Il cholito del Cusco

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Che aria desolata che hai, cholito (venditore ambulante). Che occhi tristi, mentre scruti la moltitudine di gente che ti passa davanti. Fermo sotto una tettoia che gocciola i rimasugli di un acquazzone passeggero. Ora cade una pioggia fina, attraversata dai raggi di sole che fanno capolino dalle nubi.

Le persone che si approssimano a te non si curano di questa pioggerellina; molti locali indaffarati nelle incombenti compere, qualche gringo che si avventura al di fuori del centro turistico. Porti addosso una montagna di gadget coloratissimi, chissà come fanno a stare in equilibrio senza cadere rovinosamente al suolo bagnato, sono tantissimi. Tantissimi come gli altri venditori ambulanti di Cusco, gioiello culturale delle Ande peruviane, che vendono gli stessi ugualissimi gadget, cercando di fare la giornata con qualche moneta.

Ti sposti di qualche passo, poco speranzoso, “llevense un gorrito, señorita. Te lo doy a un buen precio, muy barato señorita, comprame” (“compri un cappellino, signorina. Te lo do ad un buon prezzo, molto basso signorina, lo compri”). Ma è totale l’indifferenza che ti scivola addosso. Mi chiedo se mai qualcuno ti abbia comprato qualcosa, e cosa spinge tutti voi a provarci, tenacemente, a vendere le stesse identiche cose.

Cusco è un pullulare di mercati “artigianali” stracolmi e variegati, delle stesse identiche cose. Un enorme mercato a cielo aperto, mamitas (come si usa chiamare le signore) in tutti gli angoli che vendono choclo e queso (mais bollito e formaggio), emollienti, churros (dolce strafritto), erbe e spezie, pani e dolci tipici, frutta e verdura, berretti e guanti, ninnoli e gioielli. E poi, mercati di infinite colonne di scarpe, giacche, vestiti, ferramenta, cellulari, etc. Zero di tutto ciò made in Perù. È l’esempio vivente e brulicante di come lo scambio di beni sia fondamentale nell’esistenza sociale dell’essere umano.

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Ma c’è qualcosa che non mi convince. Lo scorgo negli sguardi, che hanno una punta di rassegnazione, lo noto nei comportamenti placidi e annoiati nel non risolvere, o non voler risolvere, gli evidenti problemi di efficienza che impregnano la quotidianità di qui. Quante volte mi sono innervosita dell’incompetenza, degli appuntamenti mancati, dei ritardi esasperati, dei parametri totalmente opposti ai miei di tempi e distanze, dei prodotti scadenti, delle costanti incomprensioni, della poca attenzione data alle mie proteste. Non sarà, mi sono chiesta, che questo non è il sistema che dovrebbe esserci, qui. Non è il loro, non è il vostro, non è il tuo, cholito.

Mi guardo attorno, e vedo gli stessi negozi d’Europa, gli stessi brand, gli stessi materiali, le stesse insegne luminose. North Face, Samsung, IPhone, Toyota, Bata, Coca-cola, Visa e Mastercard. Vedo chiese imponenti, municipi, stazioni di polizia, tribunali, casse automatiche, centri commerciali. Vedo i segni di una massiccia imposizione, affondando le radici in tempi così lontani che non sembrano appartenerci.elenaman4

Vedo una disperata intenzione a sopravvivere, nella fiera ostinazione a indossare i propri abiti tradizionali, ad alimentarsi secondo la propria tradizione culinaria, o nei timidi rituali alla terra che taluni ancora fanno, in casa o sul campo. Ma in questi sguardi di velata sottomissione, o di dissimulato disprezzo, vedo l’inevitabile rassegnazione ad una violenza che è passata sui vostri antenati e che, anche se non vissuta sulla propria pelle, rimane indelebile, come i solchi della terra che portate ai piedi stretti negli ojotas (sandali di copertoneche indossano tutti i campesinos e non solo).elenaman1

Non ci sarebbero “money exchange” o edifici dai pittoreschi cortili coloniali. Forse ci sarebbe qualcosa di simile, chissà, qualcosa che accomuna gli ingegni ed i vissuti in poli opposti del pianeta indubbiamente esiste, ogni civiltà aveva il suo modo di comunicare, scrivere, scambiare e fare arte, ma le azioni erano le stesse.

 Il suo modo. È qui che sta il nocciolo. Credo finalmente di capire questa misteriosa ostinazione a non agire con “logica”. La mia “logica”.

Non siamo come voi” sento urlare silenziosamente nelle strade, nei vicoli, o un po’ più su, sulle montagne. “Ciò non significa che non possiamo andare d’accordo, ma questo non è il nostro mondo, non sognavamo di nutrirci così, né di curarci come fate voi, anche il vostro sistema di detenzione della violenza e risoluzione dei conflitti non ci appartiene. E il vostro denaro, ma come funziona? Perché c’è chi si sforza duramente per qualche moneta, e chi spende i milioni nei negozi degli aeroporti, amaramente annoiato?

Le nostre divinità non si approcciavano a noi come fanno le vostre, il nostro rapporto con gli elementi della natura e le risorse era, se mi permettete un giudizio di valore, molto più amichevole e vicendevole. Nessuna delle vostre fatiscenti promesse, delle vostre giustificazioni a tutto ciò che ci avete fatto, è stato mantenuto. Siamo solo un’enorme, prezioso serbatoio per voi, nada mas”.

Ascoltare queste voci strozzate, mi rende molto più comprensiva. Nel ritrovarmi ammutolita, non mi posso arrabbiare, non posso giudicare duramente. Posso solo sforzarmi di capire più a fondo, anche se mai capirò ogni cosa. Posso tentare, forse invano, di tornare un po’ indietro, stoppare lo sfrenato, aprirmi alle altrui logiche, per credere che non tutto sia perduto, che possiamo trovare una quadra, noi e voi, i vostri antenati e i nostri.

Guardando quel cholito che si allontana, tra l’affranto e l’assuefatto, non c’è soluzione che per ora mi sorga alla mente.

Elena Manuzzato, casco bianco con FOCSIV a Cusco, Perù.

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