L’attimo (s)fuggente

cumbre del chachani 6057 mslm

Sto camminando a passo svelto, oddio sono in ritardo, non mi sarò peruanizzata a tal punto di aver perso la puntualità svizzera che mi caratterizzava? Cammino al ritmo di questa città che si sveglia presto al mattino e al ritmo del pop latino che mi ostino ad ascoltare, nonostante non mi faccia impazzire, per cercare di migliorare quel espanol che per molti versi è ancora itanol (un miscuglio di italiano e spagnolo). La musica si interrompe dall’arrivo di un’email. La apro e per un attimo mi sento mancare il respiro. In allegato c’è il biglietto aereo. Non un biglietto aereo qualunque ma quello del rientro definitivo in Italia. Non dovrei sorprendermi. In fondo, già lo sapevo che sarei tornata, era solo questione di definire la data esatta. Era parte delle regole del gioco e dell’avventura. Undici mesi in Perù. Una breve parentesi della vita. Un’esperienza con data di scadenza, come il visto che mi hanno stampato all’arrivo in aeroporto. Eppure quando vedo concretizzare quella data quasi non ci credo.
Arrivo in ufficio, cerco di concentrarmi ma non ce la faccio. Apro l’agenda e inizio a contare i giorni che mancano al mio rientro, ma mi perdo in questo conteggio. Ci riprovo. Niente da fare. Neanche a farlo apposta, dopo qualche minuto, un’amica scrive nel gruppo WhatsApp delle mie donne du du: “Ma Lu quando torni esattamente? “e io “il 20 febbraio, l’ho appena scoperto“. Dopo cinque minuti un altro messaggio: “Lu, mancano esattamente 100 giorni”. Un altro tuffo al cuore, 100 giorni? “Beh, cerco di pensare ottimista, 100 giorni è quasi un terzo di un anno, non è poi cosi poco”. Ma poi inizio a pensare ai mesi che già sono passati dal mio arrivo qui in Perù. Otto. Ed ai mesi che mancano, meno di tre, e allora quei cento giorni mi sembrano pochissimi. Riapro il calendario e riinizio a contare.

Questa volta non i giorni ma i weekend, molto più facile perché sono molti di meno. E mi rendo conto che sono pochissimi. Riguardo la lista dei desideri, delle cose che mi ero ripromessa di voler fare prima della partenza. Le camminate, i posti che volevo visitare. È lunghissima. Non ce la farò mai a fare tutte queste cose prima che parta. “Ma cosa ho fatto in tutto questo tempo?” Ripenso ai weekend trascorsi, cerco di fare mente locale. Non sono quasi mai stata a casa con le mani in mano. Ho cercato di sfruttare al meglio ogni attimo di libertà per viaggiare, per scoprire ed esplorare. Per trascorrere bei momenti in compagnia di gente buena onda. Assaporando, lasciandomi travolgere e coinvolgere. Eppure questo tempo lo vorrei imbottigliare, catturare. Vorrei poter dilatare alcuni momenti e accorciare quelli più noiosi. Prolungare i fin de semana. Fermare il tempo e l’orologio in quegli attimi in cui sto cosi bene. In cui ogni fibra del mio corpo è semplicemente perfetta e allineata con gli astri.

Cento giorni e cento passi. Penso alla canzone dei Modena City Rambles – I cento passi, mentre mi impongo di camminare cento passi prima di fermarmi a riposare e respirare profondamente per poi ripartire. Me l’aveva insegnata babbo Fausto questa tecnica. Avevo otto anni e stavo dando anima e corpo per raggiungere la vetta del Monte Rosa. È ancora buio pesto. Non ho la minima idea di che ora sia. Le tre di notte mas o meno. Da quanto tempo sto camminando ? Vorrei controllare l’orario sul cellulare ma non ho alcuna voglia di togliermi i guanti. Fa un freddo cane. Nonostante stia camminando con tutti i vestiti che ho portato con me, sferzate di vento gelido riescono a penetrare anche attraverso il piumino pesante che sto indossando. Attraverso il doppio strato di pantaloni e i guanti. La testa pulsa. È un dolore nuovo mai provato in vita mia. Forse perché il mio corpo non ha mai sperimentato questa quota? Nuovo record personale. Non ho un orologio tanto tecnico che mi indichi l’altitudine alla quale mi trovo, ma sicuramente ho già superato i 5500 metri di altitudine. Le gambe sono rigide e il respiro è un’apnea costante. “Per fortuna che sto camminando con il buio, penso, per lo meno non posso vedere quanto manca per raggiungere la cima”. È una carovana di luci. Piccole formiche che si inseguono una dopa l’altra nella salita alla cima.

A poco a poco, il buio si dirada, lasciando spazio a tinte rossastre e aranciate. È un’esplosione di colori. Sfortunatamente il freddo che sto provando mi impedisce di godere appieno di tale bellezza. Fa freddo, troppo freddo voglio solo arrivare in cima. E proprio mentre lo penso, eccola spuntare la tanto attesa vetta del Chachani coronata dalla sua croce. Sembra vicinissima, eppure ad ogni passo che faccio sembra sempre più lontana. Un miraggio? Ho quasi paura, è risaputo che l’altitudine gioca brutti scherzi. Smetto di fissarla. E torno a contare. Questa volta lo sguardo si concentra sui miei piedi, e sulla roccia vulcanica interrotta da tratti di neve che sto calpestando. Passano i secondi, i minuti, le ore, decido finalmente di alzare gli occhi al cielo distaccandoli dalla terra e inaspettatamente mi trovo di fronte a quella maledetta croce tanto agognata. Non ci credo posso smettere di contare, niente più salita. Sono arrivata e quasi non me rendo conto. Gli occhi si riempiono di lacrime. Lacrime di gioia, di fatica, di pensieri. Il mio sguardo istintivamente si rivolge al cielo, è di un blu terso e intenso, come gli occhi di quell’angelo che sto cercando. Ridisegno il suo sorriso e mi sento viva. Il mio amico mi abbraccia e in quell’abbraccio sento tutto l’affetto di cui ho bisogno. I nostri sguardi si incrociano per un breve istante, e lui in quell’istante capisce tutto, si limita a sorridermi e rispettare il mio silenzio. Sento di nuovo quel dolore alla testa, è così intenso che la testa sembra esplodere, ora voglio solo scendere e lo voglio fare il più velocemente possibile. Giusto il tempo di bere un po’ di tè caldo e dare un morso alla barretta e si riparte. Prima di iniziare la lunga discesa verso il campo base, rivolgo un ultimo sguardo alle meraviglie che mi circondano. Cerco di imprimere questi attimi nella mente. Chiudo gli occhi e come un fotografo scatto questa fotografia. Tutto sembra perfetto: la luce, l’esposizione, i colori. Nulla è fuori posto. Armonia perfetta. Scatto.

Ecco un’altra fotografia da aggiungere all’album di questo anno. Una collezione di immagini: alcune colorate, altre in bianco e nero. Alcune raffigurano paesaggi, altre volti, ritratti, e oggetti. Molte solo io le potrò comprendere. Ma ciò che conta è che ognuna di esse mi riporterà a momenti, emozioni, ricordi.

Ps: So già che molti di voi vedendo la foto non crederanno che la cima del Chachani raggiunge i 6057 metri di altitudine, pero così è ! Per tutto il resto c’è Wikipedia.

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