Hable serio

Vorrei iniziare con una piccola premessa: scrivere non è tra le mie doti migliori, ancora meno se l’ispirazione non è spontanea. Sono uno a cui piace scrivere (ma neanche poi così tanto, non prendiamoci in giro) per me e non per gli altri, per diletto e non per dovere. Tuttavia, eccomi qua pure a io ad improvvisare una riflessione, ad abbozzare un articolo che in qualche modo possa raccontare la mia esperienza di servizio civile.

Tranquilli, non ho intenzione di parlare di bambini gioiosi nonostante stiano morendo di fame o di donne e uomini che nonostante la vita disgraziata che sono costretti a vivere non la smettono di cantare e ballare. E ancora meno voglio tediarvi con la descrizione del caos nelle città, dello spettacolo della natura in uno di questi paesi esotici, dei diminutivi usati fino allo sfinimento in America Latina, della musica assordante su un qualsiasi mezzo di trasporto, del cibo di strada, eccetera eccetera eccetera.

Sono arrivato a Lago Agrio (Ecuador) per lavorare con rifugiati colombiani, per appoggiarli nell’accesso alla documentazione e ai servizi, per promuovere la difesa dei loro diritti e per provare, attraverso attività di sensibilizzazione, ad abbattere anche solo un piccolo mattoncino del muro dei pregiudizi nei confronti dello straniero. Sapevo che durante l’anno sarebbero state organizzate varie visite a comunità cresciute sulle rive del San Miguel, il fiume – ancora macchiato di sangue – che separa l’Ecuador dalla Colombia; inoltre, immaginavo che mi sarei trovato di fronte a storie di sofferenza e, soprattutto, di fronte a chi quelle sofferenze le ha vissute e che purtroppo le continua a vivere. E cosa volete che dica, tutto questo un po’ mi affascinava e un po’ mi spaventava. Per di più, non avendo chissà quanta esperienza alle spalle, mi giravano per la testa tante domande che non facevano altro che far crescere in me uno stato di insicurezza: sarò in grado di dare una risposta ai problemi che mi ritroverò davanti? Come mi comporterò, ad esempio, di fronte a qualcuno che improvvisamente mi scoppia in lacrime? Quanto realmente è sicuro il posto dove sto andando? Per farla breve, sarò all’altezza del mio lavoro e del posto in cui vivrò?
D’altro canto, però, avevo qualcosa che mi faceva stare del tutto tranquillo e mi rasserenava: conoscevo già (grossomodo) il contesto sudamericano e parlo molto bene lo spagnolo. Ecco qua il più grande errore del mio servizio civile. La comunicazione. In un anno, solo in rare occasioni sono riuscito a parlare in “ecuadoriano”, e mi sono reso conto che conoscere bene una lingua non implica ottenere una buona comunicazione. Per carità, le difficoltà sono state tante, ma questa è sicuramente una di quelle che non mi aspettavo, che mi ha colto totalmente alla sprovvista, per la quale non ero preparato al fallimento. Non voglio cadere nel facile errore delle generalizzazioni, non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma se devo giocare al duro, difficile e stupido gioco delle generalizzazioni sono costretto a dire che io e gli ecuadoriani non è che ci capiamo poi così tanto. Ho sempre pensato che la schiettezza fosse una virtù e non un difetto; che la critica e l’autocritica siano gli unici mezzi possibili per migliorare e migliorarsi; che fare domande è un dovere se si vuole imparare e conoscere. Beh, nella mia esperienza lavorativa in Ecuador non è stato quasi mai così. Non ho ancora capito e mai capirò se tutto ciò è stato per il mio modo di fare o per un incomprensibile e ingiustificato complesso di inferiorità nei confronti dello straniero, o probabilmente per tutte e due le cose, ma ormai poco cambia.

Intanto i galli continuano a cantare, la musica continua a suonare, le donne e gli uomini continuano a ballare.

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