Medellín e i suoi mille mondi. Fra miracoli e miseria, morte e rinascita.

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Arrivando dall’aeroporto internazionale José Maria Córdova dopo il tramonto si ha l’opportunità di ammirare la città dall’alto, in tutto il suo fervore notturno. Adagiata sulla Valle de Aburrá, Medellín si presenta come un cratere di milioni di luci ed anime, subito riconoscibile nei suoi diversi volti. I grattacieli commerciali del centro cercano di reggere alla concorrenza degli edifici del Poblado, che un po’ più a sud, con i suoi fasci luminosi e terrazze alla moda, ambisce ad offrire un’immagine da cartolina stroboscopica dell’intraprendente capitale d’Antioquia mentre, a pochi chilometri di distanza, ed ad un altitudine un po’ più elevata, i barrios abitati dagli strati sociali meno abbienti pulsano come ventricoli multipli e disfunzionali della città, rappresentandone al contempo la vera anima e sfida.

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Cos’è Medellin? È il nido di uno dei più potenti cartelli del narcotraffico mai creati? È la terra di migliaia di leader sociali ed attivisti che ogni giorno si battono per promuovere e salvaguardare i diritti umani e l’ambiente? Forse un caotico esperimento urbano spontaneo, sviluppatosi esponenzialmente nel corso degli ultimi decenni e rifugio di migliaia e migliaia di sfollati interni? Oppure ancora risulta essere una delle più promettenti e dinamiche città del continente sudamericano, che sta puntando fortemente su cultura, mobilità sostenibile ed inclusiva, innovazione e formazione?

Storia travagliata e DNA complesso, Medellín rappresenta forse tutto questo, in una mescolanza sorprendente di diverse realtà, un po’ come i diversi ingredienti dei suoi piatti tipici, o i vari sapori degli squisiti succhi che si possono acquistare per le strade, o ancora, come i colori e tratti dei volti di queste stesse strade abitate da discendenti europei, africani, indigeni ed etnie di ogni dove. Tristemente famosa all’estero per i narcos, la coca, i sicari e la violenza, la metropoli andina, come d’altronde l’intero paese, ha sofferto decadi oscure che hanno lasciato indubbiamente il segno.

Inutile negare l’evidenza e rifugiarsi in una utopia cognitiva pericolosa e controproducente. Le tantissime anime perse che abitano i marciapiedi, i sottopassaggi e i giardinetti della città, los habitantes de calle, incarnano una disuguaglianza economica ed un’emergenza sociale ancora non sanata. Le combos, ovvero le bande che controllano i vari quartieri e zone, costituiscono degli spiacevoli attori con cui confrontarsi per intraprendere un’attività economica o un’iniziativa sociale. Le frontiere invisibili suddividono la città in zone, controllate da bande rivali, che precludono a molti la possibilità di spostarsi liberamente ed in sicurezza. Pur essendo ormai lontani dalle cifre da vera e propria guerra degli anni ’90, gli omicidi a Medellin costituiscono tuttora un fenomeno da affrontare efficacemente, che ha mietuto solo nel 2018 634 vittime, in prevalenza giovani di estrazione sociale modesta e/o emarginati.

A tutto ciò si aggiunge una cronica corruzione politica, collante di una struttura di estrazione, oppressione e controllo sociale che abbraccia istituzioni, attori economici, combos, ed organizzazioni paramilitari. Los paisas, ovvero gli abitanti di Medellín e in generale della regione dell’Antioquia, sono coscienti di tali sfide e dinamiche, sono un popolo orgoglioso, vitale ed ottimista. Nonostante queste nocive dinamiche, qui si respira infatti vitalità, speranza e fede nel futuro. Credo di non aver mai conosciuto un popolo tanto intraprendente ed appassionato come quello Colombiano.

