi di riappacificazione (ad esempio, i colloqui di Pace a San Vicente del Caguan o, dal 2012 fino all’attualità, quelli dell’Avana, che sarebbero dovuti concludersi il 23 marzo di quest’anno), nonché lo scioglimento di gruppi militarizzati di entrambe le parti. Purtroppo, però, sono mancate le politiche di gestione di tali flussi, così come dei civili costretti forzatamente a mobilizzarsi: si pensi che la Colombia è il secondo Paese al mondo per numero di sfollati interni e non, ossia 5,7 milioni, cioé 1 persona su 10 (il primato spetta alla Siria, con 9 milioni, per un totale, a livello mondiale, di 50 milioni). A ciò, si sommi, dagli anni ’80, l’infiltrazione delle dinamiche legate al narcotraffico, che hanno contribuito al complicarsi della situazione vissuta dalla popolazione civile, in speciale modo nelle aree rurali (per non parlare delle conseguenze terribili vissute dalle popolazioni indigene, che rischiano l’estinzione a causa della continua spoliazione di terre per l’estrazione di minerali e la coltivazione intensiva delle piantagioni di coca).

L’Ecuador ha aperto le proprie frontiere al Paese limitrofo, richiedendo come requisito all’entrata il solo possesso di un documento di identitá vigente. L’ente incaricato dell’esame delle domande per l’ottenimento dello status di rifugiato é la Direzione di Rifugio, alle dipendenze del Ministero delle Relazioni Esteriori.

Gli organismi non governativi che intervengono nell’erogazione di servizi alla popolazione in esame sono numerosi, in particolare l’ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), che si occupa dei meccanismi di protezione, delle interviste di esclusione e del processo di reinsediamento verso Paesi terzi.

Partner strategico risulta essere HIAS, un’organizzazione attiva dal 2003, con sedi nelle principali città del Paese, nonché in località nevralgiche al confine nord. I servizi offerti si raccolgono in aree, quali: prima accoglienza e servizio sociale, assistenza legale e orientazione in campo lavorativo, sportello di psicologia ed un’equipe specifica per l’individuazione di soluzioni durature per ciascun caso (integrazione locale, reinsediamento in un Paese terzo o rimpatrio volontario). Tutte le aree partecipano a riunioni settimanali, analizzando i casi in maniera interdisciplinaria e condividendo le responsabilità, tenendo in considerazione che l’interesse da promuovere è sempre quello degli assistiti. In particolare, vanno sempre tutelate le maggiori vulnerabilità vissute da determinate categorie, quali i minori (specie se non accompagnati), le donne, la popolazione LGBT, gli afrodiscendenti, le persone di 3° età. Ciò che HIAS si propone è fornire un’attenzione integrale per ciascun caso, personalizzata e sostenibile nel tempo, col fine di rendere gli assistiti autonomi, e, nel limite del possibile, restituire la dignità che ogni essere umano merita.

Alla luce di questo, l’“Europa-baluardo dei diritti umani” non puó esimersi dall´affrontare, attraverso modelli radicati nel rispetto dei diritti fondamentali, gli spostamenti di masse umane in fuga da conflitti, guerre interne e non, violazioni generalizzate di diritti fondamentali, dei quali è, in buona parte, responsabile. Ad oggi, non è chiaro quale impatto abbia apportato il nuovo Regolamento di Dublino III, ma sicuramente è necessaria l’adozione di una politica comune in tema d’asilo e gestione dei flussi, che prevalga sulla frammentazione degli interessi dei singoli Stati. Inoltre, a poco serve chiudere le frontiere senza eliminare le cause degli esodi in loco, così come ha davvero poco senso avere paura di coloro che cercano di raggiungere i Paesi del’UE, quando è evidente che tale situazione non è sostenibile e, prima o poi, potrebbe toccare proprio ai cittadini europei la stessa sorte (a tal proposito, senza ricordare la qualità della vita degli emigrati italiani nei secoli passati, basti pensare che, a inizio 2015, il bilancio fra stranieri residenti nel Belpaese ed italiani residenti all’estero risulta essere pari, cioè poco più di 5 milioni).

 

Del resto, la migrazione fa parte dell’essere umano, è una dinamica atavica, già presente quando ancora l’uomo “primitivo” si spostava dal continente africano verso nuove mete.

Durante il discorso alla consegna del Premio Nobel nel 1982, Gabriel Garcia Marquez, scrittore colombiano il cui impegno sociopolitico ha condotto ad un infinito peregrinare, concludeva cosí le riflessioni sulle sorti delle migrazioni – in diversa misura – forzate:

(…) Ante esta realidad sobrecogedora que a través de todo el tiempo humano debió de parecer una utopía, los inventores de fábulas que todo lo creemos, nos sentimos con el derecho de creer que todavía no es demasiado tarde para emprender la creación de la utopía contraria. Una nueva y arrasadora utopía de la vida, donde nadie pueda decidir por otros hasta la forma de morir, donde de veras sea cierto el amor y sea posible la felicidad, y donde las estirpes condenadas a cien años de soledad tengan por fin y para siempre una segunda oportunidad sobre la tierra.”

 

Naomi Peracchi

Volontaria FOCSIV, Quito – Hias 73961

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