Il potere delle piccole cose

Pubblico a mesi di distanza un articolo che avevo scritto nel mese di febbraio e che, per vari motivi, non ero riuscita a pubblicare. Lo sento ancora mio.

“Esprimere a parole l’esperienza di servizio civile che sto vivendo a Quito, Ecuador, non è per niente semplice perché si tratta di un percorso, di un’evoluzione che ogni giorno aggiunge un tassello al puzzle nella tua mente e nel tuo cuore, a volte stravolgendone l’ordine, a volte semplicemente integrandolo. Non si può dunque parlare di un percorso lineare, ma di una continua scoperta, fatta di conquiste e fallimenti, alti e bassi, momenti stimolanti e momenti demotivanti. Talvolta è quasi come una matassa intricata di sensazioni e riflessioni che solo con il tempo e la pazienza si riesce a districare per capire in che direzione va il filo.

Io ormai non lo capivo più dove stavo andando. Quando un mese  fa, terminate le  vacanze natalizie, varcai di nuovo la soglia di ALDEC, la fondazione in cui lavoro, speravo di ritrovare la forza e la motivazione nei bambini e nei ragazzi che ogni giorno vengono da noi per ricevere aiuto con i compiti e un pasto caldo. Speravo che vedendoli ed abbracciandoli avrei ritrovato la ragione per cui avevo deciso di lasciare il mio lavoro e la vita che mi stavo costruendo in Europa per conoscere una nuova e complessa realtà e dedicarmi nuovamente all’educazione in un Paese del Sud del mondo (se proprio così vogliamo chiamarlo). Quel giorno la motivazione non fece la sua comparsa e davanti a me avrei avuto qualche settimana di ricerca inconscia e di riflessione, intenta a scavare per arrivare all’origine di quell’insoddisfazione. Mi sembrava di aver smesso di imparare, di perdere il mio tempo in un contesto lavorativo un po’ controverso, che a volte perde addirittura di vista quello che è in realtà il centro della nostra azione, ossia i bambini e i ragazzi. In realtà, ingenuamente, quello che avevo perso era la capacità di osservare, ascoltare, sentire ed essere umile, di capire che, come saggiamente mi ha detto un’amica, stiamo percorrendo un cammino che ci fa imparare ogni giorno senza che ce ne rendiamo conto.

Mi ci sono voluti dei giorni per capire che aveva ragione e che non avevo smesso di imparare. Impari uscendo per strada e vedendo quella bambina seduta per terra accanto al banchetto dei pinchos (spiedini arrostiti) che cerca invano di far vedere un quaderno ai suoi genitori, impari sentendo persone che ti raccontano dei vari viaggi fatti in Europa, dell’ultima festa o dell’ultima macchina fotografica comprata e che stride con molto di quello che c’è fuori, impari vedendo un bambino che vende caramelle sull’autobus con fare da adulto, ma che alla fine è solo un bambino a cui si sta negando l’infanzia, impari quando sei costretto ad andare ad un centro commerciale dopo molto tempo che non ci mettevi piede e ti senti come se ti avessero ricatapultato in quel Vecchio Mondo frenetico, ingordo, avido e consumista (scusate la generalizzazione). Constati con i tuoi occhi quanto il divario tra ricchi e poveri sia ancora troppo grande, quanto siano forti qui i contrasti e quanto sia pericolosa l’indifferenza o l’abituarsi a vedere tali differenze.

Ho ripensato così al mio servizio civile. Mi sento impotente quando, parlando con i bambini, scopro la violenza che devono vivere nelle loro case, la complessità delle loro storie familiari, il timore o ancora peggio la normalità di un padre ubriaco, il machismo che vedo trasmettersi di generazione in generazione, la carenza del sistema educativo. E spesso mi sembra di fallire: quando tento di trasmetter loro l’importanza di ragionare con la propria testa e di avere un senso critico piuttosto che di eccellere a scuola senza capire nulla e imparare tutto a memoria; di condividere ed essere solidali invece che, banalmente, volere l’altalena e i giochi tutti per sé; di includere tutti piuttosto che escludere perché marrone, nero, bianco, giallo, magro o grasso; di fare errori senza scoraggiarsi o perdere fiducia in sé stessi perché “non lo so fare”, ma di mettercela tutta e cercare sempre di dare il meglio di sé stessi. Sì, in qualche modo il mio 2016 è iniziato con la perdita del senso del mio essere qui. Ma come spesso succede le piccole cose possono avere un grande potere e così è stato anche per me.

