L’isola che non c’è

Manakara, 20 febbraio 2018

Il Madagascar è una fiaba dai colori accesi ma terrosi. E’ un racconto composto da sorrisi, piedi neri, lamba (stoffe/parei), bambini che giocano, cibo saporito. Ma come tutte le fiabe ha dei lati negativi che rendono questo paesclip_image002e poco paradisiaco: la povertà palpabile ovunque, la scarsa igiene, le malattie diffuse. In questo mondo di opposti è difficile capire come orientarsi e quale atteggiamento assumere. Servirebbe una vita per capire i malgasci e la loro terra e non solo perché, a differenza di noi italiani, la loro filosofia è “mora mora” (piano piano); ma anche per una differente idea sull’educazione dei figli, sugli scopi della vita, sull’importanza dello studio e così via.  Ogni cosa qui, come ovunque del resto, ha due facce della medaglia, talvolta molto evidenti. Vivo in questo paese da due mesi e, nonostante sia pochissimo tempo, mi sono fatta qualche idea grazie alle varie realtà che sto pian piano conoscendo.

La prima ad essermi rimasta impressa è stata quella di Ampasimanjeva, un piccolo villaggio nella foresta dove la corrente elettrica c’è solo per un paio di ore al giorno, si clip_image002scrive al lume di candela e ci si fa la doccia al buio. Fuori dalle camere il silenzio è interrotto solo dai malgasci della camera accanto e dai litchi che con frequenza cadono dagli alberi. A parte questo, la quiete regna sovrana. Al mattino ci si sveglia all’alba e si cucina con le suore, donne fantastiche che ridono di continuo e che accettano chiunque, credenti e non. In posti come “Ampa” ci si estranea dai mille impegni e cose da fare ogni giorno. Ho cominciato a pensare a cosa davvero importa nella Vita, alle scelte che mi hanno portata talvolta molto lontano dalla strada prevista per me.

Tra i tanti pensieri positivi, però, la medaglia si è rovesciata, e ho visto un altro lato, questa volta spiacevole: ad Ampasimanjeva, infatti, ho scoperto l’esistenza dei fady (tabù).  In Madagascar sono moltissimi, variano di zona in zona e sono tutti molto radicati nella   popolazione.                                clip_image002            In questa zona il tabù principale prevede l’abbandono di uno dei kambana (gemelli) al momento della nascita perché considerati una maledizione. Il 28 dicembre è arrivata Noela, tre giorni di Vita. Guardandola mi sono chiesta quanto ci vorrà e se mai riuscirò ad accettare queste “tradizioni” che, per me, sono inconcepibili. Mi sono sentita estremamente triste per questi gemellini senza colpa.Il punto è che poi però, guardando la masera (suora), ho cominciato a notare quanto amore ci fosse nel suo sguardo mentre stringeva affettuosamente la piccola Noela tra le braccia e le dava il latte. Mi sono domandata se, chissà, forse quella Vita poteva portare più affetto e serenità di quanto non potesse quella che avrebbe condotto con la famiglia vera.

Ma non è stata solo Noela ad aver attirato la mia attenzione: i bambini, infatti, sono ovunque, giocano a piccoli gruppi per le strade, hanno i piedini neri, i loro capelli scuri sono intrecciati e talvolta alcune ciocche hanno delle sfumature rosse causate dalla malnutrizione. I loro occhi profondi scrutano ogni movimento di noi vazaha (stranieri) e tuttora non capisco se sia paura o curiosità quella che leggo nel loro sguardo.  I bambini, per certo, sono stati nello stesso tempo la prima cosa bella e brutta che ho osservato in questo paese: se da un lato mi innamoro di loro ogni giorno, dall’altro provo molta rabbia ogni volta che li vedo per le strade a vendere frutta, salatini, bibite. Il loro sguardo già grande mi spaventa e penso che non sia giusto.  Comincio a paragonarli ai bambini italiani, alle comodità che noi tutti, o quasi, abbiamo sempre avuto: quando fa freddo ci copriamo, quando abbiamo sete abbiamo la possibilità di dissetarci con acqua potabile, quando abbiamo fame niente ci impedisce di mangiare.  Il mondo è ai nostri piedi e i bambini malgasci ai piedi non hanno nemmeno le scarpe.

Allora mi indigno, comincio a pensarci in modo ossessivo. Poi mi calmo. Cerco di togliermi gli occhiali da occidentale e a vedere il mondo come lo vedono qui. Ma è dura, soprattutto sapendo che, in un paese come il Madagascar, l’educazione potrebbe essere la chiave per salvare da una declino ancora maggiore. Guidando i bambini, facendo capire loro quanto le piccolezze, se sommate, diventano di vitale importanza, allora, e solo allora, si potrà avere una speranza per i futuri aduclip_image002lti. Le menti già formate non possono essere modificate, hanno un passato, una storia. Ma le menti estremamente aperte, piene di curiosità e pronte ad essere riempite dei bambini, ecco, loro sono la chiave che, se usata correttamente, potrebbe salvare il paese dalla povertà più estrema e permettere una crescita. Le differenze tra me e loro sono tante ma lo spirito di adattamento, di comprensione e cooperazione di entrambe le parti permette di riempire il nostro carico di esperienze e di conoscenze e a crescere come individui.

Un paese ricco ma povero come il Madagascar mi sta dando tanto, ogni giorno. clip_image002

Casa, pian piano, sta assumendo la forma di piedi scalzi, ranomapango (bevanda di riso), riso e latte di cocco. E in tutto questo la sensazione più forte è quella della libertà e dell’indipendenza. Del poter essere me stessa anche come straniera grazie a questo popolo africano tanto particolare quanto affascinante.

Desidero concludere con delle parole che non mi appartengono ma che ugualmente sento mie:

“Il nemico è la paura. Si pensa che sia l’odio, ma è la paura.”- Mahatma Gandhi

Tania De Luchi                                                                                                       Volontaria RTM in Servizio Civile in Madagascar

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