Rinascita e riscatto si trasformano in forze palpabili e dirompenti che stanno trasformando la città e la sua società. La Medellín del ventunesimo secolo pullula di teatri e cinema indipendenti, artisti ed intellettuali, programmi di inclusione e promozione sociale. La città si sta trasformando anno dopo anno. Un esempio fra i tanti ci è dato dalla Comuna 13, quartiere un tempo feudo del sicariato e della violenza, trasformatosi negli ultimi anni in una sorprendente attrazione turistica grazie all’arte di strada, alla danza, alla forza emancipatrice della comunità ed a lungimiranti investimenti in infrastrutture e mobilità da parte delle istituzioni. Un ruolo cruciale in questo processo è infatti svolto dalla possibilità di muoversi agilmente per la città grazie ad un’innovativa rete di trasporto composta da metro, bus e linee tranviarie integrate, come anche dalla sorprendente rete metrocable, che per via aerea collega i barrios, un tempo emarginati ed isolati, alle altre zone della città. Tutto ciò ha innescato un circolo virtuoso di sviluppo e crescita economica che fa ben sperare. Un contributo determinante in questo ciclo di rinascita è apportato dalle tante realtà associative, fondazioni, ONG (colombiane e straniere) attive nella città.

Grazie al progetto “Caschi Bianchi: interventi umanitari in aree di crisi”, promosso dall’Ong italiana PRO.DO.C.S. nell’ambito della aggregazione FOCSIV, sono ormai impegnato da qualche mese sul fronte della rinascita e dello sviluppo della città. Partner locale di tale iniziativa è la Fundación Las Golondrinas, una grande onlus impegnata già durante i bui anni ’80 in aree quali assistenza integrale all’infanzia, nutrizione, istruzione primaria e secondaria, raccolta fondi per bambini e famiglie svantaggiate, miglioramento delle condizioni abitative e della vivibilità dello spazio urbano come anche accompagnamento e consulenza di tante unità produttive informali e non. Nello specifico, ho avuto la fortuna di poter inaugurare un centro di attenzione alla comunità in un quartiere complesso della città con il fine di fornire servizi quali corsi di formazione tecnica gratuita, potenziamento del profilo lavorativo e professionale, assistenza nella ricerca di lavoro e di altre opportunità che possano strappare i giovani del quartiere da un contesto di povertà, crimine, violenza e mancanza di prospettive. Al contempo, assisto l’organizzazione nel supportare varie micro-imprese ed unità produttive di quartiere nello sviluppare e/o rafforzare la loro fonte di reddito attraverso incontri di gruppo dove si discutono temi relativi alla virtuosa gestione aziendale e consulenze individuali mirate a colmare le carenze ed affrontare le criticità di ogni esperienza produttiva. Il programma di generazione di reddito si traduce quindi in un’esperienza di creazione di opportunità, cooperazione, inclusione e armonia sociale all’interno del quartiere.

Fra le migliaia di lenti attraverso cui è possibile osservare Medellin, ve ne è una che credo sia allo stesso tempo più utile e maggiormente oggettiva nel fornirci uno sguardo d’insieme e di lungo periodo. Come attraverso una macro-lente di laboratorio, è possibile considerare Medellín come un grande esperimento di trasformazione sociale, culturale ed economica. Repressione, “pulizia” sociale e politica, piani di emergenza una tantum si sono rivelati non solo inefficaci ma spesso dannosi e portatori di mali nuovi ed ulteriori. L’unico paradigma che risolleva una città dalla morte alla rinascita, dalla miseria umana, culturale ed economica risulta essere quello che si basa su ampi e partecipati programmi di inclusione sociale che alimentino l’istruzione, la formazione, la cultura, la coscienza civica ed umana, che permettano una reale mobilità sociale, un intervento capillare e costante nelle comunità, nelle periferie e in tutti i contesti di sofferenza e disagio.

Qualcuno scrisse che gli esseri umani non sono che un infinito potenziale da sviluppare. Forse questo è vero anche per grandi città come Medellín che, nel suo percorso di rinascita, potrà dimostrare al mondo che tutto, insieme, è possibile.

Giulio Porrovecchio, Casco Bianco con PRODOCS in Colombia.

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