Un giorno un mio collega riunisce me e un’altra mia collega per raccontarci di un episodio accaduto in fondazione: due ragazzi hanno fumato di nascosto. La notizia non mi stupisce più di tanto, quando si lavora con gli adolescenti una notizia del genere prima o poi si mette in conto che possa arrivare. Passa qualche giorno prima di avere la possibilità di parlare agli interessati, ma appena si presenta l’occasione ci riuniamo con i ragazzi e il mio collega prende la parola iniziando l’obbligato discorso che ripercorre le tappe dei danni del fumo che, ovviamente, viene accolto con risatine beffarde e poca reale attenzione. Fino a quando il discorso si sposta sul motivo per cui loro sono in fondazione: la costruzione del loro futuro. Lo sguardo di S. si volge verso il basso, si incupisce, diventa serio e profondo e cade in un silenzio rumoroso che mi commuove e mi stupisce: quelle parole gli stanno arrivando e lo stanno colpendo. Sta ascoltando e sentendo dentro quello che A. dice loro parlando della propria esperienza, dell’importanza di un’istruzione e di un’educazione per riuscire a costruirsi un futuro e diventare quello che si vuole,  ma soprattutto della reale possibilità di raggiungere i propri obiettivi, della consapevolezza di quanto sia dura la povertà e le difficoltà da affrontare per potersi comprare un pezzo di pane e della necessità di andare avanti a lottare per crearsi una vita migliore. La serietà e profondità dello sguardo di S. continua a trafiggermi e vengo a conoscenza per la prima volta della sua situazione familiare.

È stato quello sguardo a farmi ritrovare il senso. L’ atteggiamento dei ragazzi può apparire menefreghista, arrogante o semplicemente svogliato e scoraggiarti, farti sentire inutile, ma nel profondo può darsi che una tua parola, un tuo gesto, una tua carezza, un tuo interesse, un tuo abbraccio o anche solo la tua presenza, comoda o scomoda che sia, smuovano qualcosa che, seppur minuscolo, non fa perdere loro la speranza, così come un loro sguardo, una loro parola o un loro abbraccio non la fa perdere a te. Questo vale anche per tutti noi: non dobbiamo perdere la speranza che un mondo più eguale sia possibile e dobbiamo cercare nel nostro piccolo di gettare un seme che speriamo fiorisca nel tempo perché “tante piccole persone che fanno tante piccole cose in tanti piccoli luoghi possono mutare il volto del mondo”[1]. Continuiamo a lottare affinché questo mondo cambi volto!”

Rileggendo questo articolo, oggi più che mai queste ultime parole rimangono attuali e sono ancor più pregne di significato di fronte all’emergenza che sta vivendo l’Ecuador in seguito al terremoto di magnitudo 7.8 che ha fatto tremare il Paese sabato scorso. Lo sto vedendo nel concreto: fin da domenica sono stati tanti i cittadini comuni che, in diverse città, si sono uniti per risollevare il proprio Paese e aiutare le popolazioni colpite, ognuno nel proprio piccolo, chi con un apporto di riso, chi aiutando a smistare, confezionare e caricare  le donazioni destinate alle zone terremotate, chi recandosi direttamente in loco.  Vedere ed essere parte di questa catena di solidarietà non fa che alimentare la mia speranza e, anzi, mi fa capire quanto sia proprio nei momenti di difficoltà che è necessario unire le forze per far sì che tutto quello in cui si crede diventi realtà.

[1] Traduzione da: „Viele kleine Leute, die in vielen kleinen Orten viele kleine Dinge tun, können das Gesicht der Welt verändern“ – East Side Gallery (Berlino)

Alcuni dei bimbi che vengono in fondazione
Riescono a strapparti un sorriso ogni giorno!
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Due volti della stessa città

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