Hay que luchar

Sono le 8 del mattino, come ogni giorno da qui a un mese salgo su un autobus di Lima che mi porta al lavoro; una martellante musica di salsa suona a massimo volume. Resto immobile e schiacciata tra la gente, cerco lo sguardo della mia compagna di viaggio, la vedo aggrappata al palo più alto, mi lancia un’occhiata disperata, mi viene da ridere: “Fede, quella mi appoggiava la pancia!”, “Ma Vale, magari qui é un segno di affetto, che ne sappiamo!” si scherzava ieri sera, le sorrido.  Una signora vestita di giallo con una borsa frigo appesa al collo si fa spazio vendendo gelati; da dietro, uno strambo signore dalla voce suonante tuona una preghiera e allarma i presenti sulle tentazioni del Diavolo; un altro, piú discreto, mi si avvicina e cerca di vendermi un libretto di ricette peruviane, sicuramente ha visto che sono gringa, effettivamente pure io mi sento stonare stonare qui…

In uno spiraglio riesco a guardare fuori da finestrino, siamo fermi nel traffico e il suono dei clacson quasi copre quello della salsa; leggenda dice che in mancanza di regole stradali si usi il clacson per far intendere al prossimo le proprie intenzioni, tre clacson vado io, quattro vai tu? Mi piace pensarla cosí, mi ricorda casa mia, Venezia, dove nel giro stretto dei canali, quando ancora le imbarcazioni non si vedono, i gondolieri si danno la voce: “aeooe stagando”… ”aeoee premando”!  Tra i colori sgargianti di auto, taxi e mototaxi vedo il bigliettaio che rincorre l’autobus, ma che fa? tra lo scendere da una porta e il salire dall’altra, l’autista é ripartito senza di lui, e sube sube sube, e baja baja baja, il viaggio segue frenetico e nel completo caos.

Stiamo quasi arrivando a destinazione, parecchia gente è scesa ed ecco che sale un ragazzino suonando la chitarra, canta dolcemente una canzone d’amore e mi si apre il cuore ma è ora di scendere e solo riesco a fargli un tenero cenno di ringraziamento da lontano.

Sono le 9 del mattino e sono giá distrutta dal viaggio, rimpiango casa. Entro a CEAS, la ONG dove lavoro, una collega salutandomi capisce il mio stato d’animo: “Hay que luchar por lo que quieremos!” mi suggerisce e allora mi ricordo della scelta che ho fatto nell’intraprendere il Servizio Civile ed improvvisamente mi sento fiera di stare qui ad aiutare chi lotta per risollevare il Perú dai mille problemi che lo attanagliano. A CEAS si interviene concretamente laddove grandi problematiche affliggono i cittadini, cittadini la cui unica colpa é vivere in un paese troppo ricco in risorse e quindi troppo esposto agli attacchi degli imprenditori che qui vengono a cercare fortuna: oro e argento nelle miniere, petrolio nel sottosuolo, legname e olio di palma nella foresta Amazzonica. Il Governo corrotto vende i terreni pubblici indiscriminatamente, senza importarsi delle conseguenze ed dei danni che in tal modo si provocano alla salute dei locali, all’acqua giá troppo inquinata, allo sfruttamento dei campesini nelle miniere, al disboscamento, alla popolazione che dalla sierra e della selva abbandona le proprie case per cercare fortuna in una capitale sempre piú intasata…

É ancora mattina presto ma finalemente ora, dopo un mese intendo fino in fondo il senso della cooperazione internazionale, sono qui per aiutare, non per stare bene con me stessa, e alla fine cos’é un anno della mia vita rispetto a tutte le vite di queste persone che soffrono ogni giorno? D’un tratto le mie ansie giornaliere e i capricci mi sembrano troppo futili per meritare lamentele,  con nuovo spirito mi metto al lavoro.

Fotografia della mostra fotografica Ministerio de la Cultura, Lima, Perú
Fotografia dalla mostra fotografica Ministerio de la Cultura, Lima, Perú

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