DESPACIO – PIANO

despacio LUCIA VENTURELLI

15/04/2019 Despacio o meglio despacito. Non per fare riferimento alla canzone tormentone estate non mi ricordo che anno, ma perché qui i diminutivi sono all’ordine del giorno.  Ogni parola viene trasformata in un diminutivo che termina con il suffisso ito- ita: una preguntita, un ratito, tempranito. E non perché la gente voglia sembrare mielosa, ma perché come ti spiegano fieri i Cusqueni, che per la maggior parte sono quechua hablanti, il Quecha è una lingua dai dolci suoni.
Comunque despacio ovvero piano.

Un mese è passato dal mio arrivo a Cusco e sebbene non abbia ancora capito molto della realtà nella quale mi sono ritrovata catapultata, sicuramente una delle cose che ho appreso è che l’imperativo di questo anno sarà rallentare. E per una come me che è ha sempre cercato di andare a 200 all’ora, fidatevi rappresenta una vera e propria sfida.

Despacio, perché è inutile che ti ostini a mantenere l’andatura dal passo svelto che eri solita avere, a 3500 metri è semplicemente impossibile. Dopo due passi, sei costretta a fermarti per riprendere fiato con il cuore che batte a tremila giri.

Despacio, mentre cucini e imprechi per l’acqua che non bolle più. Guardi il timer dell’orologio per l’ennesima volta e solo allora ti ricordi che sei a 3500 metri, eh sì è vero, non è una leggenda l’acqua ci mette di più a bollire.

Despacio, te lo dice la mamita della caffetteria mentre ti vede trangugiare l’unico cappuccino decente che hai trovato in tutta la città. Tu lo stai trangugiando perché sei in ritardo per andare al lavoro, cerchi di spiegarglielo nel tuo spagnolo ancora basico ma sai già che i tuoi sforzi saranno vani; la mamita andrà avanti ancora dieci minuti a parlarti e tempestarti di domande chiedendoti se sei sposata e hai figli per poi salutarti quando ormai hai perso ogni speranza di arrivare puntuale.

Despacio, è il mantra che devi ripeterti ogni mattina durante la settimana di attività sul campo con i tuoi colleghi, quando non capisci il senso di svegliarsi alle 4.30 poi partire effettivamente solo alle 7.30. Impiegando tre ore per mettersi a cucinare caldo de galina, riso e verdure quando in 5 minuti faresti colazione con the e biscotti.

Despacio quando cerchi di formulare un discorso in spagnolo. Parti a razzo con la tua tipica parlantina da Italiana, ma dopo poche parole ti devi interrompere per pensare come tradurre e formulare il pensiero, il tuo vocabolario è ancora troppo limitato. E allo stesso tempo preghi il tuo interlocutore di parlare despacio por favor, perché non hai capito nulla ti ciò che ti appena chiesto.

Despacio è il tempo che devi dare a te stessa per ambientarti in un mondo così diverso. Un contesto che all’inizio in realtà non ti sembra tanto distante dal mondo da cui vieni, dal momento che vivi in uno dei quartieri più turistici della città, dove in alcuni luoghi è più facile sentire parlare in inglese che non spagnolo. Un quartiere dove nella stesa via hai l’imbarazzo della scelta se mangiare peruano, americano, messicano, cinese, o indiano, o farti spellare in un vegan bistrot.
Ma poi basta allontanarsi di pochi minuti per essere scaraventati su Marte. Un pianeta dove il tempo sembra essersi fermato. Non c’è luce, il pavimento è di terra e la gente cucina ancora sul fuoco con la legna. Per strade che sono sentieri di fango, nelle quali le persone ti salutano in quechua, perché lo spagnolo in molti proprio non lo parlano.

Ecco hai di nuovo fiatone, smettila di aumentare il passo, despacio Lucia, despacio.O come dicono in quechua, pisipisi manta.

Lucia Venturelli, Casco Bianco FOCSIV a Cusco, Perù.

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