“Ma il Perù è povero?” – parte I

Campesina mentre scende lungo una collina, comunità di Callatiac
Campesina esce di casa e si reca al suo appezzamento di terra, regione di Cusco.


La signora J. intenta a staccare le pannocchie di mais dal fusto
La signora J. intenta a staccare le pannocchie di mais dal fusto

“16 maggio 2019, Comunità campesina di C., Regione di Cusco, Perù. Io e la mia collega stiamo camminando, cercando di scendere lungo una collina per raggiungere la casa di una compañera (così si chiamano tra di loro le persone della comunità e noi ne adottiamo l’uso). La discesa è difficile, perché c’è un sole molto forte che picchia ancor di più sui 4000m. Però la vista è spettacolare, colline verdi e montagne spoglie ci circondano, l’aria è fresca e l’orizzonte è vasto. Quando siamo quasi arrivati alla fine della discesa, un allqu bravo (in quechua cane iracondo) ci abbaia contro e ci costringe a fermarci tra le spighe di grano, in attesa che la sua padrona, la signora J. nonché la nostra compañera, lo richiami. La signora J. scende verso di noi e ci fa strada verso la sua abitazione, tra terra arata e bagnata, con i suoi sandalini neri di cuoio. Lungo il percorso si ferma all’altezza del suo campo di mais e inizia a rompere alcuni fusti, portandoli con sé. Arrivati alla porta della sua abitazione stacca otto pannocchie di mais e me le passa. Saranno la nostra cena.” Parte I, diario di campo.    

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Bambino che gioca a calcio nel cortile di casa, osservato dalla mamma e dalla nonna, nella comunità campesina nella quale presto servizio.

Da quando sono arrivato in Perù non ho potuto non osservare e riflettere sullo stato di benessere, di ricchezza e di povertà del Paese che mi stava ospitando. Non ho potuto farne a meno poiché, come spesso succede quando si lascia il proprio paese/Paese e si va in un altro, si notano subito alcune differenze. Avendo vissuto e viaggiato in diversi Paesi, sono ormai abituato a cercare e percepire le differenze, non solo rispetto all’Italia, ma anche rispetto a tutti quelli nei quali sono stato. Ebbene, per il Perù è avvenuta la stessa dinamica. In macchina, per le strade di Lima, o nelle combi (minibus urbani) di Cusco, camminando o sorvolando in aereo il Paese, gli sguardi si fermavano sulle case di mattoni, ancora in costruzione, sui negozi e le loro insegne arrugginite o semi inesistenti, sui veicoli sgangherati, sulla polvere, che assurge quasi a indicatore di abbandono o degrado, sui venditori ambulanti per strada, con le loro strutture incerte dove vendono dalle sigarette agli snack, dalle bevande energetiche alle foglie di coca. Tutta questa visione riproduceva in me una sensazione di essere in un Paese tra quelli che ancora oggi si continuano a chiamare “in via di sviluppo”. Nelle facce di alcune persone e intorno a me si poteva scorgere precarietà, povertà, vite difficili. Alcuni indicatori economici confermavano questa visione. Il Perù è al quarantanovesimo posto nel mondo per PIL nominale (l’Italia è al nono), e all’ottantanovesimo posto secondo l’indice di sviluppo umano (l’Italia è al ventiseiesimo posto). Contemporaneamente a questi freddi numeri, alle visioni e percezioni, si affiancavano racconti, letture e dibattiti sullo stato del Paese. Questo approfondimento laterale porta a farsi alcune domande perché è necessario vedere la realtà in maniera critica e non dare quello che si vede per scontato. Spesso, infatti, si tende a pensare alla povertà o alla disuguaglianza come qualcosa di normale, di dato in sorte, facente parte dell’ordine naturale delle cose. Le riflessioni, le letture, i confronti suscitano invece approfondimenti e domande quali: perché la situazione è questa? Qual è la storia di questo Paese? Quali sono le cause strutturali, profonde, di ciò che ho davanti agli occhi?

Cusco vista dall'alto di tante, troppe scale
Cusco vista dall’alto di tante, troppe scale.

Il Perù è stato un Paese invaso e depredato dagli spagnoli prima e dalle potenze occidentali poi, a partire dal 16 novembre 1532, giorno in cui il sovrano Inca Atahualpa fu preso prigioniero da alcuni conquistadores capeggiati da Francisco Pizarro [1]. La sconfitta dell’impero incaico fu brutale e rapida, ma non senza vari episodi di resistenza e ribellioni. Essa fu dovuta a vari fattori: la differenza tra gli armamenti delle due fazioni; le malattie portate dagli europei; la diversa visione della guerra (basata sul concetto del fare prigionieri per gli Inca e di fare morti per gli spagnoli) e della vittoria (per gli Inca era lasciare autonome le popolazioni conquistate; per gli spagnoli la distruzione di ciò che si conquista); infine l’appoggio locale agli spagnoli da parte di alcune tribù anti Inca. La sconfitta per gli indigeni corrispose al crollo del loro universo di pensiero, ad un’impressionante catastrofe demografica (i dati parlano di un crollo dagli 8 agli 1,3 milioni di persone), ad una destrutturazione sociale ed economica, ad un esproprio forzato delle terre, ma anche ad una riappropriazione, acculturazione e assimilazione di nuovi aspetti (Wachtel 1976).

