Difficoltà e fascino di essere di passaggio

hias

Identificare le necessità specifiche, misurare la vulnerabilità per valutare la possibilità di appoggiare economicamente una persona o una famiglia migrante. Questo è il lavoro che le volontarie FOCSIV in servizio civile presso la sede di Quito, Ecuador, dell’organizzazione umanitaria HIAS sono chiamate a svolgere e che rappresenta dunque la mia quotidianità. Si tratta quindi di quello che si potrebbe definire un “lavoro d’ufficio” che non ti porta mai sul campo, ma è un lavoro che il campo lo porta dentro l’ufficio.

Ogni giorno, una sfilata di corpi e visi, alcuni tirati e sofferenti, altri più sereni e decisi a mostrare una forza e una determinazione che molti sembrano aver perso. Si tratta per lo più di migranti di nazionalità colombiana e venezuelana, che viaggiano soli o con l’intera famiglia, scappati per violenze politiche o per fame e miseria. E intervistare queste persone e registrarne l’esperienza in un formulario, sottolineando in particolare le ragioni dell’uscita dal Paese d’origine, con l’obiettivo di identificarne vulnerabilità e necessità è, per svariati aspetti, piuttosto complesso. Innanzitutto, può risultare complicato estrapolare dal racconto di un’esperienza di vita e di migrazione dolorosa dettagli sufficienti ai fini dell’organizzazione, senza forzare l’altro e senza obbligarlo a ripetere quello stesso racconto più e più volte nelle varie sedi ONG a cui si rivolgeranno o di fronte a funzionari delle diverse istituzioni dello Stato competenti in materia di migrazione e rifugio.

In secondo luogo, da un lato è difficile rassegnarsi alla riduzione di una storia a un “caso” – perché ben presto è di “casi” che si finisce per parlare, e non più di persone, uomini, donne, famiglie – e, dall’altro lato, c’è l’incastellamento di quei dettagli che vanno indagati dentro a etichette precostruite come “SVT” per le vittime di tortura, “SVBG” per le vittime di violenza di genere, “NNA separado” e “NNA no acompañado” per i minori separati e non accompagnati, “mujer en riesgo” (donna in situazione di vulnerabilità) e “mujer sola en riesgo”(donna sola in situazione di vulnerabilità)per le donne che viaggiano sole o che, pur con famigliari e una rete di appoggio, si crede corrano, nel País de acogida, un qualche tipo di “rischio”. Ma una “mujer en riesgo” è anche una donna che è in periodo di allattamento, mentre ogni gravidanza diventa inevitabilmente una “gravidanza a rischio”, anche solo per il semplice fatto che la futura madre diventa una “persona priva di accesso a servizi” e a cure mediche. Tutti, infine, quasi per definizione, nel momento stesso in cui si rivolgono all’organizzazione, diventano persone con “incapacità di soddisfare i loro bisogni basici”. A queste etichette ufficiali, inoltre, se ne sommano altre che vengono create, modificate, eliminate e ri-attualizzate a seconda delle esigenze dell’organizzazione e dei donatori di fondi e dunque, in ultima analisi, di quanti soldi si hanno a disposizione in un determinato momento. Può capitare, infatti, che una “madre sola con due figli” non sia sufficientemente vulnerabile perché le si possa dare un appoggio economico, mentre una sua connazionale con tre figli può beneficiarne. E se, infine una famiglia può sperare di ricevere un aiuto monetario solo se al suo interno vi è un membro con una qualche disabilità, un’ulteriore “necessità specifica” è essere parte di un gruppo LGBTI.

A questo lavoro di riduzione e traduzione di un’esperienza di vita e di migrazione in etichette, deve aggiungersi uno sforzo di interpretazione che i funzionari dell’organizzazione devono compiere per identificare un possibile “compromiso” della famiglia, che dimostra di impegnarsi nell’“integrazione locale” – altra espressione al cuore delle pratiche e delle politiche dell’organizzazione – e nella ricerca di un lavoro, formale o meno, affinché possa generare un introito economico. Senza contare che tenere in considerazione che il discorso vittimizzante di alcune famiglie può essere una strategia, così come potrebbe esserlo, al contrario, il “discorso del compromiso” che altre, autonomamente, sostengono.

Eppure, nonostante simili difficoltà, il mio servizio presso HIAS, per quanto rientri nell’area che, inevitabilmente, alimenta l’assistenzialismo come strumento umanitario, credo sia un’esperienza positiva, professionalizzante e, soprattutto, arricchente dal punto di vista umano. Di passaggio in Ecuador e nell’organizzazione, al suo interno occupo la posizione più rappresenta questo essere sempre e comunque di passaggio, di essere sempre e comunque in movimento, di essere sempre e comunque migranti. I corpi e i visi che vedo sfilarmi davanti agli occhi giorno dopo giorno sono destinati a non ritornare sulla mia strada, non saprò più niente di loro – non sono chiamata a “hacer seguimiento” e “monitorare i casi”: semplicemente, queste persone passano.

Ma passando, e raccontando le loro storie personali, particolarissime e ognuna diversa dall’altra, ognuno di loro mi lascia qualcosa, mi lascia impresso qualcosa: un sorriso o un pianto, una battuta o una preghiera, una risata o un lamento. Consapevole di non essere in grado e nella condizione di aiutare e di non essere che un intermediario, l’ultima rotella di un complesso meccanismo che, con tutte le sue imperfezioni, tenta di venire in soccorso di chi ha bisogno, sono contenta di essere qui per raccogliere quello che ognuna di queste persone ha da dare e sono contenta di offrire loro, soprattutto, uno spazio di ascolto, forse il primo che esse siano riuscite a incontrare. Non voglio infatti considerarmi solo la mano che consegna l’appoggio economico, una somma in realtà misera – “solo un piccolo aiuto per iniziare”, come molte volte mi sento ripetere – ma che spesso è proprio ciò di cui le persone che sfilano davanti ai miei occhi e passano per il mio ufficio hanno bisogno o pensano di avere bisogno, ciò che in quel momento li rende felici. Preferisco senza dubbio pensare di essere l’orecchio che le ascolta, che ascolta le loro storie, o per lo meno quella parte di storia che sono disposte a condividere. E sono anche contenta di suscitare in loro una curiosità, un dubbio, una perplessità e di rispondervi senza avere una vera risposta. Molti di questi migranti, infatti, mi chiedono da dove vengo e cosa mi abbia portato qua, in Ecuador, venendo da quell’Europa che, anche per molti dei migranti venezuelani che ho avuto la possibilità di conoscere, rappresenta una meta agognata e irraggiungibile, e cosa mi abbia spinto a lavorare in questo settore.

Difficile rispondere e forse solo potrei farlo con le parole di Laura Restrepo, autrice colombiana del libro “La multitud errante”. La protagonista e voce narrante, anch’essa, come me, estranea e straniera, riflettendo sul suo ruolo all’interno di un albergo di passaggio in una zona colombiana che accoglie decine di sfollati, afferma: “Es extraño y seductor, esto de servir de puerto cuando uno se sabe embarcación” (“è strano e seducente questo essere da porto, mentre ci si sente un’imbarcazione”).

Maria Luisa Colli, Casco bianco FOCSIV a Quito, Ecuador.

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