El pan duro toca comerlo caliente

IMG-20170302-WA0010 copiaSono le 23.33 di un mercoledì e ci sono 33  gradi nell’amazzonia ecuadoriana. Mi ritrovo a scrivere un articolo con i miei tre coinquilini, persone con cui ho condiviso quasi tutto quest’anno. Un articolo che fino a due settimane fa non avevo né la voglia né l’intenzione di scrivere. Però, pure FOCSIV vuole la sua parte.

Il fatto che ci ritroviamo tutti qui, a quest’ora, è indicativo del fatto che a Lago Agrio il lavoro non manca, le mie priorità quest’anno sono state ben altre rispetto a scrivere su un blog o fare fogli firme alla fine del mese, una su tutte, il mio lavoro con Asylum Access Lago Agrio.  Sucumbios è una provincia che fino agli anni ‘70 non esisteva e tuttora resta una delle regioni più dimenticate dal governo dell’Ecuador. Un posto che neppure avevo contemplato al momento di scegliere il progetto più di un anno fa, eppure una parola nella mia vita è ricorrente: IL CASO. Sembra strano da dire ma il caso è stato l’artefice indiscusso delle migliori esperienze che ho vissuto finora, e quindi, anche questa volta il caso ha scelto per me, e come sempre aveva ragione.

Non avevo scelto Lago Agrio, avevo scelto Quito come destinazione del mio servizio civile e francamente la delusione era stata grande quando FOCSIV mi aveva chiamato per dirmi che ero “idoneo” ma “non selezionato”; che francamente suona anche come una presa in giro, prima t’illudi quando ti dicono “idoneo” e poi rosichi quando ti dicono “non selezionato”. Ricordo la voce che dall’altra parte del telefono mi diceva che avevo mezz’ora per accettare la nuova destinazione, che per l’appunto era Lago Agrio; beh tra me e me mi son detto: “Pota intanto accetto”. Alla fine la voglia di partire ha vinto su tutto. Avrei lavorato con i rifugiati. In Italia è pieno di persone che si riempiono la bocca di questa parola, senza sapere, senza pensare, senza guardare al di là dei propri confini.

Come dice Galeano il mondo non è fatto di atomi ma di storie; e le storie sono state una costante in quest’anno in Ecuador. Storie che mi hanno cambiato, non solo nella maniera d’essere ma in quella di pensare; sono testardo e ho idee chiare; ma raramente mi è capitato di mettere così tanto in discussione i miei ideali. Sono sincero, una delle motivazioni che più mi spingevano qui, a 20 km dalla frontiera con la Colombia era conoscere le FARC, conoscere come agisce una guerrilla e quali sono i loro valori e le loro idee. In fondo ero così vicino da una dalle roccaforti delle forze armate rivoluzionarie colombiane che avrei potuto “vedere” e “tastare” in prima persona cosa significa essere un rivoluzionario. Le storie mi hanno cambiato….

Le storie di persone semplici, fuochi diversi, certi più sensibili che si spengono, certi che illuminano nell’oscurità, certi che non danno calore e certi che con la loro forza non si può non ammirare; e chi si avvicina a loro, si accende. Uno di questi fuochi è stata lei, non dirò il nome ma la sua testimonianza è carica di coraggio e di resilienza. Ecco, è questa la parola che più mi rimarrà impressa, come dice, Wikipedia, in psicologia è la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà, ma forse una definizione migliore è quella data a un oggetto: la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Avrei potuto scrivere di casi di sicurezza, situazioni di estrema povertà o situazioni strambe e forse più interessanti, in cui mi sono trovato come Assessore Legale in frontiera, in fondo qui sono all’ordine del giorno, però senza troppe pippe mentali ho scelto di trascrivere la sua introspezione. In fondo sono stati loro i veri attori di questo servizio civile, in fondo le loro storie sono quelle che mi hanno aperto gli occhi, in fondo sono io che devo imparare da loro. In fondo lei mi ricorda LEI.

