Macismo a colori

Ormai sono quasi 4 mesi che mi trovo in Ecuador e devo dire che inizia a piacermi davvero tanto. La varietá dei paesaggi, dei tratti somatici, dei modi di dire, della cucina, é una continua scoperta, entusiasmante e difficile allo stesso tempo, perché quando sei convinta di aver incorporato una bella espressione ecuatoriana nel tuo vocabolario scopri che ci sará sempre una parte del Paese che ti prenderá in giro!
Fatto sta che per un Stato cosí “piccolo”, una concentrazione tanto elevata di diversitá é senza dubbio un valore aggiunto notevole.
Quello a cui diciamo ancora non mi abituo (o comunque non mi piace) e spero non mi abituerò mai, é il macismo intrinseco in ogni espressione relazionale che si possa concepire in una societá.
Per parlare del piú o del meno in Ecuador non si affrontano temi come il clima o robe simili, ma ci si chiede se si é soli, manco fidanzati, soli, meglio: sole, e ovviamente é sempre una domanda proveniente dal genere maschile verso quello femminile. Qui per scherzare ti dicono quanto sei carina; per risultare simpatici ti dicono che dovresti farti il ragazzo ecuatoriano, con tanto di strizzatina d’occhio, anche se colui che lo fa ha capelli bianchi e piú rughe che sorrisi. Una donna che parla a un’assemblea é un’eccezione, una donna presidente ancora peggio, una donna segretaria invece é da manuale.
É per questo che domenica scorsa, una nuvola di endorfine si é impossessata della mia testa durante una formazione in una delle comunitá contadine che il CEFA appoggia: le uniche a parlare, a domandare, ad informarsi, a proporre, ad assentire, ad ascoltare, insomma a partecipare attivamente sono state tre donne di mezza etá: una di colore, una mulatta e una meticcia. E non é una barzelletta.

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