Lo sfruttamento delle miniere da parte degli spagnoli, con estrazione tra l’altro di argento e oro, comportava un drenaggio delle ricchezze dall’ormai sconfitto impero Inca alle potenze europee. La forza lavoro era sottopagata o, nella maggioranza dei casi, gratuita grazie all’instaurazione della schiavitù. I colonizzatori importavano prodotti e risorse naturali non disponibili o coltivabili in Europa (come caffè o zucchero) e questo forniva la possibilità all’Europa di spostarsi verso la produzione industriale. “L’economia latinoamericana fu organizzata dai colonizzatori in modo da produrre soltanto una manciata di derrate agricole, e questo le impedì di sviluppare le proprie industrie nazionali, finendo per dipendere dall’Europa per i beni industriali di cui necessitava” (Hickel 2018, p. 74). L’America Latina si ritrovò ad esportare materie prime a prezzi più bassi rispetto ai prodotti lavorati importati. Queste ricchezze non facevano altro che aumentare la capacità militare degli spagnoli e andavano a lubrificare i commerci con l’Oriente.

Persone mentre vendono i loro prodotti nelle stradine accanto al Mercado de San Pedro, Cusco
Persone, soprattutto donne, mentre vendono i loro prodotti nelle stradine adiacenti al Mercado de San Pedro, Cusco.

Dopo l’indipendenza (avvenuta nel 1824), le élite del Paese lasciarono gli assetti economici inalterati. Le potenze mondiali imposero trattati ineguali, liberalizzazione degli scambi e programmi di aggiustamento strutturale. In America Latina, durante gli anni sessanta e settanta, nel cosiddetto periodo sviluppista, i redditi crebbero, salvo crollare dopo il 1980 con l’aggiustamento strutturale. Nel Perù, l’occupazione formale della forza lavoro urbana calò dal 60 all’11 per cento in tre anni; la quota dei salari sul reddito nazionale diminuì dal 40 al 25,5 per cento dal 1970 al 1989 (Hickel 2018). Altra problematica molto presente nella storia del Paese è la corruzione. Essa è un fenomeno che vede la sua nascita già con gli spagnoli, al tempo del Virreinato, e che si è ereditato, trascinato e ampliato nei secoli successivi fino alle vicende di cronaca odierne (il caso Odebrecht, che ha coinvolto, tra gli altri, quattro ex-presidenti nello scandalo di corruzione che ha visto protagonista la compagnia brasiliana pagare tangenti per favorirla nel bando dei lavori pubblici e riciclare denaro pagando varie campagne elettorali). Si stima che il livello medio annuo della corruzione dal 1820 al 2000 sia stato mediamente del 30-40 per cento della spesa pubblica e del 3-4 per cento del PIL del Paese. Nell’ultima decade del ventesimo secolo, il costo medio annuo della corruzione fu di 1409 milioni di dollari (Quiroz 2013).

Alla fine di questo rapido e per nulla esaustivo excursus è evidente come la povertà e le disuguaglianze che mi trovo davanti agli occhi – in Perù come anche in varie parti del mondo – non siano naturali, non sono date in sorte, ma siano un prodotto storico, frutto della colonizzazione, dell’espropriazione, della corruzione, dei trattati ineguali e dei piani di aggiustamento strutturale. La situazione di povertà, disuguaglianza e sottosviluppo economico, come sostiene Eduardo Galeano, “[…] non è una tappa dello sviluppo. È la sua conseguenza” (Galeano 2018, p. 352). Le responsabilità storiche di questa situazione ricadono certamente anche sui peruviani, ma bisogna essere coscienti del ruolo enorme degli europei e degli occidentali. E questo dovrebbe essere un monito per il presente e dovrebbe guidare i pensieri, le parole e le azioni che facciamo, diciamo e abbiamo oggi come persone, come società e come nazioni.

 

FINE PARTE I

 

NOTE:

[1] Per capire come mai non fu il sovrano Inca a viaggiare in Spagna e a prendere prigioniero Francisco Pizarro si veda Jared Diamond, (2006) “Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredici mila anni”, Einaudi, Torino.

 

Bibliografia:

Diamond J., (2006), Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredici mila anni, Einaudi.

Galeano E., (2018), Le vene aperte dell’America Latina, Mondadori, Milano.

GDP 2018 The World Bank, <https://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.CD?year_high_desc=true>, visto il 14/07/19.

Hickel J., (2018), The Divide. Guida per risolvere la disuguaglianza globale, ilSaggiatore, Milano.

Human Development Report 2018, <http://hdr.undp.org/en/composite/HDI>, visto il 14/07/2019.

Quiroz A. W., (2013), Historia de la corrupción en el Perú, IEP, Lima.

Wachtel N., (1976), Los vencidos. Los indios del Perú frente a la conquista española (1530-1570), Alianza Editorial, Madrid.

Mirko, Servizio Civile con FOCSIV, Cusco

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