Ferita aperta: terremoto in Ecuador

Venerdì  pomeriggio, tutta la stanchezza della settimana sulle spalle, solo la voglia di andare a dormire. Eppure,  da  tempo si era  pianificato passare un  fine settimana in spiaggia, a maggior ragione per la ricorrenza del compleanno di una  carissima amica. Poi sì, forse il sole ed il mare potrebbero restituire un po’ di pace… insomma, andiamo! La meta è Mompiche: accogliente paese a 20 km da Muisne, sulla costa settentrionale.

Di prima mattina, scesa dall’autobus, penso che sia stata proprio una buona idea allontanarsi dalla città e dal suo caos avvolgente. La giornata regala solo paesaggi splendidi: villaggi chiari sulla sponda dell’oceano, spiagge vulcaniche, isole piene di palme, altre popolate solo da grossi granchi rossi, foreste di mangrovie flessuose. Le persone si affaccendano per strada, con il languore di chi sa che la fretta non aiuta: signore dalle gonne ampie puliscono pesce e molluschi, giovani pescatori si riuniscono attorno agli scafi, contrattando, mentre i più esperti scrutano il mare o indovinano il tempo, leggendo il cielo, e bambini e cani giocano sul bagnasciuga.

Arriva la sera, che c’avvolge pigra.  Prima di cenare, decido sia buona cosa dormire un poco. Poco. Poco tempo e la terra trema. Non mi rendo conto di quanto sta accadendo, ma presto arrivano anche gli altri compagni di viaggio: uscire, bisogna uscire. La scossa dura un minuto. A quante cose si può pensare in un minuto? Non si può rimanere, siamo di fronte alla potenza dell’oceano, che ancora lambisce serafico la sabbia… Ma la sua ira può essere devastante: una parola, una paura, una minaccia s’insinua, sfreccia di bocca in bocca. Tsunami. Non c’è tempo da perdere, lo dicono anche gli unici due poliziotti che vedremo per l’intera nottata, bisogna evacuare.

E allora inizia l’esodo: famiglie con bimbi piccoli, coppie di anziani, carovane con animali al seguito, turisti spaesati e impauriti. Esiste una consapevolezza atavica in chi vive vicino al mare. Si sa che ciò che nutre, può essere una tomba impietosa, senza nome. Bisogna raggiungere il punto più alto. Ma il punto più alto non è alto: siamo perfettamente coscienti che, se davvero succedesse qualcosa, non avremmo molte possibilità di sopravvivere, ma tant’è… bisogna almeno provare. Il punto più alto è una dolce collina, con una spianata che s’appresta ad accoglierci per la notte. Nessuna autorità, nessuna fonte di informazione ufficiale. Dal punto più visibile si alternano figure ambigue, che diffondono messaggi ricevuti da parenti e consanguinei. Rimbalza di nuovo, quella parola, evocatrice di sventure immani: tsunami. La gente si stringe, qualcuno riesce a recuperare una tenda, altri delle zanzariere: noi siamo ancora in costume – mica lo sapevamo cosa sarebbe successo – con la salsedine nei capelli e un’angoscia sorda nel cuore. Per allietare l’atmosfera, un gruppo di credenti infervoriti intona canti e si produce in coreografie, mentre la matrona s’inchina, ruota su se stessa, poi s’accascia, predicendo l’imminente arrivo del Giudizio Universale ed invitandoci a pentirci della nostra vita peccaminosa. Ma, aggiunge, forse neanche la redenzione sarà sufficiente.

I corpi ammassati si toccano, sudano, si agitano: c’è chi piange, chi se la ride, chi mantiene un certo contegno, chi offre la parte più barbara di sé. Qualcuno lo presagisce, lo sussurra: “Ci manca solo che piova”… ed infatti, piove. E spunta la fauna locale, che ci farà compagnia, lasciandoci per ricordo un bel rosario di punture su tutto il perimetro del corpo.

Arrivano le sei del mattino: grazie ad un’anima pia che si impietosisce, veniamo portati ad Esmeraldas, da dove riusciremo a raggiungere Quito, contro ogni previsione, dato che le vie di comunicazione dovevano essere chiuse. Lungo il tragitto fino al capoluogo costiero, lastre di roccia si sono frantumate sull’asfalto, la strada presenta ferite, alcune case sono mutilate. Comincio a capire che la fortuna mi ha sorriso.

Il rientro a Quito, l’inevitabile morsa dei numeri: troppe morti, lutto nazionale, l’esponenziale aumento di feriti e sfollati. Dall’Italia, c’è chi ha pianto per me. Ora sì, mi sento  davvero, davvero fortunata. Sono salva, siamo vivi.

Ma ciò che per noi è stata un’esperienza di una nottata, per migliaia di persone è una tragedia che stravolge l’esistenza.

 

Attualmente, la zona costiera dell’Ecuador è teatro di operazioni d’emergenza, a cui partecipano équipes da tutto il mondo. La solidarietà mostrata dalla cittadinanza mi ha commosso, mi ha fatto sentire di nuovo fortunata, perché m’è stata restituita la speranza nell’essere umano: nell’essere empatico, nell’essere generoso, nel riconoscersi nell’altro, anche quando è diverso. Aiutare, ora, è un dovere morale.

In questo momento, per noi volontari in Servizio Civile, è impossibile partire per appoggiare azioni in loco, poiché non abbiamo la preparazione adeguata (oltre che per motivi di sicurezza): abbiamo, invece, aderito ad attività di volontariato nelle città in cui operiamo, specie per quanto concerne l’attività di smistamento ed invio di materiale di prima necessità verso le zone colpite. Il proposito è quello di partecipare a missioni sul campo in un secondo momento, quando l’emergenza sia (nei limiti del possibile) rientrata, ciascuno contribuendo secondo le proprie capacità, per collaborare a progetti di sviluppo. Oltre a ciò, stiamo cercando di diffondere informazioni rispetto a questa catastrofe, affinché i riflettori non si spengano in poche settimane: le conseguenze di tali sciagure si trascinano per anni, e la vita delle persone cambia per sempre.

Da italiani, sappiamo cosa vuol dire: dai sismi devastatori in Sicilia e Calabria dell’inizio del XX secolo, ai più noti in Basilicata ed Irpinia negli anni’80, fino ai più tristemente recenti a L’Aquila ed in Emilia. Ad oggi, lo abbiamo ben chiaro, ancora la situazione non è tornata alla normalità, per mancata volontà politica ed incapacità organizzativa. Siamo coscienti, quindi, che quando la gara all’aiuto finisce e l’immagine delle istituzioni si è salvata, rimangono i danni, restano le vite spezzate ed i sogni infranti di persone, esattamente come noi.

Per cercare di evitare che questo si ripeta, c’è bisogno dello sforzo di tutti, perché la sofferenza  e la miseria hanno lo stesso volto in tutto il mondo. Diamo il nostro contributo, proviamo a costruire insieme il diritto al futuro.

Naomi Peracchi – Servizio Civile FOCSIV, Progetto Caschi Bianchi Quito, Ecuador

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