In Uruguay tra mate e candombe

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La prima immagine che ho di Montevideo è quella degli arrivi in aeroporto, dove una gran quantità di persone attendeva i propri cari, tutti rigorosamente con mate e termos in mano.

Bere il mate è fare amicizia, riunirsi agli appuntamenti di lavoro, trascorrere la ricreazione a scuola, imparare a suonare i tamburi a ritmo di candombe, è uno dei primi passi per diventare “uruguaya”. E tra un mate e l’altro si svolge il mio progetto di servizio civile al Cerro, uno dei quartieri più popolati e poveri della capitale uruguaiana.

La mattina sono al centro Talitakum, che accoglie adolescenti usciti dal sistema scolastico formale a causa di situazioni familiari difficili ed il contesto del quartiere dove la droga, la violenza e la criminalità sono ben visibili. Il centro è quindi un posto sicuro dove si insegna il rispetto e si propongono attività per socializzare e sviluppare l’autostima, troppo spesso carente. “Sono un asino“, “Non servo a niente“, “Non so fare nulla…” sono le frasi che ascolto quotidianamente dai miei alunni.

I primi mesi non sono stati facili, ho deciso di proporre dei laboratori teatrali, trovando molta resistenza soprattutto nelle dinamiche fisiche e di lettura ad alta voce. La vergogna, la paura di sbagliare e di essere giudicati e presi in giro ha fatto sì che molte persone si rifiutassero di fare anche il più semplice (per me) degli esercizi. Ogni tanto, inoltre, ad interrompere la lezione ci sono piccole e grandi liti, scatenate da un insulto o da un commento inopportuno, oppure qualche dispetto ai danni dei docenti. Ai nuovi arrivati, noi civilisti, inoltre, è riservata anche una particolare accoglienza: battute e provocazioni per testare i nostri limiti, per vedere fino a dove arrivi la pazienza e dove scatti il magico “esci dalla classe, per favore“. Tutto questo può mettere alla prova anche la sicurezza e la percezione delle proprie capacità, ci si chiede ogni giorno come poter superare queste difficoltà, ci si ritrova a parlare fino a notte fonda delle lezioni e confrontarsi per capire cosa si stia sbagliando.

In questo orizzonte di “tragedia e disperazione, lentamente si genera un rapporto di fiducia, che cresce soprattutto nelle ore al di fuori dalla classe, nei momenti in cui ci si conosce meglio, nasce la complicità e i nostri alunni capiscono che possono fidarsi di noi. Arrivano quindi le prime soddisfazioni: alunne che cercano a casa materiale teatrale e lo portano in classe per leggerlo e commentarlo insieme, i contenuti appresi in una lezione vengono riportati in altre ma, soprattutto, l’atmosfera diventa più tranquilla e si lavora insieme per raggiungere un obiettivo comune.
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