Il mio anno di Servizio Civile: la mia occasione di felicità!

“Tutti dobbiamo chiederci (e sempre) se quel che stiamo facendo migliora e arricchisce la nostra esistenza. O abbiamo tutti, per una qualche innaturale deformazione, perso l’istinto per quel che la vita dovrebbe essere, e cioè soprattutto un’occasione di felicità?” Tiziano Terzani.

Il mio anno di servizio civile sta per volgere al termine e ripenso alla ragazza che l’anno scorso si apprestava a partire per quest’avventura. Quella ragazza era un po’ svampita, abbastanza sprovveduta, ma molto curiosa di vivere una nuova realtà e di inserirsi in un mondo completamente diverso dal suo. Era una ragazza diversa, più fragile e più insicura ma con tanta voglia di imparare e mettersi in gioco. E ora che quest’anno sta per sfumare fino a scomparire come uno dei tanti tramonti che mi hanno incantato in questa esperienza africana, mi trovo a raccontarvi la mia storia. Raccontare un anno di vita non è facile, raccontare il mio anno di vita speso in Kenya con il servizio civile, ancor di più. Tutte le parole, le frasi e i concetti che posso utilizzare non riusciranno mai a districare il groviglio di sensazioni che mi porto dietro e ormai fanno parte di me. Voglio mettere in chiaro però che chiunque sceglie un percorso del genere non è il buon samaritano, non è un santone che sacrifica la propria vita per lo sviluppo del popolo africano o di qualsiasi altro popolo annoverato tra quelli “ sottosviluppati” o “in via di sviluppo”. Chiunque sceglie questo percorso è colui che intende superare il limite ristretto e asfissiante delle proprie presunte certezze per scandagliare le proprie capacità e cacciare il meglio di sé. Si tratta di una scelta egoistica volta alla crescita personale tramite un flusso continuo di dare e avere, dove dal confronto con l’altro, il diverso, emerge la propria parte più consapevole. Il confronto, infatti, è uno scrigno ricco di sorprese, belle o brutte che siano, che ad ogni modo, ti arricchisce sempre. E ora che questi giorni trascorsi sotto il sole cocente stanno terminando, lascio un po’ della mia Africa per dare spazio a chi verrà dopo di me con un unico grande consiglio: lasciatevi disintegrare, lasciatevi stravolgere da una cultura completamente diversa dalla vostra e da valori cosi lontani da quelli che fino adesso avete condiviso. Fatevi prendere dall’entusiasmo e dallo stupore, cacciate la vostra parte più curiosa e più intraprendente, siate pronti a perdervi più e più volte per poi ritrovare la via per ricostruirvi più forti di prima. Siate pronti a non giudicare solo da ciò che vedete nell’immediato perché dietro a tutto c’è una storia. Se siete pronti a far vacillare le vostre certezze allora si, sarete pronti ad imparare. Ognuno si vivrà questa esperienza come meglio crede, chi dando tutto se stesso, chi solo una parte ma ognuno potrà imparare da questo percorso qualcosa. Io, per esempio, ho imparato a guardare le stelle, perdendomi nell’immenso e avvolgente cielo africano ma riconoscendo quelli che sono poi diventati i miei punti di riferimento nelle notti più buie; la maestosa croce del Sud, usata dai naviganti come indicatrice del polo sud celeste, le tre stelle della costellazione di Orione da cui segue la via per Sirio o quella perpendicolare di Castore e Polluce oppure Giove, il pianete più luminoso e imponente in questa parte del cielo australe. Ho imparato cos’ è la condivisione, questo me l’ha spiegata una bimba di 5 anni, Cindy, se Cindy ha una caramella e suo fratello no, si adopera con i suoi dentini un po’ marci ma per fortuna ancora di latte a rompere la caramella per darne un pezzetto al fratello, perché in Africa si condivide tutto, anche quello che per noi è il nulla. Ho imparato che per comunicare non servono per forza le parole ma che se si vuole, si può trasmettere il proprio messaggio con qualsiasi mezzo. Ogni mattina il giardiniere sordo muto che si occupa dell’area circostante a dove alloggio, mi accoglie con un sorriso smagliante e con prolungati e calorosi gesti riesce a trasmettermi tutto ciò di cui ho bisogno per iniziare bene la giornata e sento come se lui percepisse e capisse i miei umori, più di qualsiasi altro.

Ho imparato che I’ Africa può regalarti tanta pace e tranquillità ma in realtà non ti lascia mai solo, perché in qualsiasi ora del giorno o della notte, ovunque tu sia, nel silenzio più assoluto, ci sarà sempre il cinguettio degli uccelli a farti compagnia. Ho imparato a riconoscere lo storno superbo dai suoi colori accessi che ricordano la vetrata di una chiesa, l’imponenza del marabu, un uccello gigante che incute quasi paura, il cordon blu, le gru coronate, le aquile pescatrici e una miriade di uccelli che con il loro cinguettio accompagnano ogni secondo della mia giornata. Ho imparato cosa significa vivere in una comunità, dove ognuno ha il suo ruolo, la sua missione, la sua visione del mondo, i suoi principi e i suoi difetti, dove nessuno è indispensabile ma tutti sono importanti. Ho imparato che si può convivere serenamente al di là di ogni credo o religione purché non manchino rispetto e fiducia reciproca.

