In cammino verso le 50 stelle

Sono in aereo, di ritorno a casa per le elezioni parlamentari ed il mio volo farà scalo negli Stati Uniti. Di fianco a me un giovane Guatemalteco continua a guardare la sua terra dall’oblò, sospirando, ci sta provando ma non può trattenere questi profondi respiri che interrompono di quanto in quanto il silenzio del decollo. “Ese es un lago verdad? Se vee hermoso” (è un lago vero? sembra bello).

Cerco una scusa qualsiaimage001si per fare due chiacchiere: John è uno dei tanti emigranti di questa terra, sicuramente molto più fortunato del comune Guatemalteco in cerca di felicità oltre il confine Messicano, con il suo biglietto aereo e il suo contratto che lo aspetta.
Vista del lago Atitlàn, considerato uno dei più belli al mondo, circondato dai suoi tre vulcani per lavorare un anno su una barca mercantile statunitense, ma pur sempre un emigrante.

La despedida (l’addio), come la chiamano qui, lo ha messo a dura prova. I saluti in lacrime delle sue due figlie pesano ancora fra i suoi pensieri ai quali si aggiunge quello di una moglie che non è riuscita a sopportare la distanza e con la quale è in fase di divorzio, “ma la capisco eh!” dice “sono già tre anni che vivo così, torno per qualche mese a casa e poi riparto. I tempi cambiano, il desiderio di far studiare le figlie è grande, si fa quel che si può, tanti sacrifici”.

John fa parte di quel gande flusso migratorio che da anni vede un crescente numero di Guatemaltechi, estenuati dalla mancanza di lavoro e dalla povertà, impugnare tutto il coraggio di cui sono provvisti e partire, rischiando tutto per il sogno di una vita migliore negli Stati Uniti. Fortunato nella sfortuna, John si stava preparando al tipico viaggio per attraversare la frontiera via terra, ma poi un paio di assurde coincidenze hanno fatto sì che la sua partenza fosse rimandata e fu proprio in questo lasso di tempo di attesa che arrivò per lui quest’occasione, sicuramente mille volte migliore del viaggio che spetta invece a tutti gli altri.

Questa è la storia di John, ma come dicevamo John è fortunato, uno dei casi più unici che rari. In questi mesi mi è capitato di conoscere un gran numero di persone che ha vissuto due, cinque, dieci anni a New York, San Diego, Miami, Chicago… chi non racconta la sua storia personale, racconta la storia di un figlio partito e non ancora tornato o quella di uno zio di cui invece si sono perse le tracce nel percorso e che mai più ritornerà.

A Pacapox, una delle comunità dove lavoriamo, l’intera commissione ambientale racconta delle sue avventure statunitensi. Il processo è, a grandi linee, sempre lo stesso: viene contattato un “Coyote”, ovvero una persona che si occupa di far passare le varie frontiere ai migranti e di fornire informazioni pratiche, ci si prepara uno zainetto con l’essenziale e poi via attraverso strade piene di pericoli (narcotraffico, sequestratori, polizia armata), treni merci ed infine il tanto temuto deserto, quello di Sonoran, in Messico, da attraversare a piedi, vagando per circa un mese. Il prezzo da pagare ai Coyotes è drasticamente aumentato negli anni, soprattutto dopo il famoso rafforzamento della barriera Messico-Stati Uniti, di cui si è tanto parlato.

Il signor Francisco, incontrato su uno degli autobus per andare a Retalhuleo, mi ha raccontato che nel ’94, anno in cui ha intrapreso il viagimage003gio, ha pagato la sua “guida” 20.000 quetzal (circa 2.250€).
Il mezzo più diffuso per viaggiare in Guatemala è il chicken (pollo) bus, vecchi mezzi statunitensi riverniciati con colori vivaci all’esterno e addobbati con temi religiosi all’interno.
Ritornato in patria, dopo 10 anni, ha visto partire, a sua volta, il figlio cresciuto in Guatemala, pagando il triplo di ciò che era stato in precedenza richiesto al padre.

Infine egli ha aggiunto che oggi i prezzi raggiungono i 90.000 quetzal (quasi 10.000€). Non è facile possedere una somma simile in Guatemala; tanto per intenderci, un impiegato d’ufficio guadagna fra i 3.000 ed i 5.000 quetzal al mese (300 – 550€), ma deve comunque risparmiare tanto per riuscire a raggiungere un tale ammontare; per la maggior parte delle persone che si occupano di agricoltura e che vendono i propri prodotti nei mercati locali, ciò risulta quasi impossibile. In tanti si vedono costretti ad ipotecare speranzosamente il proprio terreno e la propria casa, altri invece chiedono un prestito ai genitori o magari ad una vecchia zia, così come mi ha raccontato Don Apollinario: “Le chiesi i soldi ma non le raccontai i dettagli del mio piano, solo le dissi che andavo a fare un giro per il nord del paese per cercare lavoro, dopo un anno la chiamai dalla Florida per risanare il mio debito”.

image005Qualcuno arriva nella terra sognata, trova un buon lavoro e si dimentica di tutto e di tutti, altri invece lavorano per anni con il Guatemala nel cuore per poi avere la possibilità di investire nella propria terra, comprare una piantagione di mango, come Francisco, o aprire un piccolo negozio, come Apolinario, costruire la casa dei dei propri sogni o dare un futuro migliore ai propri figli. Storie di grande coraggio che rendono il Guatemala un posto di innumerevoli partenze ma anche di tanti ritorni. Ritorni atti a migliorare la propria condizione e far crescere il proprio paese. Storie difficili che non sapevo riguardassero il Guatemala così da vicino, più di qualsiasi altro paese dell’America Centrale. Sono storie a volte tristi, ma nello stesso tempo piene di determinazione, forza e speranza, quelle che in questi mesi hanno rapito la mia attenzione e mi hanno permesso di avere una visione più ampia di questa bellissima terra e dei suoi “guerrieri”.

Adele Fulco – SCN a Totonicapan con ASPEm

 

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