Il sonno della ragione genera mostri

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Se trovarsi in un altro continente potrebbe far sperare di essere in salvo dalla retorica del “aiutiamoli a casa loro”, “gli italiani nelle tende, gli immigrati negli hotel”, la nostra esperienza ci ha fatte ricredere velocemente.

A Quito, capitale dell’Ecuador, l’aria che si respira è molto simile a quella di italica intolleranza verso la percepita invasione: a cambiare è solo la nazionalità dei ‘barbari’ in arrivo.
Se in Italia, a una distanza sufficiente dall’origine del problema, la crisi venezuelana viene facilmente percepita come un disastro a livello umanitario (quale effettivamente è), certamente non si può dire lo stesso in Ecuador, paese che, per questioni principalmente geografiche, è rapidamente diventato il primo recettore della migrazione venezuelana. Preferito, in quanto più sicuro, alla vicina Colombia, e più facilmente raggiungibile a piedi di Perù e Cile, si sta trovando ad affrontare una situazione di emergenza a livello migratorio per la quale non era sufficientemente preparato.

Fino al settembre del 2016, il 95% dei della popolazione rifugiata in Ecuador proveniva dalla Colombia (fonte: El Acnur en Ecuador, https://www.acnur.org/ecuador.html). A prescindere dal fatto che la Colombia non abbia raggiunto una pace reale dopo gli Accordi del 2016, è certamente vero che la migrazione attualmente più visibilizzata sia quella della popolazione venezuelana, in costante crescita negli ultimi tre anni, considerato il deteriorarsi della situazione nazionale.

Le storie delle persone in arrivo, a prescindere che fuggano da una persecuzione politica o meno, hanno tutte un filo conduttore comune: la mancanza di garanzia dei diritti più basilari, come quello all’alimentazione e alla salute. La scarsità di prodotti di prima necessità fa sì che la consegna della “cassa del CLAP”, una borsa che viene assegnata alle famiglie su base trimestrale da parte del governo e contenente prodotti di base come latte in polvere, riso, legumi, si converta in un ricatto: chi si dichiara come oppositore, ne viene escluso.

Arrivano anche molte donne incinte, che raccontano di aver visto altre obbligate a partorire per strada in coda davanti agli ospedali privi del personale medico e dei farmaci necessari per far fronte a tutte le richieste, e che preferiscono affrontare un estenuante viaggio a piedi oltre la frontiera, piuttosto che trovarsi nella stessa situazione. Vi è poi la specifica condizione delle donne sole che vogliono abbandonare il Paese, facili prede per i trafficanti, che diventano con frequenza vittime di tratta.

Sfortunatamente tali storie sono difficilmente conosciute o conoscibili dalla popolazione locale, e come conseguenza la popolazione migrante diventa facile vittima del malcontento popolare. Parlare alla pancia della gente è un meccanismo ben rodato dai partiti populisti del mondo occidentale negli ultimi anni, e certo per ora si è rivelata una strategia elettorale vincente. Quindi perché aspettarsi che in contesti lontani, ma che vivono realtà simili, non si faccia lo stesso? Le politiche migratorie ecuadoriane riflettono un desiderio di securitismo molto vicino a quello che si sta sperimentando in Italia, e permettono alla classe di governo di mostrare il pugno duro contro chi facilmente viene riconosciuto come nemico, lo straniero povero, evitando così il dibattito pubblico su problematiche non risolvibili a colpi di slogan.

La problematica principale che si trovano ad affrontare i cittadini venezuelani in arrivo nel Paese, a lato di quella economica, è la difficoltà nel reperire i documenti richiesti per la regolarizzazione, primo fra tutti il passaporto. La lentissima e corrotta spesso burocrazia venezuelana rende quasi impossibile ottenerlo, se non a carissimo prezzo o attendendolo per mesi e mesi, il che presenta un problema insormontabile per quelli che vorrebbero ottenere un visto temporale per poter vivere regolarmente in Ecuador. Dal canto suo, lo stato ecuadoriano tiene sotto controllo il problema attraverso cicliche amnistie migratorie, senza andare ad affrontare alla base i problemi della popolazione venezuelana.

E’ utile sapere che la maggior parte degli Stati dell’America Latina sia firmataria della Dichiarazione di Cartagena del 1984 che, in modo simile alla protezione sussidiaria garantita negli Stati membri dell’Unione Europea, amplia la categoria giuridica di rifugiato, includendo non solo quanti siano vittime di una persecuzione individuale, ma anche quelli che abbiano visto la propria vita, sicurezza o libertà in pericolo a causa della violenza generalizzata o di gravi violazioni dei diritti umani nel Paese di origine. Apparentemente lo strumento giuridico perfetto per garantire la giusta tutela a questi nuovi migranti. Purtroppo però, di fatto, le richieste di asilo da parte di cittadini venezuelani in fuga dalle difficili condizioni socio-politiche del Paese di rado vengono accettate dall’Ufficio di Protezione Internazionale della capitale.

La spiegazione di tale apparente assenza di empatia è probabilmente da ricercarsi nella stessa logica che ha motivato l’implementazione dei due Decreti Sicurezza in Italia: oggi i cittadini ecuadoriani vogliono soprattutto sentirsi sicuri, e per questo non accetterebbero uno Stato che si mostri eccessivamente ‘morbido’ nei confronti dei nuovi arrivati.

Da dove viene però tale senso di insicurezza connesso all’immigrazione percepita come incontrollata? Dal fatto che a livello mediatico e di retorica politica ormai da tempo la popolazione venezuelana sia stata identificata come la principale fonte di insicurezza. Pare ovvio che siano gli stranieri, che arrivano spesso sporchi e stanchi dopo un lungo viaggio, talvolta totalmente privi di risorse, a essere pronti a commettere qualsiasi tipo di crimine. In uno Stato al centoquattordicesimo posto nel mondo secondo l’Indice di Percezione della Corruzione (fonte: Corruptio Perceptions Index 2018, https://www.transparency.org/cpi2018), con forti infiltrazioni delle mafie internazionali dedite al traffico di droga e alla tratta di persone (fonti: Insight Crime, https://www.insightcrime.org/ecuador-organized-crime-news/; Interpol, https://www.interpol.int/Who-we-are/Member-countries/Americas/ECUADOR),

certamente risulta utile avere a disposizione un comodo capro espiatorio, dietro al quale nascondersi per non affrontare i reali problemi che affliggono il Paese.

La cosa più interessante, seppur drammatica, è osservare come la retorica sia fin troppo conosciuta: “vengono a violare le nostre donne”, “dicono di essere poveri ma hanno tutti il cellulare” e persino “gli ecuadoriani quando emigravano lo facevano solo per lavorare, loro invece vengono per commettere crimini perché sanno che la giustizia non li punisce”. Queste somiglianze negli stereotipi creati rispetto al diverso, e in particolare al diverso con scarse possibilità economiche, non fanno che confermare l’assenza di fantasia e capacità dialettica di chi ha interesse a distrarre l’opinione pubblica da problematiche di difficile soluzione.

La vera sfida nel futuro, per chi a tali logiche si vorrà opporre, sarà creare un discorso pubblico alternativo all’attuale, ma altrettanto accattivante, che sappia di nuovo dare valore all’idea dell’inevitabile e profittevole condivisione di esperienze tra gli esseri umani. Senza fornire facili soluzioni, ma allo stesso tempo prendendo in considerazione le paure di chi è spaventato dal cambiamento e spera di poterlo arginare costruendo muri.

Maria Laura Quaglieri e Eleonora Testi, Caschi Bianchi FOCSIV a Quito, Ecuador.

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