“Prima di parlarvi della mia storia e del perchè sono arrivata nella Repubblica dell’Ecuador, mi piacerebbe che conosciate la realtà delle donne nel mio paese, in Colombia. Siamo emarginate, siamo maltrattate nel vero senso della parola. Viviamo in attesa di una promessa costante da parte dello stato riguardo alla nostra indipendenza economica e di essere appoggiate in quanto donne sole con figli a carico. La realtà è un altra, i gruppi che lottano per il potere politico o se si preferisce potere delittivo, ci usano come scudi umani e i nostri figli sono vincolati alla guerra con la promessa di pagargli pochi pesos per vivere, molti cadono nelle reti dei vari gruppi armati colombiani. E’ una realtà che le donne vivono quotidianamente e arriva al punto di essere insostenibile, e per questo, bisogna cercare nuove opportunità in un altro paese, come nel mio caso, in Ecuador, senza sapere a cosa andremo incontro. Sono arrivata in Ecuador il 17 di Aprile del 2015 con mio nipote e otto mesi più tardi sono stata riconosciuta come rifugiata. Ho affrontato quotidianamente ostacoli. Non avevo lavoro, non avevo soldi, non avevo possibilità, non ero accettata dalla società; ero costantemente discriminata per essere donna, colombiana e rifugiata; tre volte discriminata. Sono stata violentata così tanto dagli uomini che mi offrivano soldi per utilizzare il mio corpo. Il corpo di ogni donna è un tempio vivo che non può essere toccato se non per volontà propria. Mi sentivo sola, vuota, sentivo che a nessuno interessava la storia della mia vita, che non avevo famiglia. Mi sentivo incatenata e con paura di cadere nell’abisso. Ho dovuto affrontare numerose malattie che non mi aiutavano ad andare avanti. Mi son persa nel tempo, non sapevo se era notte o era giorno. Nel mezzo di tutto questo, l’unica cosa buona fu aver scritto il mio progetto di vita. Sapevo che c’era qualcosa di più, che un futuro mi aspettava. Appena mi svegliavo, scrivevo e scrivevo. Che cosa era un’attività economica? Che cosa era una sartoria? Iniziai nel bel mezzo della mia malattia a creare un’idea di attività. Mi ero posta pure il limite di due anni per avere una sartoria mia. Mi son resa conto, dopo otto mesi a Lago Agrio di aver toccato il fondo. Mi son detta a me stessa “sono una donna coraggiosa, imprenditrice e farò vedere al mondo di cosa sono capace”. Ho cercato in HIAS un aiuto psicologico e presentai la mia idea d’impresa, la quale fu accettata per ricevere un aiuto economico. Da allora, non ho smesso di lottare per ottenere gli strumenti di lavoro e ho seguito passo a passo tutto quello che avevo scritto nel mio progetto, convertendosi oggi, dopo un anno di lavoro con varie organizzazioni sociali, in una realtà. HIAS, ISTEC, RET e ASYLUM ACCESS mi hanno appoggiato. HIAS mi ha aiutato con un capitale iniziale; ISTEC mi ha aiutato economicamente per ingrandire la mia attività; RET mi ha appoggiato psicologicamente e Asylum Access mi ha aperto le porte per partecipare agli incontri di donne e ho iniziato a essere parte del gruppo di “Donne Libere Senza Frontiere”. Asylum Access mi ha appoggiato anche nella documentazione necessaria per aprire un’attività legale e in formazioni. M’innamorai di Asylum Access, vedevo nell’ONG l’aiuto di cui avevo bisogno per essere presente e attiva. Mi hanno dato l’opportunità di partecipare a formazioni nei vari incontri, pure a Quito. Ho partecipato a incontri di sanazione personale.  Avere l’opportunità di essere con altre donne e poter raccontare la mia vita mi ha reso forte, mi sono resa conto di poter affrontare il mio passato e poter raccontarlo ad altre donne. Asylum Access mi ha fatto sentire importante.

Mi sono aggrappata alle mie convinzioni, ai miei ideali, indipendentemente dalla mia situazione economica e sono riuscita a superare tutto questo. Adesso devo continuare a crescere come imprenditrice e come persona. Adesso, ho grandi progetti, come la scuola di formazione per donne rifugiate appena arrivate. Ho proposte per i grandi distributori per commercializzare i vestiti che produco. In più darò laboratori di sartoria nel mercato di Lago Agrio. Con la mia sartoria, l’obbiettivo è far conoscere e commercializzare un nome, una marca di nome Juandy, in quanto in quel logo si riflettono l’amore e il mio passato; è il nome dei miei due nipoti, a cui ho sempre voluto dare il meglio. E’ il nome della forza dell’unione familiare, di crescita, di forza e di fede nel futuro”.

La cosa più bella dell’Ecuador.

 

One comment

  1. Alessandro mi hai permesso di leggere le tue bellissime parole piene di buon senso e quelle di questa donna splendida che è un esempio per tutti noi. Vi ringrazio di cuore.
    Giusi amica mamma

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