Il circo entra in carcere

Questa mattina ho iniziato il mio progetto di Circo Sociale con il gruppo dei minori della Prison de Mbalmayo. Con me c’era Mariel, un animatore socio-culturale volontario al CED. La mattinata è iniziata con il piede giusto e già dal debutto si sono rivelati tutti i presupposti per una divertente giornata. Infatti, io e Mariel siamo partiti in mototaxi per raggiungere i ragazzi ma abbiamo dovuto affrontare diverse peripezie per riuscire a cambiare i contanti con cui pagare il nostro autista che ha sposato la causa senza perdere la motivazione. Trovare le monete è difficile tanto che, spesso, neppure ai supermercati hanno il resto da rendere ai clienti e lo tramutano in caramelle o dadi da cucina e per questo, se non ci si è organizzati in anticipo, non è per nulla semplice trovare soluzioni immediate. Dopo vari tentativi a vuoto di Mariel, il mototaxista ci ha portati da un suo conoscente, un venditore di panini che ha il suo banchetto in una delle vie centrali della città e, con due requisiti non scontati, siamo riusciti nell’intento. Il primo è stato la fiducia tra i due perchè spesso le relazioni positive e profonde rappresentano la chiave di accesso a molte dimensioni mentre si è soggetti ad atteggiamenti indisposti o addirittura rifiutanti nel caso contrario. Il secondo requisito è stato quello di avere con sè una bianca che, per loro, è sempre condizione che attribuisce attenzione e persino, valore. Così, siamo riusciti a conquistarci monete per pagare il nostro paziente mototaxista,  che si è meritato un’adeguata mancia, e siamo arrivati a destinazione. Ma la parte divertente del viaggio è nata dalla posizione che ho assunto durante il tragitto perché senza attribuire troppa importanza al gesto, ho scardinato un dictat culturale importante. Ho deciso di prendere l’ultimo posto, innanzitutto, per comodità perché avevo uno zaino con tutto il materiale ma soprattuto per superficialità. Infatti, qui è assolutamente normale salire su una moto in tre ma la donna si deve posizionare sempre al centro per essere simbolicamente protetta. Altrimenti, l’uomo che è con lei viene considerato come poco educato e gentile, come qualcuno che non è in grado di prendersi cura adeguatamente della persona che accompagna. Questa mossa mi è costata lo scherno delle persone incontrate che non hanno saputo desistere dal commentare questa stranezza, diverse risate e l’imbarazzo di Mariel che per galanteria non ha osato opporsi alla mia proposta e mi ha spiegato solo all’arrivo il mio folle azzardo. Non è semplice scardinare gli automatismi ma per fortuna, l’ingresso in carcere ha compensato il travagliato percorso tanto che, in confronto, è stato semplice perché, sia io che Mariel, rientriamo nell’elenco delle persone autorizzate a svolgere attività grazie al permesso d’accesso emesso dal Régisseur .
I ragazzi si sono resi subito disponibili a liberare la sala dai tavoli e a sistemare le sedie. Ho pensato di offrire loro uno spazio-lavoro diverso dal solito per predisporli sia fisicamente che mentalmente ad un altro tipo di lavoro, differente ed originale. Desidero, infatti, che provino un’esperienza lontana dall’anonimato, che possa sradicare alcuni meccanismi e che possa accompagnarli oltre la monotona quotidianità dello loro giornate. Desidero presentare loro attività ludico-educative che possano favorire il raggiungimento di obiettivi sociali attraverso il gioco e il divertimento.WhatsApp Image 2019-05-31 at 15.41.03

Desidero lasciare spazio alla loro giovinezza racchiusa dietro a delle sbarre e oppressa in una stanza. Desidero far emergere le loro personalità, i loro talenti, le loro ricchezze. In questo caso è fondamentale sospendere il giudizio e lasciare spazio a relazioni positive, vere, educative che non partano dagli errori ma piuttosto dalle potenzialità. Delle relazioni libere da ogni pregiudizio, semplicemente umane. Oggi ho gettato i primi semi perché i ragazzi si sono messi in gioco accogliendo con concentrazione ed entusiasmo la proposta, ciascuno a suo modo. Chi inizialmente si è rifiutato di partecipare per motivi di salute, non ha saputo resistere alle mie piccole suggestioni e si è fatto conquistare su ammalianti note musicali concedendoci il suo piccolo contributo. Chi avrebbe avuto difficoltà nello svolgere qualunque attività motoria  perchè con delle catene ai piedi che gli impedivano di fare passi, ha partecipato a tutta l’attività ed è stato il vincitore del gioco finale. Chi ha avuto difficoltà a collaborare, non ha saputo resistere alla forza del gruppo che, a campi magnetici alterni, lo attirava e lo respingeva come una calamita senza mai riuscire ad allontanarlo troppo. Tutto questo perché il circo è per tutti e per ciascuno. E’ uno strumento egualitario che unisce, che diverte, che sfida, che distrae, che fa crescere insieme. E spero che questo sia terreno fertile per i semi gettati e che prima o poi, possa portare i suoi frutti.

Francesca Maroni, Caschi Bianchi COE in Cameroun

Francesca Maroni

Sono Francesca, ho 29 anni e sono originaria di Pesaro. La mia passione per gli studi umanistici mi ha portata a laurearmi prima, in Scienze dell’educazione poi, in Pedagogia e progettazione educativa presso l’Università “Carlo Bo” di Urbino dove ho successivamente conseguito un master in DSA (Disturbi Specifici di apprendimento), BES (Bisogni Educativi Speciali) e disturbi dello sviluppo. Dal 2013 lavoro come educatrice presso alcune cooperative sociali ma parallelamente ho coltivato un’altra grande passione. Dal 2011, infatti, mi sono avvicinata al mondo della clownterapia conseguendo nel 2017 il titolo di Operatore in attività integrative socio-sanitarie (Clownterapia) e nel 2016 sono diventata Operatore di Circo Sociale dopo aver partecipato alla F.I.C.S. (Formazione Italiana Circo Sociale). Così, ho deciso di fondare un’Associazione di Promozione Sociale con l’obiettivo di favorire la crescita di bambini e adulti attraverso l’educazione e l’arte utilizzando come strumenti appunto il circo sociale e la clownterapia operando in contesti quali ospedale, carcere, comunità e scuole di ogni ordine e grado. Queste esperienze mi hanno insegnato ad adattarmi, ad essere flessibile e mi hanno fatto capire che solo ciò che l’educatore ha conquistato in se stesso può essere trasmesso agli altri. Ma soprattutto mi hanno insegnato l’importanza del confronto, dello scambio e della cooperazione perché, come sottolinea Paulo Freire “nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo ma ci si educa insieme con la mediazione del mondo”. Così ho deciso di uscire dalla mia piccola realtà e di allargare i miei confini perché per riuscire ad educare bisogna innanzitutto essere. Per questo ho voluto affrontare limiti e paure candidandomi come serviziocivilista e decidendo di partire nel progetto di educazione e tutela dell’infanzia del COE (Centro di Orientamento Educativo) a Mbalmayo, in Camerun. "Viene il giorno in cui chiedi a te stesso dove voli, viene il tempo in cui ti guardi e i tuoi sogni sono caduti, è il momento di rischiare e di decidere da soli, non fermarsi e lottare per non essere abbattuti... Non è strada di chi parte e già vuole arrivare, non la strada dei sicuri di riuscire, non è fatta per chi è fermo e non vuol cambiare. E' la strada di chi parte ed arriva per partire"

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