Ho imparato a giocare a biribba, a fare i cruciverba senza schemi, i rebus e i puzzle, ho imparato a mungere, ho imparato qualche frase di swahili, qualche parola di luo (almeno le basi dell’educazione) ma soprattutto tanto dialetto veneto. Ho imparato ad aspettare e pazientare, a fare prelievi e a riconoscere parassiti malarici e bacilli tubercolari, ho imparato a riconoscere un albero di papaia da un baobab, ho imparato a contrattare, a volte riuscendo anche ad avere la meglio! Ho imparato che per spostarsi da un posto all’altro puoi usare tanti mezzi, infatti da quando sono qui ho utilizzato: i miei piedi, la bici, la moto, la macchina, il matatu, il tuc tuc, bus dalle condizioni opinabili, barche, aerei grandi e un po’ meno grandi. Ho imparato a fare i chapati, più a mangiarli che a prepararli, ho imparato a distinguere i pesci del lago; la tilapia e l’omena. Ho imparato che i colori dei tramonti sono infiniti e che infinite volte possono farti innamorare.

Ho imparato a riscoprire i valori di amicizia e cooperazione tramite l’esempio di tante persone che sono passate per la missione; medici, infermieri, volontari di ogni provenienza ed età ed ho imparato che da ogni persona si può imparare qualcosa. Ho imparato che i frutti che hai piantato non sempre puoi vederli nell’immediato e non sempre sono apprezzati da tutti ma sono li, pronti ad essere raccolti da chi verrà dopo di te e quindi non importa se non sempre ottieni la ricompensa per ciò che hai investito ma quello che hai seminato, con il tempo sarà valorizzato. Ho imparato che non si può stravolgere la realtà nella quale da estranei si va ad operare ma si può amalgamare la propria, senza essere invasivi ma risultando costruttivi. Ho imparato che il nome degli animali che conosco sono solo un millesimo di quelli effettivamente esistenti e ho imparato a convivere pacificamente con ogni tipo di insetto vivente(un grande traguardo!). Ho imparato ad apprezzare la semplicità delle giornate, giornate senza grandi pretese se non quella di strappare un sorriso ad un bimbo. Ho imparato cosa è la tenacia; questo me l’ha insegnato Fidel, uno dei tanti bimbi incontrati durante degli incontri di formazione tenutesi nelle scuole. Fidel, ogni mattina si sveglia alle 4 di mattina, fa un abbondante colazione ricca di porridge per poi mettersi in cammino con le sue scarpette di una misura visibilmente più grande e parecchio malandate. Fa più un’ora di cammino per raggiungere la scuola più vicino ma è felice di raggiungere la meta e i suoi compagni di classe e soltanto verso le 5 di pomeriggio si rimetterà in cammino per rientrare a casa.

Ho imparato che si può vivere dignitosamente anche con una malattia mortale come l’ HIV, questo me l’hanno insegnato tutti i bimbi del Dala Kiye, l’orfanatrofio legato alla missione. Nicole, Rufto, Austine, Bradox, Cristiano, Alice, Victor e tanti altri bimbi sieropositivi ogni giorno trascorrono le loro giornate come qualsiasi altro bimbo su questa terra; giocando e costruendo relazioni sociali. Ho imparato ad apprezzare quello che ho e che spesso non vedo, questo me lo hanno insegnato tutte le persone incrociate in questo cammino che nonostante una vita difficile dove la povertà fa da padrona non perdono mai la forza di sorridere. Altrettante sono le cose che non sono riuscita ad imparare come ad esempio come trasportare pesanti pesi sulla testa, come essere entusiasti di andare ad un funerale o come rimanere impassibile alla morte. Questa è un po’ della mia storia, una come tante dove non c’è alcun eroismo o coraggio ma solo grande passione.

Ed ora che sto seduta qui nella mia amata veranda, guardando l’orizzonte, penso a cosa ne sarà di me, penso alla mia vita occidentale fatta di cemento e tempistiche troppo strette, circondata da persone con uno stile di vita ormai ben definito, con famiglia e programmi di vita già delineati. In quel contesto, mi immagino cosi diversa, cosi estranea, proprio come una nera tra bianchi e un senso di oppressione mi assale. Poi penso che in realtà il viaggio non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continuerà a scorrere dentro di me anche dopo che mi sarò fermata. È il virus del viaggio, una malattia sostanzialmente incurabile ed io non voglio trovare la cura.

Teresa Baldoni

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