Il primo incontro col Senegal: “Le bien fait n’est jamais perdu”

Aeroporto di Dakar: un caldo estremamente umido ci pervade e basta un secondo per dimenticare le temperature autunnali che abbiamo lasciato in Italia. Mentre aspettiamo di avere il visto – un’attesa che sembra interminabile – Andrea si mette a discutere col funzionario di turno per capire come velocizzare i tempi mentre io guardo le gocce che scendono da più punti del soffitto e cadono nei secchi posizionati in modo strategico sul pavimento. Un’ultima sorpresa attende invece Claudia: la sua valigia non è arrivata e dovrà aspettare qualche giorno per riaverla.

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Siamo distrutti dalla giornata di viaggio ma altre due ore di macchina ci attendono prima di arrivare a Mbour, città dove vivremo e lavoreremo. Prima di dormire però, come dimenticarsi degli struffoli della nonna di Francesca (la quarta dei volontari insieme a me, Andrea e Claudia), che quasi religiosamente ci gustiamo in cerchio nel cortile della sede?

Nei giorni seguenti inizia l’esplorazione. La vista si immerge nella sabbia che ovunque ricopre le strade e non può distogliersi dalla spazzatura che purtroppo invade molti angoli della città, ma è anche attratta dagli animali di tutti i tipi – capre, pecore, galline, tacchini, asini, cavalli e così via – che girano liberamente per le vie di Mbour. La strada principale del mercato, tra tanti colori e tanto caos, ci conduce finalmente sulla spiaggia, dove i pescatori giungono con le loro piroghe.

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Ben diverso è il panorama di una spiaggia a Saly, a pochi chilometri da noi, dove non sono i pescatori ma i resort turistici a essere i protagonisti della scena.

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Nel frattempo inizia la formazione specifica per i progetti su cui lavoreremo ma ad emozionarmi particolarmente è un libro che mi è stato regalato prima di partire e che mi sono portato in valigia. L’autore è un ragazzo senegalese che racconta il suo viaggio in direzione esattamente opposta alla mia, dal Senegal all’Italia, e – mentre lo leggo – per la prima volta sento di poter provare sulla mia pelle cosa significhi essere un migrante, portando con sé la propria cultura ma dovendosi confrontare con una completamente diversa.

Un’altra nostra caratteristica è quella di non arrabbiarci, anche se ci provocano. Prima di reagire ad un’offesa il senegalese pensa alla famiglia che è giù e che prega perché non gli succeda nulla di male… In Senegal se uno fa una violenza è messo all’indice dai familiari. Qui in Italia ogni senegalese si sente responsabile di quell’immagine di tolleranza e mansuetudine che gli immigrati della prima generazione hanno saputo costruire, stringendo i denti e sopportando di tutto. In questo impegno ognuno di noi si sente l’Ambasciatore del Senegal.” (Bay Mademba – Il mio viaggio della speranza)

A colpirmi più di tutto però, sono le persone. Mi sorprende venire a sapere che la ragazza che ci dà una mano in casa e che credevo mia coetanea, ha già sette figli. Mi rimane nel cuore la giornata passata a Thiès in compagnia di una famiglia senegalese amica di Francesca, che ci accoglie come fossimo davvero parte della famiglia stessa, cucinando e mangiando il pranzo insieme a  noi. Mi colpiscono ed emozionano infine i tanti bambini  che incontriamo per strada e che col sorriso sulla bocca ci gridano “Bonjour Toubab” (“Toubab” sta per “Bianco” ma non in senso dispregiativo) e che spesso ci corrono incontro e ci stringono la mano.

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Sono passate solo due settimane dal nostro arrivo ma a volte, anche in luoghi dove il tempo sembra scorrere particolarmente lento, le cose cambiano molto velocemente. L’aeroporto di Dakar dove siamo atterrati è infatti chiuso (o, per meglio dire, è stato trasformato in aeroporto militare) per far spazio al nuovo aeroporto internazionale Blaise Diagne, che, nelle intenzioni del presidente Macky Sall, sarà una porta d’accesso privilegiata del Senegal al mondo.maxresdefault

E’ invece del suo predecessore, Abdoulaye Wade, la scritta che compare alla base del Monumento della Rinascita Africana che visitiamo a Dakar. È un messaggio rivolto ai giovani africani ma che sono sicuro possa arrivare alle menti e ai cuori di tutti i giovani del mondo.

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Per ultimo ma non meno importante, devo dire che già in questi primi giorni mi sono sorti molti dubbi sulla possibilità di migliorare la vita dei beneficiari dei nostri progetti in quest’anno di servizio civile. Sono però altrettanto convinto di aver trovato una valida risposta, arrivata in modo assolutamente inaspettato dalla frase scritta su una macchina che viaggiava di fronte a noi: “Le bien fait n’est jamais perdu”. E allora rimbocchiamoci le maniche e rimettiamoci al lavoro, con la convinzione che se ci mettiamo tutto il nostro impegno, tra un anno torneremo a casa con la profonda consapevolezza che un segno positivo – per quanto piccolo – lo avremo sicuramente lasciato.

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Salam-Aleikum!

Pietro Fantechi, CPS in Senegal

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